venerdì 31 maggio 2013

SENIGALLIA: CORSO DI EDUCAZIONE INTERCULTURALE

Carissimi,    
    
Comunità Volontari per il Mondo (CVM), ONG da oltre 30 anni attiva con progetti umanitari in Africa e nell’ambito dell’educazione all’Intercultura e nella formazione di formatori in Italia, vi invita alla VII edizione del Seminario di Educazione Interculturale, organizzato da CVM nell’ambito del Progetto Europeo "Revisione critica delle discipline storiche e sociali per una educazione formale adeguata alla società globale” (“Critical review of the historical and social disciplines for a formal education suited to the global society”).
L’edizione di questo anno dal titolo “Una nuova etica per i curriculi della cittadinanza globale” cerca di ricomporre la frattura fra sapere scolastico, produzione scientifica, idealità formative e costruzione di identità di nuovi cittadini chiamati a gestire i problemi posti da un processo di globalizzazione connotato da nuovi paradigmi concettuali ed etici. La partecipazione di ricercatori di fama nazionale ed internazionale si basa sulla convinzione che i saperi nella loro versione aggiornata si prestano alle richieste formative del mondo contemporaneo e che, per converso, non le discipline in sé quanto piuttosto gli apparati tradizionali delle stesse costituiscono un ostacolo al raggiungimento della formazione di una nuova Cittadinanza mondiale.
Si prega anche di darne ampia diffusione utilizzando i vostri contatti personali e si ringrazia in anticipo per tutta la collaborazione che ci darete, tanto importante nel contesto attuale in cui l’Educazione Interculturale assume la funzione di catalizzare l’attenzione sulle profonde trasformazioni attuali e di costruire un Mundus Novus in cui sia possibile vivere tutti insieme nel rispetto e dialogo reciproco.
Qualora interessati si prega di comunicarlo per email a cvm.eas@gmail.com oppure telefonicamente allo 071.202074 al CVM entro e non oltre il 4 settembre 2013.
 
 
Ringraziandovi dell’interesse e sperando di vedervi a settembre a Senigallia,
 
Cordiali saluti
Giovanna Cipollari
Presidente Comunità Volontari per il Mondo
 
Per informazioni ed iscrizioni: CVM Ancona (AN)
Tele/fax: 071.202074 e-mail: cvm.eas@gmail.com // Sito: www.cvm.an.it

MONTI SIBILLINI: CAMPI ESTIVI DEL WWF


DON LORENZO MILANI OGGI

fonte: arcoiris

NADiRinforma propone la registrazione degli interventi al 1° Raduno Internazionale a cura del "Centro F. & R. don Lorenzo Milani & Scuola di Barbiana", l'evento di è svolto nelle giornate dell' 8 e del 9 giugno 2012 presso BiblioteCanova
et Limonaia di Villa Strozzi a Firenze. Conduce la due giorni di Convegno Manrico Casini - Velcha
VENERDÌ MATTINA -1 -

sono intervenuti:
Giuseppe D'Eugenio – Presidente q.re 4 Firenze – rappresenta un quartiere popolare, di lavoratori, di precari, un quartiere afflitto da molti problemi di tipo sociale, ma non quelli di marginalità, grazie ad un tessuto di soggettività sociali molto diffuso che hanno saputo mantenere la coesione del territorio.

Cardinale Giuseppe Betori - Arcivescovo di Firenze - Pur non avendo conosciuto personalmente don Milani riferisce che, malgrado le tensioni che ebbe ai tempi con la gerarchia ecclesiale, il Convegno vuole ricordare la sua persona, il suo essere un uomo di Chiesa che ha creduto fino in fondo alla sua vocazione e che ha continuato ad amare la Chiesa anche quando non si sentiva capito

Stella Targetti - Vicepresidente Regione Toscana – ci propone alcune riflessioni circa il ruolo di educatore di don Milani – l'affermazione di un ex allievo chiarisce il “segreto” del successo in ambito educativo del priore:
“Bisogna capire che a noi don Milani ci voleva bene”, quel “ci voleva bene” racconta una storia che ancora oggi è innovativa ed efficace nel processo educativo.

Lorenza Muti – Presidente Centro Documentazione don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana – spiega come e perché si lavora nel centro di documentazione, tra le diverse attività tese a mantenere vivo il messaggio milaniano, ricorda il concorso nazionale per le scuole che ha cercato di divulgare un messaggio milaniano nelle scuole.

Giovanni Banchi – presidente del Centro Formazione e Ricerca don L. Milani e Scuola di Barbiana - ribadendo il valore e il potere della cultura, sottolinea che uno degli obiettivi del Convegno è quello di riuscire a capire il perché moltissimi giovani vengono abbandonati dalla scuola, caricandoci di quella responsabilità che può permetterci di guardare “oltre” a comprendere le dinamiche che deviano e svuotano la nostra comunità.

Roberto Izzo – Sindaco di Vicchio (Fi) – da sempre interessato al lavoro di don Milani sino ad essere parte del gruppo costituente del Centro documentazione don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana.
Visita il sito: www.barbiana.org
Visita il sito: www.mediconadir.it
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data: 2012/08/30 - fonte: NADiRinforma - lunghezza: 76.85 min.
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FAMIGLIE MONOGENITORIALI

sito per le famiglie monogenitoriali

Si tratta di una idea nata per favorire e sostenere la qualità della vita e il benessere delle FAMIGLIE MONOGENITORIALI: per offrire loro informazioni, servizi, ascolto sostegno. Per dare loro una voce. Il sito vuole essere un  luogo per sapere, fare, migliorare, condividere.
 SMALLFAMILIES è un progetto aperto e sono benvenuti i contributi esterni: storie smallfamilies, segnalazioni su libri, eventi e reti in Italia e all’estero, partecipazione a progetti, nuove proposte...
Se ti piace il progetto e il sito ci aiuteresti a farlo conoscere?
E soprattutto, puoi invitare  tutti i single parents che conosci a compilare il  QUESTIONARIO "DI CHE TAGLIA E' LA TUA SMALLFAMILY" online (meno di un minuto, garantito),  http://www.smallfamilies.it/questionario/.
Si tratta del primo nel suo genere in Italia, nemmeno Istat ha mai raccolto dati analitici sulla variegata realtà delle Smallfamilies. 
--
Dott.Arch.Gisella Bassanini
Milano

martedì 28 maggio 2013

il referendum di bologna e la sindrome suicida del PD

fonte: micromega

MARIA MANTELLO – Il referendum di Bologna e la sindrome suicida del Pd

mmantelloNO a qualunque forma di erogazione dei fondi pubblici agli asili comunali privati. Questo il risultato del Referendum propositivo che si è svolto a Bologna il 26 maggio 2013. E che ha avuto l’altissimo merito di rimettere al centro il problema del vulnus all’art. 33 della Costituzione, che stabilisce: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Una dicitura inequivocabile, quel “senza oneri per lo Stato”, perché la scuola dello Stato è organo costituzionale. Perché la scuola statale è bene comune.
L’opzione A, stop al finanziamento statale delle scuole private, ha ottenuto il 59% (50.517 preferenze), mentre la B, continuare in questa concessione, ha ottenuto il 41% di voti (35.160 preferenze).
Per i finanziamenti si erano schierati Curia vaticana, Pdl e Lega Nord e PD, a cui appartiene il Sindaco di Bologna, che durante la campagna referendaria ha addirittura dichiarato che comunque i fondi alle private non sarebbero stati fatti mancare dal Comune, indipendentemente dal risultato del referendum.
Non c’è stata grande partecipazione al voto: 85.934 cittadini pari al 28.71 % degli aventi diritto. Nascono meno bambini e forse i bolognesi non ritengono che quello della scuola d’infanzia sia tra i problemi emergenti.
Ma il tentativo di sminuire la vittoria pienamente democratica di questo referendum è davvero intollerabile, soprattutto quando viene dalla forza politica che governa, ad esempio in Sicilia, con un consenso minimo, visto che alle ultime elezioni di quella Regione le astensioni sono state del 50%.
«La scuola pubblica ha vinto il referendum – ha dichiarato Articolo 33, che lo ha promosso il referendum di domenica – nonostante una larga alleanza di forze politiche ed economiche abbia sostenuto l’opzione B con tutto il proprio peso. I cittadini, invece, hanno colto lo spirito democratico e propositivo di questo appuntamento e hanno difeso la scuola pubblica con il proprio impegno e la propria partecipazione, per rilanciarla come una priorità della politica. Un risultato del quale l’Amministrazione dovrà tenere conto, a partire dal Consiglio comunale che entro tre mesi ha l’obbligo di deliberare in merito. Bologna non ci sta a lasciare fuori qualcuno dalla scuola pubblica e si riprende il suo ruolo di avanguardia, lanciando un messaggio al Paese: la scuola di tutti, laica e gratuita è un bene comune e deve rimanere un diritto come sancito dalla nostra Costituzione».
Con questa scuola bene comune, il Pd, ci spiace sottolinearlo – da quando con Luigi Berlinguer al Ministero dell’Istruzione ha introdotto il “sistema paritario integrato” – ha aperto un solco drammatico con la Costituzione e il Paese.
A partire dalla scuola ha tradito la politica di tutela e incremento dei beni comuni.
Il Pd oggi, tranne qualche eccezione, sembra sempre più essere una strana sintesi doroteo-craxiana. Sembra aver smarrito i valori di libertà e giustizia, e schiacciato nel mortifero abbraccio con clericali e reazionari, neppure si rende conto che l’unica spinta progressista che sembrerebbe essergli rimasta è l’avanzare inesorabile della sua sindrome suicida.
Maria Mantello

domenica 26 maggio 2013

senigallia: dirigenti scolastici. resoconto dei lavori

Dirigenti scolastici: il presente e il futuro. Resoconto lavori convegno di Senigallia

Due giorni di discussione suddivisi in tre sessioni. I problemi della scuola a 360°, il ruolo e la responsabilità dei dirigenti, l’importanza di una leadership diffusa e condivisa.

17/05/2013
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Senigallia, in provincia di Ancona, ha ospitato l’8 e 9 maggio 2013 l’annuale Convegno nazionale dei dirigenti scolastici organizzato dalla FLC CGIL e dall'associazione nazionale Proteo Fare Sapere. Il tema di quest'anno è stato "Gestire il declino o costruire il futuro? La gestione unitaria della scuola autonoma alla prova del presente: nuovi bisogni formativi, dimensionamento, miglioramento e valutazione, innovazioni organizzative e ordinamentali". Vai al programma e alla web-cronaca della prima e seconda giornata.
Il livello della discussione nelle tre sessioni del convegno è stato, come sempre, molto alto. Anche quest’anno il convegno ha presentato un parterre di partecipanti e relatori molto qualificato: Franco De Anna, già coordinatore del servizio ispettivo del Miur e fino al 1999 direttore dell’Irssae Lombardia; Marcello Degni, economista e docente di contabilità pubblica alle università di Roma e di Pisa, autore di una ricerca su federalismo e istruzione; Piergiuseppe Ellerani, ricercatore presso la facoltà di scienze della formazione dell’università di Bolzano. Esperto di valutazione degli apprendimenti; Cinzia Mion, dirigente scolastica e formatrice; Angelo Paletta, docente di economia aziendale all’università di Bologna, esperto in rendicontazione e bilancio sociale nei sistemi di istruzione; Anna Maria Poggi, preside della facoltà di scienze della formazione dell’università di Torino, autrice di ricerche sui temi dell’autonomia, della decentralizzazione e del federalismo.
Per la FLC CGIL erano presenti il segretario generale della FLC CGIL Domenico Pantaleo, il coordinatore nazionale dei dirigenti scolastici Gianni Carlini, la segretaria regionale della FLC CGIL Marche Manuela Carloni. Per Proteo Fare Sapere il presidente nazionale Antonio Bettoni e la presidente regionale delle Marche Lidia Mangani.
Vai al programma e alla web-cronaca della prima e seconda giornata.

il valore del personale ATA

Un dirigente scolastico scrive al Ministro Carrozza: il valore del lavoro del personale ATA

Le professionalità di DSGA, assistenti amministrativi, assistenti tecnici e collaboratori scolastici non solo non vengono apprezzate ma vengono anche penalizzate. Questo personale merita di più.

