giovedì 22 aprile 2010

scuola, salute e immigrati

http://saluteinternazionale.info/2010/04/scuola-e-salute-di-quali-leggi-abbiamo-bisogno/


Marco Mazzetti
Una delle necessità psichiche fondamentali durante l’età evolutiva è quella della stabilità. I bambini hanno bisogno di sapere di avere un luogo e un tempo sicuri in cui crescere e progettare il proprio futuro.
Recentemente alcune dichiarazioni del Ministro Gelmini a proposito della “gestione” scolastica dei bambini figli di immigrati hanno suscitato reazioni, anche in ambito sanitario, poiché sono misure che hanno un indubbio impatto sia sulla salute psichica di questi bambini, sia nel dibattito culturale e politico sull’integrazione di quella