17/05/2013
Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera che un dirigente scolastico di Firenze ha indirizzato al Ministro Carrozza.
Una bella presa di posizione a favore del personale ATA. Evidentemente chi vive tutti i giorni a scuola e ha modo di valutare ciò che fanno, e in quali condizioni !, i lavoratori addetti in vario modo al supporto alla didattica, sa quali torti stanno subendo collaboratori scolastici, tecnici e amministrativi della scuola.
Nella lettera sono ricordati i disagi di chi viene “mal-trattato” mentre assicura con il suo impegno un servizio essenziale per la collettività: mancate immissioni in  ruolo, nomine provvisorie, lavoro svolto e non retribuito e tanto altro.
Ma, lasciamo parlare la lettera che il Ministro dovrebbe prendere in seria considerazione perché non rimanga, appunto, “lettera morta”. Non lo meritano gli ATA e non lo meriterebbe il dirigente scolastico a cui va il nostro più caloroso plauso per la sua pubblica e pertinente iniziativa.
_____________________
Egregio Signor Ministro,
Sono diventato preside nel 1989, in seguito dirigente scolastico, e in questo ruolo ho avuto modo di seguire l’evoluzione della scuola per un lungo periodo. Attualmente dirigo l’IC “Gandhi” di Firenze.
Nel formularLe i miei più sinceri voti di successo nello svolgimento del compito che si è assunto accettando la sfida di guidare il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, da Dirigente Scolastico, inusualmente, mi rivolgo a Lei per sottoporLe una questione che va, a mio parere, affrontata e risolta con saggezza e tempestività.
Mi riferisco specificamente alla difficile situazione in cui versano i servizi ausiliari, tecnici e amministrativi e al conseguente disagio che vivono i Collaboratori scolastici, gli Assistenti amministrativi, i Tecnici dei laboratori e i Direttori dei Servizi Generali e Amministrativi.
I tagli di organico degli anni passati e gli accorpamenti delle scuole (dimensionamento della rete scolastica che ha portato nel giro di due anni alla scomparsa di più di duemila unità scolastiche) hanno inciso pesantemente sulla qualità del servizio erogato e hanno reso sempre più onerosa la condizione di chi lavora a supporto del processo di insegnamento e apprendimento che rimane il cuore e il fine di quanto si fa nelle istituzioni scolastiche.
Non è estranea a questo stato di cose la campagna di denigrazione che è stata condotta negli anni passati volta a screditare tutto il servizio pubblico in generale e il settore dei servizi generali e amministrativi della scuola in particolare. Ancora ricordiamo le battute di chi denunciava l’alto numero dei collaboratori scolastici a fronte del numero dei nostri Carabinieri, quasi che un servizio di presidio civile, quali sono le scuole, fosse assimilabile e paragonabile ad un sevizio territoriale di carattere militare.
Il fatto è che ora noi abbiamo una situazione che si presenta nel modo che segue: una discutibile misura dei precedenti Governi impone ai Docenti inidonei all’insegnamento, per lo più per gravi malattie, di assumere servizio come Assistenti amministrativi e tecnici, come se il lavoro di questi ultimi fosse espletabile senza preparazione e senza titoli specifici; le lungaggini nel risolvere tale questione hanno finora impedito di immettere in ruolo circa 5000 collaboratori scolastici e assistenti amministrativi; una interpretazione quanto meno discutibile delle norme giunge ora a negare a questo personale la retribuzione delle cosiddette posizioni economiche imponendo perfino la restituzione di quanto percepito negli ultimi due anni per il lavoro svolto a norma di Contratto di lavoro; agli assistenti amministrativi che svolgono la funzione superiore di Direttore dei Servizi (carenti in gran numero per il sempre rinviato concorso) viene negata l’indennità spettante a causa di errati provvedimenti che vanno rapidamente superati.
 Ritengo che alla radice di tutto ciò stia un atteggiamento culturale fondato sull’ignoranza, sul pregiudizio e su di un pensiero passatista.
Intendo dire che pensiero dominante e burocrazia pensano ancora il lavoro del Collaboratore Scolastico come il lavoro del caro vecchio “bidello” che apriva e chiudeva il portone di scuola; pensano all’Assistente Amministrativo come all’impiegato esecutivo che rilascia i certificati e fa l’elenco degli alunni per classe; pensano all’Assistente Tecnico come l’aiutante passivo degli esperimenti pensati altrove; pensano al Direttore dei servizi come al segretario, al vecchio impiegato di concetto, che prepara le carte per i pagamenti.
In realtà tutte queste figure sono profondamente cambiate. Esse sono diventate parte organica di una istituzione Scolastica Autonoma che si organizza e “incorpora” dentro il suo Piano dell’Offerta Formativa il personale dei Servizi come parte integrante di un Progetto e di progetti condivisi e da condividere.
 Il Collaboratore Scolastico certo è ancora l’addetto alle pulizie, ma è ormai operatore dell’accoglienza degli alunni e delle loro famiglie, del supporto “vivo” alla didattica, colui che accudisce l’alunno con disabilità bisognoso di cura e assistenza di base (talora di alimentazione e di pulizia personale), ha un ruolo educativo condiviso con il resto del personale, in particolare nelle ormai numerose situazioni di disagio degli alunni, che deve usare, in quanto adulto, con sapienza e pazienza.
 L’Assistente Amministrativo certo prepara l’elenco degli alunni e rilascia i certificati, ma è ormai operatore di computer, elaboratore di dati, fulcro di dialogo con le reti e con le amministrazioni, compilatore di graduatorie e responsabile (per la sua parte) della riservatezza. Come è anche la persona del dialogo con una utenza giustamente esigente e pressante.
L’assistente Tecnico certo è l’addetto ai laboratori ma è ormai un tecnico che attivamente collabora alla didattica e che continuamente si deve aggiornare per seguire le evoluzioni imposte dalla rivoluzione informatica.
E il Direttore dei servizi è ormai figura direttiva di un sistema di supporto alla didattica di dimensione complessa e amministra, insieme al Dirigente Scolastico, istituzioni che hanno dentro di sé più ordini di scuola, dall’infanzia alla secondaria di primo grado (nel primo ciclo), e più settori di studio (nel secondo ciclo).
Urge pertanto un suo intervento risolutore dei problemi sopra accennati, a sostegno degli operatori, ma per questa via a sostegno in verità di tutta la scuola che non può più davvero sopportare ulteriori ferite e discriminazioni.
Le ho sottratto, Signor Ministro, del tempo che so essere per Lei prezioso. Ma spero che queste mie brevi note possano valere a illuminare un campo spesso trascurato, talora colpevolmente trascurato, ma certamente troppo spesso ignorato con la conseguenza che anche per queste ragioni il nostro ruolo di servitori dello Stato risulta poi manchevole e non all’altezza delle attese.
Con vera stima,
Carlo Testi
Dirigente scolastico

scuola dell'infanzia è emergenza

Scuola dell'infanzia: è emergenza. Servono risposte immediate

Comunicato stampa di Domenico Pantaleo, Segretario generale della Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL.

21/05/2013
La FLC CGIL lancia, dopo poche settimane, nuovamente l'allarme sulla scuola dell'infanzia.
In una fase di crisi è necessario che lo Stato assuma alcune priorità. La scuola dell'infanzia è una di queste. È necessario trovare risorse ad hoc per riavviare il percorso di generalizzazione.
Ma è anche importante cogliere il grido di aiuto che viene da tanti enti locali che non riescono più a garantire l'offerta pubblica comunale e chiedono di statalizzare le loro scuole. Secondo un monitoraggio effettuato su alcune regioni dalla FLC CGIL sono alcune centinaia le sezioni e a volte intere scuole che si richiede che vengano passate allo Stato. A solo titolo esemplificativo: 39 sezioni a Bologna, 5 a Parma, 105 sezioni in Toscana, piuttosto che 45 sezioni in Lombardia....
La FLC CGIL chiede quindi una risposta pubblica statale. Occorre:
  • riavviare il processo di generalizzazione. Aumentare del 10% il numero di sezioni di scuola statale attualmente funzionanti, vale a dire 2500 sezioni all'interno di un piano quinquennale che preveda l'apertura di 500 sezioni l'anno.
  • istituzionalizzare l'obbligo di frequenza del terzo anno per poi arrivare all'obbligatorietà di tutto il percorso, secondo l'idea di un segmento 3-18, come previsto dal Piano del Lavoro della CGIL.
Infine la FLC CGIL ritiene indispensabile per dare una risposta concreta anche agli enti locali, prevedere un'intesa nazionale con tutti gli attori istituzionali interessati (Stato, regioni, enti locali) che possa superare la frammentazione territoriale, per mettere in campo sinergie e risorse aggiuntive finalizzate a consolidare ed estendere questo punto di qualità del segmento istruzione.
Inoltre, la FLC CGIL in ossequio all'art. 33 della Costituzione e a fronte del dibattito che si è aperto a Bologna sull'utilizzo delle risorse pubbliche per il finanziamento alle scuole paritarie a gestione privata, nel sostenere le ragioni del Comitato art. 33, promotore del referendum consultivo di cui fa parte la stessa FLC CGIL di Bologna, ritiene che la scuola pubblica, laica, inclusiva, a partire dall'infanzia, sia bene comune e diritto indisponibile, che lo Stato e le amministrazioni pubbliche debbano garantire ai propri cittadini. La portata del referendum consultivo sul finanziamento comunale alle scuole paritarie parla all'intero Paese per dare un forte segnale di discontinuità contro i continui tagli alla scuola pubblica. Dalla grande prova di democrazia di Bologna può ripartire un'ampia mobilitazione che rivendichi dal governo e dalle amministrazioni locali la centralità delle risorse pubbliche nel garantire a tutti il diritto costituzionale all'istruzione.

SCUOLA PUBBLICA E PRIVATA: FIRMA L'APPELLO

Firma l’appello



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A chi è disposto a battersi per la scuola pubblica.
A chi ritiene che le politiche di tagli alla scuola pubblica e finanziamento a quella privata tradiscano l’articolo 33 della Costituzione nel suo spirito autentico, là dove stabilisce che: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.
A chi ritiene che solo una scuola aperta a tutti, laica, gratuita, inclusiva, moderna e di qualità possa impegnarsi a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (Art. 3).
A chi pensa che fra i banchi della scuola pubblica si gettino le basi per una cittadinanza consapevole e per il futuro del nostro paese.
Il 26 maggio a Bologna si terrà un referendum consultivo sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private, grazie alla raccolta di tredicimila firme di cittadini e cittadine che hanno chiesto di potersi esprimere su questo tema.
La cittadinanza dovrà dare un voto di indirizzo per l’amministrazione su cosa sia meglio per garantire il diritto all’istruzione dei bambini e delle bambine: continuare a erogare un milione di euro annui alle scuole paritarie private, come avviene ora, oppure utilizzare quelle risorse per le scuole comunali e statali.
La portata di questo referendum va ben oltre i confini comunali. E’ l’occasione per dare un segnale forte contro i continui tagli alla scuola pubblica e l’aumento dei fondi alle scuole paritarie private.
In Italia c’è urgente bisogno di rifinanziare e riqualificare la scuola pubblica, quella che non fa distinzioni di censo, di religione, di provenienza. Quella dove le giovani cittadine e i giovani cittadini italiani ed europei imparano la convivenza nella diversità.
Da Bologna può ripartire un movimento di cittadini che impegni le amministrazioni locali e il prossimo governo a restituire alla scuola pubblica la dignità e la qualità che le spettano.

L’alternativa è una lenta rovina fino alla fine della scuola pubblica per come l’abbiamo conosciuta.
IL 26 MAGGIO A BOLOGNA POSSIAMO FERMARE L’OFFENSIVA CONTRO LA SCUOLA PUBBLICA.
IL 26 MAGGIO A BOLOGNA POSSIAMO DARE L’ESEMPIO A TANTI ALTRI E INSIEME INIZIARE A IMMAGINARE UN AVVENIRE DIVERSO PER NOI, PER I NOSTRI FIGLI E LE NOSTRE FIGLIE.

Firme illustri:

  • Stefano Rodotà, presidente d’onore del Comitato referendario Art.33
  • Andrea Camilleri, scrittore
  • Margherita Hack, astrofisica e scrittrice
  • Salvatore Settis, Scuola Normale di Pisa, archeologo e saggista
  • Nadia Urbinati, Columbia University, New York, politologa, saggista ed editorialista de “La Repubblica”
  • Angelo Guglielmi, scrittore e giornalista, già direttore di RAI3, già assessore alla Cultura del Comune di Bologna

ANCORA CONTRIBUTI SULL'INVALSI........

FONTE: COORD DON ORIONE

invalsi, facciamogli del male (di g. caliceti)

Anche quest'anno ci sono polemiche a proposito dei famigerati test Invalsi nella scuola. Chi dice che sono indispensabili, chi dice che fanno male ai bambini e alla scuola. Io, per esempio, la penso come questi ultimi.
Vorrei porre però la questione, per una volta, in modo diverso dal solito, ponendo una semplice domanda, sia ai favorevoli che a chi non lo è. La domanda è questa: che rapporto c'è tra quello che chiedono agli studenti i test Invalsi e quello che noi insegniamo loro? O, in modo ancora più preciso: che rapporto c'è tra l'idea di scuola e di formazione che c'è dietro ai test Invalsi e l'idea di scuola che è descritta nella nostra Costituzione? Lo chiedo, perché ho la sensazione che siano idee differenti. E che i programmi e i dettati scolastici della nostra scuola di oggi - fortunatamente, per quanto mi riguarda, - non coincidono assolutamente con quelli che poi si chiede nei test agli studenti, creando una situazione di vera e propria schizofrenia e confusione non solo tra gli studenti, ma anche tra i docenti. Un esempio, ai docenti viene richiesto dalla scuola della Costituzione la promozione delle «domande aperte» agli studenti, ma l'Invalsi ha test chiusi, a crocetta. Non è richiesto allo studente di compiere analisi e sintesi rispetto a ciò che apprende, né di avere un'opinione o un minimo senso critico. I test sono pensati piuttosto, nella maggioranza dei quesiti, come domande a risposta blindata, forse in grado di accertare livelli minimi di capacità di calcolo matematico o di competenze grammaticali o sintattiche, ma senza andare oltre. Anche questa faccenda che non entrano nella valutazione di altre materie, che senso ha? Molto semplicemente: perché insegnamo ai nostri studenti tanti contenuti, se poi viene richiesto loro solo una abilità di comprensione di un solo genere di testo? E questo solo per quanto riguarda lo studio della lingua italiana, naturalmente. Alle superiori, per esempio, ore e ore sono passate a studiare la storia della letteratura italiana, ma le prove Invalsi non richiedono nulla su questo.
Dunque? Che senso ha? Inoltre, ammettiamolo, la «cultura del test» abbia nel tempo crea studenti meno capaci di esporre e di argomentare in modo coerente e corretto, sia oralmente sia per iscritto: è questo che vogliamo? Non erano forse i vecchi esami in seconda e quinta elementare?
Ancora: il nostro unico strumento di valutazione di una persona che sta crescendo è un test, non si perdono forse tutti quei segnali verbali e non verbali che lo studente ci mette a disposizione nel percorso didattico? Siamo sicuri che misurazione e valutazione sono sinonimi? Ma poi, quali sono gli obiettivi dei test? Come e quando avviene la loro restituzione a docenti, studenti, genitori degli studenti? Perché questa restituzione non è trasparente? Quali sono i livelli minimi di qualità del sistema di istruzione da garantire?
Quale modello di scuola si intende realizzare? Com'é possibile stabilire un modo chiaro per verificare se gli obiettivi siano stati raggiunti o meno? Ancora: i responsabili dell'Invalsi sono a conoscenza che in Finlandia e negli Stati Uniti, con i test, si è rilevato un calo nei risultati di apprendimento e il nascere di una sorta di concorrenza fra le scuole, in base al presunto merito? E le didattiche finalizzate ai test, oltre a compromettere o meno la libertà di insegnamento, siamo sicuri che faccia bene agli studenti?

Giuseppe Caliceti, il manifesto, 10 maggio 2013 

"professorè, chissu cu è, u so' cani?" (fanculo all'invalsi), di lisa bonica

Ogni volta che leggo articoli di questo tenore [clicca qui], penso a S., un alunno in cui mi sono imbattuta - questa è la definizione appropriata - in una scuola di frontiera, un paio di anni fa. Aveva l'abitudine di alzarsi dal suo banco, durante la lezione, e aggirarsi tra i compagni sputando loro addosso e bestemmiando contro di me, quando tentavo di riportarlo a più miti consigli. Penso di non aver sentito mai, rivolti al mio indirizzo, tanti improperi tutti messi assieme. S. aveva il padre in galera e una madre che doveva occuparsi di altri quattro figli più piccoli. Aveva i libri, vecchie edizioni abbandonate a scuola su scaffali polverosi. Credo non li avesse mai aperti. Sono riuscita a catturare per la prima volta la sua attenzione in maniera casuale. Tra le pagine della mia agenda sulla cattedra faceva capolino una foto in cui eravamo ritratti io e il mio cagnolino, un meticcio raccolto per la strada. 'Professorè, chissu cu è, u so' cani?'. Mi raccontò del suo amore sfrenato per i quattro zampe, mi disse che trascorreva interi pomeriggi a portare da mangiare ai randagi della sua zona e che lui stava bene solo con loro perché, ogni volta che lo vedevano, gli facevano le feste. Da quel giorno in poi, poco alla volta - certi giorni andava meglio, altri era un delirio -, ha deciso di starmi a sentire. Si è appassionato alla storia di Malpelo, all'asino bastonato, al colombre di Buzzati, al Belluca di Pirandello. 'Professorè, il fischio del treno assimigghia a chiddu di li piscaturi che sento ogni giorno di la mea finestra. Ci pozzu iri ci la navi in Siberia?'
Sono riuscita a insegnargli a coniugare i verbi, a distinguere nomi, pronomi e aggettivi, e qualche altra cosetta. Quando ci siamo salutati, mi ha detto: 'Ma come professorè, ci lascia come i randagi? Proprio ora che mi era diventata simpatica?' Avevamo entrambi le lacrime agli occhi.
Fanculo all'invalsi.

Lisa Bonica, 10 maggio 2013, da Facebook 

SPERIMENTAZIONELe scuole che hanno aderito al progetto VALeS a partire dall'a.s. 2012/2013 sperimentano quanto previsto dal Regolamento sul SNV. Le scuole stanno preparando in questi giorni il Rapporto di Autovalutazione. A breve l’INVALSI invierà  i nuclei esterni di valutazione per redigere il Rapporto di Valutazione e definire gli obiettivi da raggiungere. In entrambi i Rapporti e anche nella definizione degli obiettivi gli esiti delle prove INVALSI sono fondamentali. L’INVALSI verificherà in seguito se gli obiettivi saranno stati raggiunti o meno. Per il momento non è stato esplicitato cosa accadrà alle scuole che raggiungeranno gli obiettivi e soprattutto a quelle che NON li raggiungeranno. Stando a quanto Giorgio Vittadini, Daniele Checchi e Andrea Ichino hanno scritto alla fine del 2008 per conto dell’INVALSI, le prime saranno “premiate” e le seconde “punite”.

sabato 18 maggio 2013

student card per studenti universitari maceratesi

Officina Universitaria presenta la Student Card di Macerata!

macerata: laboratori sulla teoria delle intelligenze multiple


Scuola, quiz Invalsi. Proteste contro la discriminazione dei disabili

fonte: corriere della sera
Scuola, quiz Invalsi. Proteste contro la discriminazione dei disabili

 

Docenti e genitori di studenti con bisogni educativi speciali hanno avviato una raccolta firme denunciando che i quiz Invalsi sospendono i più elementari diritti di integrazione scolastica - Antonella Cignarale

Scuola, quiz Invalsi. Proteste contro la discriminazione dei disabili
Docenti e genitori di studenti con bisogni educativi speciali hanno avviato una raccolta firme denunciando che i quiz Invalsi sospendono i più elementari diritti di integrazione scolastica
Antonella Cignarale
L’Invalsi è l‘Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione che, attraverso dei test scritti nelle scuole elementari, medie e superiori, ha l’obiettivo di monitorare il livello di apprendimento degli studenti e la qualità formativa e didattica offerta dalle scuole.
Il protocollo di somministrazione è standard per tutte le scuole: prevede un test di italiano, uno di matematica e un questionario dello studente. Ogni prova va svolta in un tempo massimo a seconda del grado scolastico: 45 minuti nelle scuole elementari, un’ora e 15 minuti nelle medie e un'ora e mezza nelle superiori.
Per gli allievi con bisogni educativi speciali ci sono dei protocolli da rispettare: possono partecipare alle prove ed è ammesso l’uso di sistemi dispensativi, purché non modifichino in alcun modo le condizioni di somministrazione per sé e per gli altri alunni. Non è possibile dunque la lettura ad alta voce né la presenza dell'insegnante di sostegno, a meno che l'alunno con gravi disabilità o con disturbi specifici di apprendimento non venga allontanato fisicamente dal resto della sua classe.
In più è prevista la segnalazione del codice di disabilità, in modo da considerare separatamente la valutazione dei test e non inserirla nella statistica dei risultati del resto dei compagni.
Secondo quanto cita la legge 104 del 1992, che tutela l’integrazione sociale e i diritti delle persone disabili, “la Repubblica ne promuove la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nella società e nel lavoro…e predispone interventi volti a superare stati di emarginazione e di esclusione sociale della persona handicappata».
Partendo da questo, genitori, docenti e membri del Cesp, Centro Studi per la scuola pubblica, hanno avviato una raccolta firme denunciando la sospensione dei più elementari diritti di integrazione scolastica. Secondo una docente di sostegno, «l’istituto Invalsi vuole fotografare la realtà della scuola italiana, ma da questa foto escono tanti buchi perché gli oltre duecento mila alunni disabili non vengono considerati. È grave perché la scuola pubblica punta all’inclusività, mentre così si rischia di discriminarli senza esclusione di colpi”.

ANCONA. valutazione: per condividere o dominare?


martedì 14 maggio 2013

Così i quiz INVALSI disorientano i bambini

Così i quiz INVALSI disorientano i bambini

Domande confuse nei test per gli alunni delle elementari

13/05/2013
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Il Messaggero
Infuriano le polemiche sui test Invalsi e chi li difende usa un argomento perentorio: i critici sono insegnanti corporativi che si oppongono alla “valutazione oggettiva” per fare il comodo proprio. Vi sono persone del genere (come in ogni campo), ma molti si oppongono guardando al merito, su cui i paladini dei test sono elusivi. Proviamo a vedere su esempi cosa si sta confezionando per valutare i nostri bambini.
IL METRO
Un insegnante mi invia, con commenti pertinenti, due test di matematica recentemente “somministrati”. Nel test D2 si propone in modo obliquo di effettuare la sottrazione 150 – 40 attraverso il calcolo dell’altezza di una bambina. Vi sono tanti modi di proporre una sottrazione ma questo è il più bizzarro di tutti. Provate a chiedere a un bambino intelligente. La prima cosa che vi dirà – «con quella chiarezza e profondità di pensiero che solo i bambini piccoli possono avere, i bambini o i grandi filosofi il cui vigore speculativo si apparenta alla semplicità e alla forza del sentimento infantile» (Vasilij Grossmann in “Vita e destino”) – è: dove mai si è visto un metro simile? Non solo è scomodo, ma è innaturale, perché si cresce dal basso verso l’alto. Inoltre, se proprio si vuol procedere dall’alto al basso, basta applicare alla testa della bambina un metro a striscia e stenderlo in giù. Si dirà che l’intento è di provocare un calcolo in un “modello” astratto di una situazione reale. Ma così si presuppone un concetto difficile, che è alla base del delicato rapporto tra geometria e aritmetica: che i numeri si rappresentano sulla retta in modo equivalente in un verso o nell’altro, e che la scelta del punto di origine è arbitraria. Chi ha ideato il test propone al bambino un calcolo aritmetico attraverso una situazione concreta irrealistica costruita su concetti formali non esplicitati. Chi è costui? Una persona dalle idee didatticamente confuse o un sadico, che pensa la matematica come un’enigmistica a trappole?
LE PALLINE
Nel test D19 l’approccio è rovesciato. Invece di provocare il bambino con concetti formali impliciti, ci si inchina all’immagine di un essere puramente intuitivo, incapace di astrazione. Il test vuole individuare se il bambino ha chiara l’idea di probabilità e la traduce in quella di “facile”. Commenta giustamente l’insegnante che chi ha ideato il test rivela la sua incompetenza matematica – la parola “facile” in matematica è priva di significato – e linguistica: perché mai un bambino di 7 anni dovrebbe considerare sinonimi “facile” e “probabile”? È noto che nel linguaggio comune si usa dire: «È facile che piova». Ma ciò non ha nulla a che vedere con il concetto quantitativo di probabilità che è notoriamente molto più ristretto di quelli analoghi del senso comune. Questo è un test di matematica, ma di matematica non c’è nulla, bensì una confusione che allontana dalla comprensione del concetto matematico, anche perché il disegno è sbagliato: le palline nere e bianche sono a gruppi separati, mentre una corretta valutazione di probabilità richiede che siano mescolate. Un bambino dotato della profondità di pensiero di cui si diceva, e che abbia visto in televisione che, al lotto, prima di estrarre le palline si agita l’urna, penserà che vi sia qualcosa dietro questa separazione e che la domanda contenga un trabocchetto. Nonostante si muovano in direzioni opposte questi test hanno un tratto comune: un’idea di “bambino” preconfezionata da ideologie tecnocratiche.
L’ASTRAZIONE
È un bambino astratto, visto nella pura attività di apprendimento formalizzata in queste ideologie. È un po’ come in economia l’homo oeconomicus, l’uomo considerato astrattamente nella mera funzione di produzione e scambio di merci: il puer discens, il “bambino apprendente”. Inutile dire che queste astrazioni non funzionano, né in economia né nell’insegnamento. È con simili test che l’Invalsi pretende di conseguire una valutazione “rigorosa” e “oggettiva” degli apprendimenti in quanto ente valutatore del sistema? Ogni commento è superfluo, salvo la conferma che nulla può sostituire la funzione, educativa e valutativa, di un buon insegnante. Tante cose si possono fare in classe, anche proporre problemi a trabocchetto, ma in un processo didattico basato sul dialogo, non sottoponendo il bambino a test che generano una profonda antipatia per la matematica.
LA VALUTAZIONE
E la valutazione? Certo, gli insegnanti debbono migliorare e farsi valutare. Ma a questo non servono test sui loro allievi, bensì processi di formazione e valutazione in ingresso e in servizio, costruiti (con l’ausilio di commissioni ispettive) entro la “comunità educante” (in collaborazione tra scuola e università) e non affidati al controllo incontrollato di enti burocratici di stato.
Giorgio Israel
 

annullati i residui aittivi delle scuole

Il MEF cancella di fatto i residui attivi delle scuole

La circolare n. 17 del MEF mette una pietra tombale sui residui attivi che le scuole vantano nei confronti del Miur. Si tratta di una quantità ingente di denaro (non meno di mezzo miliardo di euro) che le scuole ha anticipato e che quasi certamente verrà cancellata dai bilanci delle istituzioni scolastiche.

22/04/2013
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La Tecnica della Scuola
Con la circolare n. 17 del 18 aprile il Ministero dell’Economia ha deciso di fatto che i residui attivi che le scuole vantano nei confronti del Ministero dell’Istruzione si devono intendere sostanzialmente radiati dai bilanci delle Istituzioni scolastiche.
In altre parole le scuole che hanno pagato con proprie risorse spese che avrebbero dovute essere coperte con fondi statali non avranno diritto di ricevere alcun “rimborso”.
Come dire che le scuole “virtuose” che hanno gestito bene e con oculatezza i propri bilanci saranno castigate.
Saranno invece di fatto premiate proprio quelle scuole che non hanno pagato tempestivamente forniture e prestazioni professionali in quanto a queste ultime verranno accreditati i fondi necessari.
In realtà la circolare si è resa necessaria per fornire indicazioni su come applicare nella scuola le norme del D.L. 35/2013 che prevede il pagamento in tempi certi delle forniture esterne.
Anche il Miur è intervenuto sulla questione con una propria nota esplicativa precisando che la rilevazione non riguarda i pagamenti verso il personale.
Questo significa che le scuole che devono ancora liquidare compensi al proprio personale per supplenze, commissioni d’esame e per altre attività svolte negli anni passati dovranno attendere ancora.
Ma l’aspetto più grave della circolare del MEF riguarda il silenzio assoluto sulla vicenda dei residui attivi cioè su quelle somme che il Ministero aveva a suo tempo “promesso” alle istituzioni scolastiche e che non sono mai state erogate.
Secondo un calcolo approssimativo i residui attivi che le scuole vantano nei confronti del Miur superano sicuramente il mezzo miliardo di euro. Si tratta per lo più di fondi relativi agli anni finanziari tra il 2006 e il 2009 che dovevano servire per pagare supplenze e compensi accessori al personale docente e Ata. All’epoca, la stragrande maggioranza delle scuole aveva sopperito utilizzando risorse proprie (risparmi derivanti da una parsimoniosa gestione dei fondi per il funzionamento amministrativo e didattico, contributi delle famiglie, contributi degli Enti Locali).
Adesso a queste stesse scuole MEF e Miur e mandano un messaggio chiaro:
“Se avete pagato senza che noi vi mandassimo i fondi, è perché avevate la cassa piena. Quindi non vi daremo più nulla”.
La buona educazione avrebbe voluto che un messaggio del genere si chiudesse almeno con un “grazie”. Ma di questi tempi chi lavora nella scuola sa bene che questa parola è ormai scomparsa dal lessico degli uffici minsiteriali.

ancora informazioni sull'invalsi: modalità, significato e costi

fonte: vivalascuola

Vivalascuola. Valutazione come?


Il 7 maggio iniziano le prove Invalsi, diventate il perno del sistema di valutazione della scuola italiana. Si concluderanno il 17 giugno con l’esame di Stato delle classi III della scuola secondaria di I grado. Nel 2015 approderanno agli esami di Stato come prova per le classi quinte della scuola secondaria di II grado. Anzi l’Invalsi propone di cambiare l’esame di Stato in funzione delle prove da esso somministrate. L’Unione degli Studenti annuncia il boicottaggio. Uno sciopero nelle giornate di inizio delle prove è stato indetto da Cobas, Cub, Unicobas, Usb. La Flc Cgil chiede al nuovo ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza di rivedere il regolamento sul sistema di valutazione “troppo centrato sui test Invalsi“. Contrari anche Anief e Gilda. In questa puntata di vivalascuola Marina Boscaino e Carlo Salmaso analizzano il Regolamento sulla valutazione e il sistema Invalsi.

Valutare: come e perché?

di Marina Boscaino
Ecco uno stralcio dell’intervista che qualche giorno fa Il Sussidiario.net ha fatto a Luciano Canfora:
Qual è la prima urgenza della scuola italiana? Cancellare la riforma Gelmini, ripristinare il numero di docenti necessario, rendere le classi più piccole e più umane, e – se non è utopia – rendere più dignitoso il salario dei docenti.

Qual è la sua obiezione principale alla riforma Gelmini, professore? La cosa più ignobile è stata quella di eliminare i docenti di sostegno, accorpare le classi, accorpare le scuole, costringendo i presidi ad andare da una scuola all’altra, quella di cui sono titolari e quella di cui hanno la reggenza. Sul piano dei programmi la cosa più irritante è aver cancellato di fatto sia l’insegnamento della storia che della geografia nelle classi fondamentali che una volta si chiamavano quarta e quinta ginnasio. È stato un provvedimento stupido perché la geografia è forse la disciplina più importante per chi non voglia vivere rinserrato nella sua dimora ma comprendere il mondo in cui si trova.
Siamo ormai vicini, come ogni anno, alle rilevazioni Invalsi sull’apprendimento degli studenti. Cosa si sente di dire in proposito? Le prove Invalsi sono una mostruosità, una cosa senza alcun senso, che può servire se mai a premiare chi è dotato di un po’ di memoria più degli altri, non chi ha spirito critico. Poiché la scuola dovrebbe essenzialmente far nascere lo spirito critico, la miglior cosa sarebbe eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati.
* * *
Riforma Gelmini e test Invalsi: ecco i due principali nemici della scuola italiana. Sull’emergenza di questi ultimi, però, rischiamo di dimenticare che un’insidia superiore (informata agli stessi principi e alle stesse carenze che il professor Canfora lamenta rispetto agli imminenti test) minaccia la scuola italiana: il regolamento sul Sistema nazionale di Valutazione.
Per capire cosa abbia reso possibile l’approvazione di questo regolamento, dobbiamo tornare indietro di circa un anno.
Il 24 agosto 2012 il CdM licenzia uno schema di Dpr contenete il regolamento istitutivo del Sistema Nazionale di Valutazione. La bozza, grosso modo, non si discostava di molto dal testo che sarebbe stato approvato l’8 marzo; il testo che diventerà definitivo, casomai, – insistendo sulla valorizzazione dell’autovalutazione – affida al SNV, oltre alla valutazione dei dirigenti scolastici, del sistema educativo di istruzione, degli apprendimenti e delle competenze degli studenti, anche la valutazione delle scuole. Il principale strumento di valutazione è configurato da un’unica tipologia di test, a cura dell’Invalsi.
Esattamente 3 mesi dopo, il Cnpi dà parere negativo:
“[il regolamento] appare segnato da una redazione eccessivamente generica ed affrettata che rende la bozza in esame al di sotto delle esigenze maturate sul versante di questo delicato problema”.
Il 20 dicembre 2012 il Consiglio di Stato si esprime in maniera favorevole, ma sollevando una serie di obiezioni che il testo presentato alle Commissioni non rileverà. Il 23 gennaio – a meno di un mese dalle elezioni politiche, con l’esecutivo di fatto scaduto e impegnato nel “disbrigo degli affari correnti” – si chiedono i pareri delle Commissioni.
L’8 marzo, come si diceva, 2 settimane dopo le elezioni che hanno cambiato completamente il volto del nostro Parlamento e portato ad una lunga fase di stallo, dalla quale – apparentemente – siamo appena usciti, viene approvato in Consiglio dei Ministri in via definitiva il regolamento relativo all’istituzione e la disciplina del S.N.V in materia di istruzione e formazione, per le scuole del sistema pubblico nazionale di istruzione e le istituzioni formative accreditate dalle Regioni. Il sistema si configura a “tre gambe” (Invalsi, Indire, corpo ispettivo), con il primo ente investito di un ruolo assolutamente prioritario e determinante. Nel testo approvato, al netto di qualche aggiustamento, non ci si preoccupa di raccogliere le critiche del Cnpi, né fa cenno alle indicazioni espresse dal Consiglio di Stato.
Uno dei leitmotiv che hanno accompagnato – dal dpr 275/99 ad oggi – la scomposta strategia italiana sulla valutazione, è che la scuola rifiuti categoricamente ogni intervento valutativo. La “vulgata” neoliberista, allo stesso modo di quella di un incauto uomo della strada, pensa che tali proteste siano state animate da un acritico rifiuto da parte del mondo della scuola (desideroso di conservare – sic! – i propri presunti privilegi) di qualsiasi forma di valutazione. Dal tentativo di rimanere – come ci ha accusati di essere il premier uscente – corporativi e impuniti.
Non è così. Dieci associazioni hanno pubblicato il documento “La valutazione: un impegno condiviso”, che prevede una proposta alternativa all’articolazione non solo del regolamento approvato, ma all’approccio che – governo dopo governo, in maniera più o meno acuta e allarmante – è stato imposto a questo tema.
Il percorso della valutazione nel nostro Paese, nonostante i numerosi richiami al mantra “ce lo chiede l’Europa”, è stato molto lontano e differente da quello dei Paesi europei che, almeno dagli anni ’80, studiano e investono su questo tema, individuando in esso uno degli istrumenti principali per determinare interventi e cambiamenti migliorativi nei propri sistemi scolastici.
L’introduzione in Italia della valutazione degli apprendimenti degli studenti risale al Ministro Moratti (D. lvo 286/2004). La sua applicazione ha creato fin da subito molte polemiche, per il piglio punitivo nei confronti delle scuole che il ministro seppe imprimere a quel testo.
Il ministro Fioroni nel 2007 inserisce i test Invalsi di lingua e matematica nell’esame di Stato di terza media, ma prevede una valutazione di sistema a campione. Il tormentone “valutazione”, indissolubilmente legato, dal 2008, alle indicazioni contenute di un documento di Checchi, Ichino e Vittadini (i guru della meritevolissima Gelmini), improntato a suggestioni cielline, neoliberiste e confindustriali, propone di imporre a tutti gli studenti (su base censuaria e non a campione) la somministrazione di test (si noti che molti Paesi – quelli ai quali si dichiara di volersi ispirare – stanno retrocedendo rispetto alla quiz-mania dilagante degli ultimi lustri) anche per costruire un’anagrafe degli studenti, che li segua nel loro percorso scolastico; sul fronte degli insegnanti, l’efficacia dell’azione pedagogica così rilevata viene legata alla premialità economica (sic!). Il documento non esclude interventi drastici sulle scuole non produttive. Cade il principio della valutazione di contesto; viene messa in discussione la competenza primaria dei docenti sulla valutazione in nome di una presunta oggettività dei test; vengono inseriti nel mansionario dei docenti voci non contrattualizzate; si scavalcano presupposti determinanti per l’impianto didattico-pedagogico della scuola italiana. Per giunta l’affidatario dell’elaborazione e della rilevazione dei testl’Invalsi – è un istituto alle dirette dipendenze del Ministro, controllato da commissari straordinari e da un comitato di indirizzo fin dall’inizio in orbita CL.
Seguono tre anni di introduzione surrettizia dei test Invalsi e le proteste, che molti ricorderanno, di genitori, studenti e docenti.
Il governo Monti nomina sottosegretario all’istruzione con delega alla valutazione a Elena Ugolini, dirigente del Liceo privato Malpighi di Bologna, che conferma la regolarità dell’intervento ciellino su questo tema strategico.
Per superare le contestazioni e le “beghe” giuridico-contrattuali nel decreto semplificazioni del 9/02/12 viene introdotto l’art. 51 che prevede:
2. Le istituzioni scolastiche partecipano, come attività ordinaria d’istituto, alle rilevazioni nazionali degli apprendimenti degli studenti, di cui all’articolo 1, comma 5, del decreto-legge 7 settembre 2007, n. 147, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 ottobre 2007, n. 176.
Viene promosso dal basso un emendamento – che raccoglie più di 6.000 adesioni in un mese – che vincola le rilevazioni a campioni e non a tutta la popolazione scolastica; e la somministrazione delle prove stesse alla formazione di adeguati rilevatori esterni, nel rispetto del grado di scuola e dei criteri di rappresentatività del campione.
La bozza del Consiglio dei Ministri emanata il seguente 24 agosto (contenente il regolamento sul Sistema Nazionale di Valutazione), sconfessa l’emendamento (trasformato in OdG) e ripropone il modello del 2008: tutto il potere al ministro e all’Invalsi, scuole oggetto di valutazione e non protagoniste, test obbligatori per studenti e scuole.
Il testo approvato in marzo attribuisce al ministro di turno il potere di definire le strategie educative e, attraverso l’Invalsi, «gli indicatori di efficienza e di efficacia in base ai quali si individuano le istituzioni scolastiche e formative da sottoporre valutazione esterna».
All’Invalsi (un organismo non autonomo, ma direttamente dipendente dal ministero) viene attribuito un ruolo spropositato: controllare tutto il sistema, addirittura «curare la selezione, la formazione dell’elenco degli esperti dei nuclei della valutazione esterna e pure quella degli ispettori», con modalità discrezionali e senza alcuna previsione di un concorso pubblico. Persino i protocolli di autovalutazione dei singoli istituti sarebbero dettati da Invalsi.
L’autonomia scolastica, costituzionalmente sancita, continua ad essere sotto attacco: la scuola deve invece essere restituita alla sua funzione di istituzione dello Stato (come la magistratura), che persegue fini di interesse generale e sottratta alla funzione di servizio che le scelte politiche ed amministrative le hanno attribuito dal ’93 ad oggi.
Il giro di vite che Profumo ha tentato su Invalsi, così come su Anvur, è inaccettabile. È bene che docenti e studenti siano consapevoli del rischio che stiamo correndo. Sarebbe auspicabile una presa di posizione inequivocabile da parte di Carrozza, il nuovo ministro dell’Istruzione. Se tutto andasse secondo la volontà dell’ex ministro “tecnico” – si determinerebbero condizioni tali da annullare anni di mobilitazione ed impegno. E – soprattutto – c’è la necessità di affrontare un tema così importante partendo dalle proposte operative concrete del mondo della scuola.
Un’operazione così ambiziosa come la determinazione di un Sistema di Valutazione Nazionale non può essere realizzata né a costo zero, né – soprattutto – come un elemento alieno, sottratto a qualsiasi discussione e confronto. Come la pdl 953 – l’ex Aprea – anche questo provvedimento configura l’ambiguità con cui l’autonomia scolastica è stata interpretata negli ormai tanti anni di mala gestione della scuola: come nella proposta di legge il CNPI – vertice degli organi collegiali – è presieduto dal ministro di turno, così in questo regolamento ogni passaggio della valutazione è orientato, gestito, controllato dall’Invalsi, che dipende dal Miur.
Non è questa l’autonomia scolastica che la nostra Costituzione esplicitamente prevede, attraverso quell’intenzionale sottrazione delle nostre attività all’ingerenza di qualsiasi ministro di turno che si chiama libertà di insegnamento.
* * *
Due o tre cose da sapere sull’Invalsi
di Carlo Salmaso
Qual è il ruolo dell’Invalsi
Con uno scarno comunicato emesso dal MIUR l’8 marzo siamo stati informati che il Consiglio dei Ministri “ha approvato su proposta del Ministro dell’istruzione, università e ricerca, in via definitiva, il Regolamento che istituisce e disciplina il Sistema Nazionale di Valutazione delle scuole pubbliche e delle istituzioni formative accreditate dalle Regioni”.
Lo stesso comunicato sottolinea che “il S.N.V. si impianta sull’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione e formazione) che predispone tutti gli adempimenti necessari per l’autovalutazione e la valutazione esterna delle scuole”.
E’ quindi lo stesso Ministero ad affermare che tutto il Servizio Nazionale di Valutazione è “impiantato” sull’Invalsi; al di là della terminologia poco felice, di certo l’effetto immaginifico è quello di rendere tutti pienamente consapevoli di quella che sarà la reale importanza di tale ente nel nuovo procedimento di valutazione.
Il compito ad esso deputato può essere così riassunto:
1. assicurare il coordinamento funzionale dell’SNV;
2. proporre protocolli di valutazione e il programma delle visite alle istituzioni scolastiche da parte dei nuclei di valutazione esterna;
3. definire gli indicatori di efficienza e di efficacia per l’individuazione delle istituzioni scolastiche e formative che necessitano di supporto e da sottoporre prioritariamente a valutazione esterna;
4. mettere a disposizione delle singole strutture scolastiche e formative strumenti per la realizzazione delle azioni legate alla valutazione;
5. definire gli indicatori per la valutazione dei dirigenti scolastici;
6. curare la selezione, formazione l’inserimento degli ispettori esterni;
7. redigere un periodico rapporto sul sistema scolastico formativo;
8. partecipare alle indagini internazionali in materia di valutazione.
Complessivamente, un ruolo che anche secondo il CNPI è “decisamente forte, impegnativo, impensabile senza un processo di ristrutturazione dell’Ente e delle sue risorse (di cui, nella bozza, non vi sono tracce)”.
Di cosa sia l’Invalsi, di come lavori, di cosa esattamente siano le prove che predispone, in realtà la maggior parte degli insegnanti ha poca contezza.
Infatti quelli che risultano coinvolti nelle rilevazioni (i docenti di Italiano e Matematica) sono un’esigua minoranza della totalità del corpo docente: possiamo stimare con buona approssimazione circa il 25-30% degli insegnanti della scuola primaria, circa il 12-15% della secondaria di primo grado, circa il 9-12% della secondaria di secondo grado, in base alla composizione dei consigli di classe nei vari ordini scolastici.
Ma se è sull’Invasi che il nostro futuro di docenti e studenti dovrà essere “impiantato”, forse potrebbe essere utile sapere qualcosa in più su cosa è e come funziona questo soggetto.
Premessa n° 1: in che modo condurre un’indagine statistica?
In statistica una rilevazione si dice campionaria quando è utile per fare inferenza, ossia per desumere dal campione stesso un’informazione relativa all’intera popolazione.
campione1Le indagini censuarie, al contrario, riguardano l’intera popolazione e pur essendo più affidabili riguardo al parametro oggetto d’indagine soffrono di:
maggiori costi
tempi più lunghi
minore accuratezza e minori risorse concentrate sul controllo della qualità della rilevazione (quello che si guadagna in estensione si perde in profondità).
Quindi mentre l’indagine censuaria fornisce il valore vero dei parametri di interesse (proporzioni, percentuali, medie, totali,…) quella campionaria restituisce una sua stima al quale è associato un certo grado di fiducia (ovvero un’incertezza) quantificabile quando la formazione del campione risponde a determinati criteri di tipo probabilistico.
Il campionamento si usa quando si vuole conoscere uno o più parametri di una popolazione, senza doverne analizzare ogni elemento: questo per motivi di costi intesi in termini monetari, di tempo, di qualità o di disagio o perché analizzare un elemento lo distrugge rendendo inutilizzabile l’informazione ottenuta.
Premessa n° 2: ma la Scuola Italiana a quante valutazioni esterne è sottoposta?
Capita spesso che chi si riempie la bocca di valutazioni e/o misurazioni sia completamente all’oscuro di quella che è attualmente la situazione nei vari livelli della nostra scuola rispetto a questo argomento.
Infatti (vedi tabella n° 1) ogni segmento scolastico è quasi avvolto da una fitta rete in cui tre diversi enti esterni monitorano gli apprendimenti dei nostri alunni.
tabella 1TABELLA n° 1. N.B.: in giallo gli anni in cui si devono anche certificare le competenze
Ma cosa sono e cosa si prefiggono queste indagini?
Ritengo importante richiamare come ogni ente si auto presenta, quindi di seguito vi propongo le indicazioni che potete trovare nei rispettivi siti (fra parentesi l’anno in cui si è svolta l’ultima edizione dell’indagine)
IEA – TIMSS (2011)
L’indagine TIMSS 2011 (Trends in International Mathematics and Science Study), è il quinto ciclo di una ricerca internazionale promossa dalla IEA (International Association for the Evaluation of Educational Assessment) e analizza il rendimento degli studenti in Matematica e Scienze in oltre 60 Paesi. L’indagine TIMSS misura la performance degli studenti relativamente alla IV classe della scuola primaria e III secondaria di I grado e monitora l’implementazione dei curricoli scolastici nei Paesi partecipanti all’indagine.
Condotto ogni quattro anni, il TIMSS fornisce anche informazioni circa il progresso degli studenti attraverso i gradi di istruzione; infatti, la coorte di studenti valutata in quarta primaria in un ciclo TIMSS raggiunge la terza secondaria di primo grado il ciclo dopo (ad es. gli studenti che frequentavano la quarta classe primaria nel 2007 frequenteranno la terza secondaria nel 2011).
IEA – PIRLS (2011)
Lo studio IEA PIRLS 2011 – Progress in International Reading Literacy Study – è una delle indagini internazionali, promosse dalla International Association for the Evaluation of Educational Assessment (IEA).
Il PIRLS è una ricerca periodica, ripetuta ogni cinque anni, che ha come principale obiettivo la valutazione comparativa delle competenze di lettura dei bambini al quarto anno di scolarità e di età compresa tra i nove e i dieci anni.
Il quarto anno di scolarità è considerato un importante punto di transizione nello sviluppo dei bambini come lettori. Infatti, è in questo momento che, tipicamente gli studenti hanno imparato a leggere e iniziano a leggere per imparare.
IEA – TIMSS Advanced (2008)
L’indagine IEA TIMSS 2008 Advanced (Trends in International Mathematics and Science Study) è un progetto internazionale finalizzato alla valutazione delle prestazioni degli studenti, relative all’ultimo anno di scolarità (classe V della scuola secondaria di secondo grado), per gli indirizzi specialistici in matematica e fisica.
La valutazione sulla matematica avanzata è relativa all’algebra (numeri complessi, serie, equazioni, ecc.), al calcolo (limiti, derivate, integrali, funzione esponenziale, ecc.) ed alla geometria analitica. La valutazione sulla fisica è relativa alla meccanica, elettricità e magnetismo, calore e temperatura e fisica atomica e nucleare. Tutti gli argomenti oggetto di indagine sono quelli trattati nei curricola nazionali dei licei scientifici e degli istituti tecnici industriali.
Le prove prevedono l’utilizzo di fascicoli con item a risposta multipla ed a risposta aperta; quattro fascicoli differenti sono previsti per la matematica, e quattro fascicoli differenti per la fisica.
Il campione rappresentativo per la maggior parte dei paesi coinvolgerà un minimo di 120 scuole e di circa 2.000 allievi per ogni disciplina.
OCSE – PISA (2012)
PISA è un’indagine comparativa internazionale che si svolge ogni tre anni.
Il suo obiettivo principale è quello di valutare in che misura gli studenti che si approssimano alla fine dell’istruzione obbligatoria (i quindicenni) abbiano acquisito alcune competenze ritenute essenziali per una consapevole partecipazione nella società.
Le competenze valutate sono riferite a tre ambiti di literacy: lettura, matematica e scienze.
In ogni edizione uno di questi, a rotazione, costituisce l’ambito di rilevazione principale: ad esso si dedica una particolare attenzione ed è riservato uno spazio maggiore nei questionari cognitivi somministrati agli studenti (vedi tabella n° 2)
Valutare le competenze significa andare oltre la mera constatazione della capacità degli studenti di riprodurre le conoscenze ed esaminare, piuttosto, se essi sono in grado di utilizzare quanto appreso e di applicarlo anche a situazioni non familiari, diverse da quelle usualmente proposte a scuola
Sono rappresentati i Licei, gli Istituti Tecnici, gli Istituti Professionali e la Formazione Professionale. Per quest’ultima, tuttavia, è stato possibile ottenere i dati di popolazione solamente da alcune regioni. Sono inoltre presenti le Scuole secondarie di I grado in quanto una piccola percentuale di quindicenni risulta frequentare tali scuole; trattandosi di un numero esiguo di studenti, i dati relativi sono riportati nelle tabelle allegate ma non commentati nel testo.
Il tipo di operazione richiesta agli studenti dalle domande della prova può essere così sintetizzata:
  • trovare informazioni nel testo
  • ricostruirne il significato integrandole ed interpretandole
  • riflettere sul testo e valutarlo
Nel 2000 l’Italia partecipa solo come paese, nel 2003 chiedono di partecipare anche disaggregate 6 regioni, nel 2006 12 regioni, dal 2009 tutte.
Come in ogni ciclo di PISA, la popolazione oggetto di indagine è quella degli studenti quindicenni; in ciascuna scuola coinvolta sono campionati fino a un massimo di 43 studenti.
tabella 2TABELLA n° 2
Questionari somministrati
questionario studente
questionario scuola: i dirigenti delle scuole rispondono a un questionario che rileva informazioni sull’insieme degli studenti iscritti, sull’organizzazione dell’istituto e sulle sue risorse.
questionario genitore: viene distribuito agli studenti che lo portano a casa per la compilazione da parte dei genitori; indaga sul contesto familiare, sugli atteggiamenti e i comportamenti dei genitori nei confronti dell’istruzione in generale
INVALSI (2012)
Art. 1, c.5, Legge 25 ottobre 2007, n. 176: dall’anno scolastico 2007/08 il Ministro della Pubblica Istruzione fissa con direttiva annuale gli obiettivi della valutazione esterna condotta dal Servizio nazionale di valutazione in relazione al sistema scolastico e ai livelli di apprendimento degli studenti per effettuare verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti, di norma, alla classe seconda e quinta della scuola primaria, alla prima e terza classe della scuola secondaria di I grado e alla seconda e alla quinta classe del secondo ciclo (…).
L’INVALSI ritiene che la finalità ultima della misurazione degli apprendimenti risieda nel fornire alle singole scuole uno strumento di diagnosi per migliorare il proprio lavoro.
L’Invalsi è un ente autonomo?
I documenti di riferimento per rispondere a questa (pleonastica) domanda sono:
Il D.Leg. 286 del 19-11-2004 che istituisce l’Invalsi a norma degli articoli 1 e 3 della Legge 53 del 2003 (riforma Moratti); in questo decreto agli articoli 5 e 6 era stabilito che “Il Presidente …è nominato con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Istruzione” e che “Il Comitato direttivo è composto dal Presidente e da sei membri… nominati dal Ministro, di cui uno designato dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali e due dal Presidente della Conferenza Stato-Regioni”.
Con il Decreto n. 11 del 2-9-2011 viene disciplinato lo Statuto dell’ente; all’articolo 8 possiamo leggere che “Il Presidente e il Consiglio di amministrazione sono selezionati con le procedure previste dall’articolo 11 del decreto legislativo 31 dicembre 2009 n. 213.”
In questa specie di gioco di scatole cinesi inserite una dentro l’altra scopriamo che:
Ai fini della nomina dei presidenti e dei membri del consiglio di amministrazione di designazione governativa, con decreto del Ministro e’ nominato un comitato di selezione…..
Il comitato di selezione agisce nel rispetto degli indirizzi stabiliti dal Ministro…. Il comitato di selezione fissa… le modalità e i termini per la presentazione delle candidature e…propone al Ministro: a) cinque nominativi per la carica di presidente; b) tre nominativi per la carica di consigliere.
Nei consigli di amministrazione composti da tre consiglieri, due componenti, incluso il presidente, sono individuati dal Ministro.
In sostanza quindi, sia fino al 2011 in base al Decreto Legislativo 19 novembre 2004, n. 286, sia dopo, in base al nuovo Statuto dell’Invalsi, tutto lo “Stato Maggiore” dell’Istituto viene nominato ed è alle strette dipendenze del Ministro di turno.
Detto più semplicemente, fin dalla sua istituzione l’Invalsi non è mai stato un ente autonomo, ma sempre alle dirette dipendenze del Ministro e pertanto non esente da direttive invasive del proprio operato, del quale solo al Miur deve rispondere.
I test Invalsi sono anonimi?
Per provare a dare una risposta a questa domanda, vi popongo alcuni estratti del Manuale dati di contesto dell’Invalsi per le segreterie delle scuole, edizione 2011.
Il codice alunno (codice SIDI) è un codice univoco assegnato dal sistema SIDI del MIUR a ciascun allievo presente nell’Anagrafe Nazionale degli Alunni.
L’inserimento del codice alunno (codice SIDI) è molto importante poiché consentirà già dall’anno prossimo alle segreterie di evitare di inserire nel sistema INVALSI i dati trasmessi a partire da questo anno scolastico.
La maschera per l’inserimento delle informazioni di contesto consente alle segreterie di riutilizzare, anche nei prossimi anni scolastici, le informazioni già inserite.
La maschera permette di visualizzare e stampare l’Elenco Studenti da fornire, senza doverlo riscrivere, al somministratore della prova. Il predetto elenco è molto importante poiché contiene la corrispondenza univoca tra il codice INVALSI, il nome e il cognome dello studente e il codice allievo SIDI. In questo modo è possibile associare i fascicoli delle prove degli allievi alle loro informazioni di contesto. L’associazione delle predette informazioni (Nome, Cognome, Codice INVALSI e codice SIDI) rimane nota alla scuola.
Terminato l’inserimento dei dati di tutti gli studenti della classe è necessario creare una copia di tali dati per l’invio all’INVALSI. Tale copia si ottiene facendo clic sulla voce Crea Copia per l’INVALSI. Tale file contiene tutte le informazioni inserite tramite la finestra a eccezione del nome e del cognome dello studente.
(qui trovate il documento integrale
Quindi, se proprio vogliamo, i test non hanno nome e cognome solo per l’Invalsi (ma hanno il codice SIDI che segue l’alunno nella sua vita scolastica…, altrimenti come potrebbero fare le loro “misurazioni” sul valore aggiunto?)
Ma per ogni scuola identificare (con tanto di nome e cognome) ciascun alunno è possibilissimo (che poi si faccia poco, ma non so ancora per quanto, è un’altra storia!).
Allego qui un’immagine della maschera su cui lavora la segreteria quando introduce i dati che bene esemplifica quali sono le associazioni: nome e cognome, codice Invalsi, codice SIDI.
Da segnalare che nella stessa maschera compaiono anche tutte le informazioni cosiddette di contesto, ricavate dai dati già in possesso delle scuole, dai questionari alunno e/o genitore che vengono proposti nei vari ordini di scuola.
Tutto questo non per pignoleria, ma perché penso sia giusto mettere in evidenza che di anonimo (soprattutto se pensiamo a come potrebbero evolvere le cose..) c’è veramente poco!
scheda studente segreteria
Mi permetto di aggiungere un’ultima riflessione: un altro aspetto piuttosto controverso è legato all’utilizzo delle prove somministrate da parte degli insegnanti interni alle singole istituzioni scolastiche.
Ancora una volta mi appoggio alle pubblicazioni ufficiali dell’Invalsi; nel manuale del somministratore a pagina 12 si trovano le seguenti indicazioni:
Durante la somministrazione
Il somministratore deve attenersi alle seguenti norme generali durante la somministrazione delle prove:
  • far sedere ordinatamente gli alunni nei banchi appositamente predisposti;
  • spiegare agli alunni che debbono cercare di impegnarsi a fare il meglio possibile e che non debbono in nessun modo cercar di copiare o suggerire le risposte, dicendo loro, se ritenuto opportuno, che non verrà dato alcun voto per lo svolgimento della prova.
Per capire come funzionano invece le cose nella realtà vi propongo un estratto da un articolo comparso nel sito Skuola.net durante le prove dello scorso anno scolastico:
IL PROF METTE IL VOTO – Dopo le polemiche di questi giorni sulle prove Invalsi e dopo le segnalazioni arrivate ai Cobas di irregolarità durante la somministrazione dei test alle elementari, Skuola.net, con un sondaggio, ha indagato su quali sono state le anomalie più frequenti – se ci sono state – riscontrate dagli studenti durante la somministrazione dei test. Arriva quasi al 30% la quota di coloro che si sono visti prendere nota del codice del test da parte del professore che poi assegnerà loro un voto sul registro.
Si può anche pensare che Skuola.net non sia particolarmente attendibile, ma le segnalazioni che riceviamo come Comitato Genitori ed Insegnanti a Padova vanno nello stesso senso.
Cioè, che qualche “stimato collega” stia facendo un serio pensiero ad usare le prove Invalsi per procurarsi una valutazione in più non è poi una cosa così lontana dalla realtà come sembra e, se ha preso accordi con il somministratore, è in possesso della catena Codice Invalsi – Codice SIDI – Cognome e Nome.
L’Invalsi lavora in forma censuaria o a campione?
Il primo documento in cui, in maniera esplicita, viene affrontato l’argomento è la Direttiva n. 52 del 19 giugno 2007 (ministro dell’Istruzione Fioroni) che al punto 2 recita:  
La rilevazione dovrà essere effettuata su un campione di Istituti, previamente individuato con metodo statistico e dovrà riguardare gli insegnamenti dell’italiano, della matematica e delle scienze e comprendere la II e V classe della scuola primaria e la I e III classe della scuola secondaria di I grado. Tale processo di valutazione per la scuola secondaria di secondo grado riguarderà le classi II e V, tenendo conto, per tale grado di studi, delle peculiarità delle diverse tipologie e dei vari indirizzi.
Successivamente con la Direttiva n.74 del 15 settembre 2008 (ministro dell’Istruzione Gelmini) verrà specificato che è necessario “… rilevare gli apprendimenti degli studenti nei momenti di ingresso e di uscita dei diversi livelli di scuole, così da rendere possibile la valutazione del valore aggiunto fornito da ogni scuola in termini di accrescimento dei livelli di apprendimento degli alunni”.
In sostanza, senza dichiararlo esplicitamente, questo comma trasforma le rilevazioni da campionarie in censuarie, cioè estese a tutta la popolazione statistica che riguarda l’indagine.
Ma è effettivamente così?
Anche in questo caso per rispondere cerchiamo di utilizzare i documenti ufficiali forniti dall’ente.
Dal rapporto sulla Rilevazione Nazionale degli apprendimenti relativo all’anno scolastico 2011/12 possiamo leggere:
In questo rapporto si utilizzano in particolare i dati raccolti in un campione di classi in cui la presenza di un osservatore esterno ha consentito un più celere ottenimento dei dati da parte dell’INVALSI e condizioni meglio controllate di svolgimento della rilevazione.
I dati relativi a tutte le scuole e classi coinvolte nella rilevazione saranno poi per quest’anno restituiti alle singole scuole a partire da settembre.
I dati così restituiti alle scuole – assieme alle informazioni di natura più amministrativa inserite dal Ministero nel circuito di “scuola in chiaro” – potranno loro consentire di attivare processi interni di autovalutazione basati tanto sulla comparazione e sul confronto col resto del sistema, quanto sulla disponibilità di informazioni dettagliate sui propri punti di forza e di debolezza.
Per il corrente anno scolastico, quindi, la rilevazione degli apprendimenti ha riguardato entrambi i cicli di istruzione, coinvolgendo tutte le scuole del Paese, statali e paritarie (circa 32.000) e tutti gli studenti delle predette classi, ossia 2.850.000 alunni.
Per ciascun livello sono state individuate, inoltre, delle classi campione nelle quali le prove si sono svolte alla presenza di un osservatore esterno (il Presidente di commissione per la Prova nazionale) il cui compito è stato quello di monitorare la somministrazione, a ulteriore garanzia del rispetto delle procedure e di riportare le risposte fornite dagli allievi su apposite schede elettroniche predisposte dall’INVALSI.
Tavola 1.1. Totale delle classi e degli studenti per livello
TOTALE CLASSIInvalsiDetto in altri termini il campione (perché di questo si tratta…) costruito per fornire indicazioni relative sia al livello nazionale che a quello regionale ha lavorato su queste percentuali:
Totale ClassipercentualeQuindi l’Invalsi promuove un’indagine censuaria, ma in realtà garantisce la presenza di somministratori esterni solamente in un campione di scuole pari al 6,44% di quelle sottoposte a misurazione e solo da queste ricava i dati necessari, sia a livello di sistema sia a livello di disaggregazione regionale, per fornire i principali risultati dell’indagine svolta.
L’anomalia italiana nella valutazione delle scuole - Cosa dovrebbe valutare l’Invalsi?
Anche in questo caso per rispondere ci appoggiamo alla Direttiva n. 74 del 15 settembre 2008, in essa i compiti che il ministro Gelmini individuava per l’ente possono essere così sinteticamente riassunti:
  • Valutazione del sistema scolastico
  • Valutazione degli apprendimenti degli studenti
  • Valutazione del valore aggiunto fornito da ogni scuola
  • Collaborare alla certificazione delle competenze alla fine di un ciclo scolastico.
La Commissione Europea ha commissionato a Eurydice un’analisi completa nel 2009 sui test di valutazione usati nei vari paesi che è facilmente reperibile in rete a questo link.
Il rapporto per prima cosa suddivide i test in alcune categorie:
  • quelli che servono per la certificazione delle competenze al termine di un ciclo di studi
  • quelli usati per monitorare gli istituti
  • quelli usati per monitorare il sistema educativo
  • quelli finalizzati ad individuare i bisogni di apprendimento degli studenti.
I test nazionali spesso soddisfano varie finalità nell’ambito delle suddette categorie.
Per esempio Estonia, Irlanda, Italia, Lettonia, Polonia e Portogallo affermano che i loro test certificativi verranno utilizzati anche per monitorare il sistema educativo.
Altri paesi, quali Bulgaria, Italia e Slovenia, dichiarano che gli stessi test nazionali vengono utilizzati per finalità di monitoraggio sia a livello di istituto che di sistema
Solo l’Italia dichiara di voler utilizzare il metodo del valore aggiunto per la valutazione delle scuole.
Gli esperti della Commissione hanno ricordato che l’utilizzo di un singolo test per più finalità potrebbe essere inappropriato, in quanto ciascun obiettivo richiede tendenzialmente informazioni diverse.
L’Italia è l’unico paese che cerca di usare un singolo test per QUATTRO finalità diverse!
Anzi, visto la necessità di monitorare anche l’operato dei Dirigenti Scolastici introdotta dal Regolamento del Sistema Nazionale di Valutazione, le finalità sono diventate CINQUE!
Valore aggiunto: cos’è?
La definizione di valore aggiunto che troviamo nel sito dell’Invalsi è piuttosto laconica: è
una misura di quanto ciascuna scuola aggiunge al livello degli apprendimenti conseguito dai propri allievi, tenendo conto della preparazione pregressa degli studenti in entrata e delle loro caratteristiche (es. background socio – economico – culturale). Il valore aggiunto è inoltre calcolato tenendo conto degli effetti (positivi o negativi) del contesto in cui la scuola opera; i modelli di valore aggiunto consentono di confrontare le scuole a parità di condizioni. Infatti, gli esiti delle scuole sono comparati evitando che queste si avvantaggino – o siano penalizzate – da quanto non è sotto il loro diretto controllo.
Ma uno studio più approfondito ci viene proposto da Roberto Ricci, ricercatore responsabile dell’area prove dell’INVALSI, nel suo articolo La Misurazione del valore Aggiunto nelle Scuole (redatto per la Fondazione Giovanni Agnelli):
Secondo Grisay l’effetto scuola può essere misurato in quattro modi differenti:
1) con la differenza tra il punteggio medio grezzo di tale scuola e quello medio generale di un certo territorio;
2) mediante la misurazione dei progressi medi che gli allievi realizzano in un determinato arco di tempo (guadagni cognitivi);
3) per mezzo della differenza media tra i punteggi osservati ed i punteggi attesi in relazione alle caratteristiche degli allievi (condizione socio – economico – culturale, attitudini, ecc.);
4) mediante il guadagno cognitivo medio netto rispetto a tutti i fattori di contesto che non sono controllati dalla scuola.
La misurazione dell’effetto scuola sulla base della prima e, anche se in misura minore, della seconda definizione determina distorsioni… che producono una classificazione delle scuole fortemente influenzata da elementi che sfuggono alla sfera di azione delle istituzioni scolastiche.
La terza operazionalizzazione del concetto di effetto scuola rappresenta l’accezione più diffusa di valore aggiunto all’interno del filone di ricerca sull’efficacia in campo scolastico. La quarta definizione si riferisce a una concezione di valore aggiunto ancora più articolata ed approfondita poiché si basa sui guadagni cognitivi netti degli allievi con riferimento a prove standardizzate somministrate ad intervalli di tempo predefiniti.
Detto in altri termini, è a quest’ultima modalità che vuole riferirsi l’Invalsi.
Sia che si intenda il valore aggiunto secondo la definizione più diffusa che in termini di guadagni cognitivi netti, risulta cruciale poter disporre di misure appropriate e statisticamente corrette sugli apprendimenti.
Peccato che succeda anche che durante il giorno delle prove di terza media (20 giugno 2011), il meccanismo “automatico” di correzione approntato dall’Invalsi stesso si inceppi per un problema che anche uno studente di informatica al secondo anno di Istituto Tecnico avrebbe saputo prevedere:
invalsi_scuseE con le scuse l’Invalsi pensa di essere a posto, dimenticando il lavoro gratuito a cui ha costretto centinaia di insegnanti per ore, prima di avvertirli che la “griglia” di correzione era errata.
E queste sarebbero “misure appropriate e statisticamente corrette sugli apprendimenti” che dovrebbero permettere un’ottimale rilevazione del “Valore Aggiunto”?
A questo si aggiunge il fatto che, allo stato attuale, l’integrazione delle informazioni che dovrebbero servire per individuare il background socio – economico – culturale dello studente sono ricavate da un questionario decisamente “scarno”, le cui principali risposte riguardano domande relative a:
generalità dello studente
lingua abitualmente parlata
quantità di libri posseduti a casa
oggetti posseduti a casa che possono qualificare uno standard economico
generalità dei genitori
lavoro e titolo di studio dei genitori
opinione dello studente sulle materie testate nell’indagine
opinione sulla scuola frequentata
Altrettanto povere risultano essere le informazioni che la singola scuola aggiunge attraverso la scheda di contesto che compila per ciascun alunno.
Ma quanto costa l’Invalsi?
Per avere un’idea, almeno a grandi linee, di quanto costa allo Stato Italiano l’”Operazione Invalsi”, possiamo fare riferimento al Piano Triennale di attività Invalsi 2013/15, consultabile nel sito dell’ente.
Il costo annuo, per ciascuno dei tre presi in esame, è riassunto nella seguente tabella:
speseinvalsiDa tenere presente che l’ente stesso segnala che a ciò si deve aggiungere il Costo della dotazione organica vigente, pari a € 2.429.760,96; inoltre è sempre Invalsi a segnalare la necessità di un nuovo organico aggiuntivo, il cui costo stimato è pari a € 3.563.088,69.
Insomma, euro più euro meno, un anno di Invalsi ci costa circa 20.000.000 €.
Da segnalare, inoltre, che sempre l’ente nel suo Programma Triennale per la trasparenza e l’integrità 2012/14, segnala che esiste una “forte carenza di risorse umane che rende concretamente impossibile la creazione di una struttura specificatamente dedicata al supporto alle attività necessarie per attuare quanto previsto dal D.Lgs. n. 150/2009 in materia di gestione del programma per la trasparenza” nonché del “piano della performance.
Concludendo
l’Invalsi non è un ente autonomo;
l’Invalsi usa un unico test per cercare di misurare contemporaneamente 4 (se non 5…) aspetti diversi;
l’Invalsi promuove un’indagine censuaria, ma in realtà garantisce la presenza di somministratori esterni solamente in un campione di scuole pari al 6,44% di quelle sottoposte a misurazione;
l’Invalsi cerca di misurare il cosiddetto “valore aggiunto” delle istituzioni scolastiche con dati di contesto scarsi e legati solamente allo studente;
l’Invalsi e le sue operazioni ci costano almeno 20 milioni di euro l’anno; questa cifra è destinata sicuramente a crescere molto, viste le nuove competenze affidate all’ente dal Regolamento che istituisce e disciplina il Sistema Nazionale di Valutazione
Se a tutto questo aggiungiamo che nelle sue rilevazioni l’Invalsi usa prevalentemente domande a risposta chiusa che non permettono allo studente di esprimere la sua capacità di rielaborazione personale, di riflessione, di interpretazione e di analisi, forse l’idea di impiantare il Servizio Nazionale di Valutazione su questo ente non è stata delle migliori.
* * *
MATERIALI
Il dibattito sulla valutazione e sulle prove Invalsi è ormai sterminato, impossibile darne conto in modo esauriente. Ci limitiamo a segnalare i precedenti interventi su vivalascuola: una puntata con interventi pro e contro le prove di Paolo Fasce e Giovanna Lo Presti, una con interventi di Roberto Ricci e Marina Boscaino, un dossier valutazione. Segnaliamo poi delle pagine dedicate al tema su Forum Scuole, una pagina sul sito dei Cobas, gli atti del convegno Quale valutazione per quale scuola? svoltosi a Ferrara il 30 aprile 2013 (di cui qui sono disponibili i video), il documento di 10 associazioni scolastiche La valutazione: un tema cruciale, un impegno condiviso, un elenco di materiali in rete “Invalsi dalla A alla Zeta“. Segnaliamo infine un appello Contro la scuola-quiz sottoscritto da numerosi e insigni docenti e alcuni degli interventi usciti nel corso dell’ultimo anno scolastico.
Le prove Invalsi? Una mostruosità
di Luciano Canfora

Siamo ormai vicini, come ogni anno, alle rilevazioni Invalsi sull’apprendimento degli studenti. Cosa si sente di dire in proposito?

Le prove Invalsi sono una mostruosità, una cosa senza alcun senso, che può servire se mai a premiare chi è dotato di un po’ di memoria più degli altri, non chi ha spirito critico. Poiché la scuola dovrebbe essenzialmente far nascere lo spirito critico, la miglior cosa sarebbe eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati.

Il problema sta nel pretendere di rilevare attraverso i test quello che uno sa?

Non c’è solo questo. Il vero problema è il tentativo di trasformare i cittadini in sudditi, facendo ciò che è tipico di tutti i sistemi autoritari. Se io tolgo allo studente che si sta formando in anni decisivi della sua vita l’abito alla critica, alla capacità di comprendere e di studiare storicamente, di distinguere, lo trasformo in un pappagallo parlante dotato di memoria e nulla più. Appunto, un suddito, non un soggetto politico. L’Invalsi e tutta la quizzologia di cui siamo circondati è lo strumento per ottenere questo pessimo risultato.
*
Non saranno i test Invalsi a salvare la scuola - lettera aperta al ministro Carrozza
di Giorgio Israel
Da anni si ripete la stessa canzone: “chi si oppone a indicatori numerici, test, tabelle, certificazioni, ecc. non vuole la valutazione, non vuole essere valutato perché vuol fare il comodo suo”. E’ una canzone falsa e ricattatoria, perché non volere un certo tipo di valutazione non vuol dire che non si voglia alcuna valutazione. Naturalmente c’è chi ragiona così – nullafacenti e corrotti esistono nel sistema dell’istruzione e della ricerca come ovunque – ma questo non autorizza a coglierlo come pretesto per imporre sistemi insensati che hanno come unico esito di trasformare l’insegnante in un burocrate, in una macchina soggetta alle prescrizioni di enti e soggetti sottratti ad ogni controllo e valutazione…
Nel campo della ricerca scientifica interi settori, come quello della storia delle discipline scientifiche, si stanno inabissando in quanto inesistenti dal punto di vista dei parametri messi in opera in modo cieco e sconsiderato dall’Anvur, il quale nella sua furia dirigistica pretende persino di valutare università, corsi e docenti attraverso la valutazione (ovviamente automatica, a test e parametri vari) degli apprendimenti degli studenti, oltretutto annullando di fatto l’autonomia universitaria.
E’ quindi su questo tema centrale della valutazione che vorrei attirare la sua attenzione, nella consapevolezza che esso è all’origine di un profondissimo disagio nel mondo dell’istruzione e della ricerca. E qui vorrei pregarla di non vedere questa questione a livelli separati: università, ricerca, scuola. La questione è unica e unica è la via sbagliata su cui ci stiamo incamminando. Anvur, Invalsi e Indire sono l’unica faccia di un’unica scelta…
Nessuna persona seria e onesta che lavori nel sistema dell’istruzione può rifiutare la valutazione, ma un serio sistema di valutazione non può che nascere come processo culturale di miglioramento all’interno dell’istituzione attraverso il confronto e il controllo reciproco. Questo significa che un sistema di valutazione serio ha senso soltanto come sistema di ispezioni interno all’istituzione e non governato dall’esterno da organismi irresponsabili, sottratti a ogni valutazione e controllo. Tanto più se questi organismi procedono sulla base di quei sistemi basati su indicatori numerici . Il che è peraltro spesso reso inevitabile dal fatto che i “valutatori” sono per lo più statistici o economisti della scuola che magari non hanno mai messo piede in un’aula e non hanno alcuna competenza disciplinare.
Ogni azione sull’istruzione e sulla ricerca che non metta al centro le persone, la cultura, la conoscenza, è profondamente sbagliata e pericolosa.
Mi limito a ricordare che un’autorità come Diane Ravitch, principale consigliere di Bill Clinton e protagonista delle riforme statunitensi basate su test, accountability e competenze (mettendo in secondo piano conoscenze e curricula) ha scritto un libro di profonda e radicale revisione autocritica (The Death and Life of the Great American School System), sostenendo che al primo posto occorre rimettere conoscenze e curricula e che “una persona ben istruita ha una mente ben riempita di conoscenze, formata dalla lettura e dal pensiero sulla storia, la scienza, la letteratura, le arti, la politica. Una persona ben istruita ha appreso come spiegare le idee e ad ascoltare rispettosamente gli altri“.
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Regolamento valutazione, prove Invalsi, docenti: il cerchio non si chiude
di Antonella Reffieuna
1. Il Sistema nazionale di valutazione – Si tratta di un regolamento che dovrebbe realizzare il principio secondo cui spetta al ministero fissare gli indirizzi generali circa la valutazione degli alunni, il riconoscimento dei crediti e dei debiti formativi, e che si propone di fornire un impulso alle procedure di valutazione e autovalutazione degli istituti scolastici.
Il maggiore problema legato a tale regolamento sta nel fatto che il Snv dovrebbe essere il frutto della sinergia tra tre soggetti: l’Invalsi, l’Indire e il corpo ispettivo, le cui attribuzione sono però a tutt’oggi definite in modo non del tutto coerente.
In particolare, l’indeterminatezza riguarda l’Indire. Nel corso degli ultimi anni questo ente ha subito diverse denominazioni. Non si è trattato infatti di un semplice cambio di nome ma di mutamenti sostanziali nella mission: dalla documentazione pedagogica alla formazione degli insegnanti, alla predisposizione di piattaforme per l’apprendimento online, al supporto alla realizzazione dell’autonomia, al monitoraggio dei progetti ministeriali…
Altrettanto problematico rischia di essere il ricorso agli ispettori scolastici. In questo caso non esiste solo un problema di dettaglio dei compiti, ma anche di numeri. Il concorso bandito nel 2008 a 145 posti di dirigente tecnico ha visto ammessi all’orale solo 79 candidati. Di questi non si sa ancora quanti abbiano superato la prova orale, ma ci risulta che molti di essi abbiano ottenuto una valutazione negativa. Considerato il numero delle istituzioni scolastiche, come potrà essere costituito un numero adeguato di nuclei di valutazione?…
2. Le prove Invalsi − Riteniamo che non si possa continuare a ignorare le domande che un elevato numero di insegnanti si pone:
1. A che cosa servono tali prove? A delineare degli standard nazionali? A valutare la qualità degli istituti scolastici? A valutare la qualità dei singoli insegnanti? A valutare gli apprendimenti degli allievi?
2. Le valutazioni su larga scala non possono avere le stesse finalità delle valutazioni a livello di classe o di singola scuola. In proposito gli insegnanti lamentano un’indefinitezza che conduce molti di loro a rifiutare l’utilità delle prove Invalsi. Quali informazioni vengono messe a disposizione dei docenti per migliorare il proprio insegnamento?
3. Consentono davvero di individuare quali sono i problemi che gli allievi incontrano nell’apprendimento scolastico?
4. In che misura si differenziano o sono analoghe alle prove di verifica, ai compiti in classe utilizzati dalla maggioranza dei docenti?
5. Sono davvero indice di comprensione e di competenza?
6. Possono costituire una fonte di informazioni attendibile e significativa per valutare la qualità degli insegnanti?…
Chiunque lavori nella scuola sa che non è possibile stabilire delle graduatorie, perché, come ci ha insegnato la scienza della complessità, ogni classe, ogni allievo presenta variabili che lo differenziano dalle altri classi, dagli altri allievi, e che determinano percorsi non riproducibili se non a grandi linee. Quindi non esiste un docente che sia in assoluto migliore dei colleghi: il contesto, il momento temporale, fanno sì che si possa funzionare ottimamente in un livello di scuola, in un ambiente sociale, con allievi di una specifica età e non altrettanto in condizioni diverse…
Occorre ragionare in termini di sviluppo professionale dei docenti e non di semplice valutazione, perché solo lo sviluppo professionale comporta una stretta relazione con il livello di apprendimento degli allievi. Il concetto di sviluppo, unito a quello di professionalità, consente di ricondurre a unità coerente sia tutti gli aspetti attinenti alla situazione degli insegnanti sia tutti gli aspetti attinenti al contesto in cui essi operano e quindi, in particolare, agli alunni.
*

Meritocrazia e valutazione: una scuola per la società del controllo?

di Girolamo De Michele
Immaginate di venire a sapere che l’autista dell’autobus, il macchinista del treno della metropolitana o del FrecciaRossa, il pilota dell’aereo su cui state viaggiando, abbia conseguito la patente senza esami e prove pratiche di guida, ma solo con l’esame scritto fatto con una serie di test a risposta multipla e di qualche sessione su un simulatore di guida come quelli che trovate nelle sale giochi. Immaginate di venire a conoscenza del fatto che su quell’autobus, quei treni, quell’aereo non sono stati effettuati dei crash test prima di abilitarli al servizio, e che la garanzia della loro tenuta sia stata ottenuta solo con delle proiezioni computerizzate.
Immaginate di andare a protestare dai dirigenti della rete di trasporto pubblico, dall’amministratore delegato delle ferrovie, dal presidente del consiglio di amministrazione della compagnia aerea, e di sentirvi rispondere che “è così in tutta l’Europa”; o che la vostra contrarietà a questi criteri di selezione e misurazione dimostra che “siete difensori di privilegi anacronistici, nemici delle norme di sicurezza e nostalgici del passato”.
Affidereste il futuro vostro e dei vostri cari a questi mezzi, questi conducenti, a questo sistema di trasporto?
Eppure il futuro del paese, o almeno quella rilevante porzione di futuro che dipende dall’esistenza di una buona scuola, dall’acquisizione di una buona istruzione, dalla capacità di interagire con il mondo e con gli altri attraverso un sapere adeguato e flessibile: questo futuro, che è quello delle prossime generazioni, è nelle stesse condizioni di quei guidatori e di quei mezzi di trasporto. “Perché ce lo chiede l’Europa”, ci viene detto: come se l’Italia non fosse parte integrante di questa Europa, non avesse voce in capitolo, non partecipasse ai momenti decisionali.
Da alcuni anni – dal 1990, per fissare un punto d’inizio – i sistemi scolastici sono invasi da un’ansia, un’ossessione compulsiva, una coazione inderogabile alla misurazione. “Misurazione”, non “valutazione”: siamo tutti donne e uomini di scuola, e l’esattezza delle parole è importanti. Se prendo un Piano dell’Offerta Formativa, uno qualunque, trovo scritto che «Valutare non significa solo misurare i livelli raggiunti nelle singole prove orali, scritte e pratiche, ma considerare l’acquisizione di un metodo di lavoro adeguato agli obiettivi prefissati, i progressi compiuti, il livello delle capacità possedute rapportate alle operazioni cognitive richieste, la qualità delle conoscenze e delle competenze acquisite. Alla valutazione finale concorrono anche l’interesse, l’impegno, la motivazione e il coinvolgimento nel lavoro educativo». Dove non si ha la possibilità, o la volontà, o l’interesse, a considerare questi criteri c’è una mera rilevazione, al più una misurazione, non una valutazione.
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Cara Invalsi… due o tre cose che so di lei
(volantino Cub scuola)
L’argomento principale da muovere contro le prove Invalsi era e resta il seguente: a che serve valutare in mancanza di interventi correttivi che, in quanto onerosi, sono impossibili in un momento in cui alla scuola italiana vengono tolte risorse? Ed inoltre: a che serve valutare in modo abborracciato, imponendo a studenti ed insegnanti prove estranee al percorso didattico da loro seguito? E ancora: a che serve sprecare risorse che potrebbero essere più proficuamente usate altrove? Una risposta a queste domande l’abbiamo: sostenere a spada tratta la necessità delle prove Invalsi vuol dire usare gli specchietti per le allodole della trasparenza e della meritocrazia per sviare l’attenzione dai molti e gravi problemi concreti che travagliano la scuola italiana…
Per comprendere cosa sia l’Invalsi è bene visitarne il sito, laddove, in omaggio alla trasparenza, vengono offerte alcune utili informazioni. Sul sito dell’Invalsi vedremo, ad esempio, che alla voce “Incarichi esterni” per il 2012, sono elencate circa 350 consulenze (sic, 350 cioè più di una al giorno), a vario titolo “necessarie” per l’attività dell’ente. Possiamo anche scorrere gli elenchi degli incarichi esterni degli scorsi anni: ci troveremo nomi noti a chi si occupa di trasformazione del sistema scolastico italiano (vale a dire: da scuola della Repubblica, secondo i dettami della Costituzione, ad hard discount del Merito, il cui scopo principale è vendere alle masse un pessimo prodotto con una chiassosa etichetta, al fine di far meglio proliferare la boutique delle scuole private, sostenuta da un grazioso contributo di denaro pubblico). Tutti possono leggere – e si tratta di lettura interessante…
Per altri aspetti, invece, l’Invalsi somiglia in modo preoccupante alla scuola: il contributo statale a suo favore è scivolato dai 10.900.870 euro del 2005 ai 2.945.803 euro del 2011. A fronte di questa drastica diminuzione di risorse, come viene detto nella parte introduttiva al Bilancio di previsione 2012, da una parte “si assegnano continuamente all’Istituto nuovi e più impegnativi compiti e si intensificano quelli già esistenti”, dall’altra “non si è ancora trovato modo di creare le condizioni operative per poter consentire all’Istituto di poter funzionare almeno ad un livello minimale”. Quindi il Paese si trascina dal 1999 (che è l’anno in cui il CEDE, centro europeo dell’educazione viene trasformato nell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema dell’istruzione, con il D.L. 258 del 20 luglio) un ente che a quasi quindici anni di distanza dalla sua creazione, brancola ancora nel buio e, secondo quanto appena citato, non è in grado di funzionare nemmeno “ad un livello minimale”…
Quest’anno, a tutte le fondate critiche rispetto alle prove possiamo aggiungere qualcosa di nuovo: il CiVit (la Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche) mette in evidenza, nel rapporto pubblicato a dicembre 2012 che l’Invalsi non ha fornito nella sua Relazione “alcun valore relativo al grado di raggiungimento degli obiettivi strategici e che “le informazioni presenti nelle Relazioni non sono sufficienti per ricavare tale dato”. Ecco come si comportano i valutatori quando loro stessi debbono essere valutati!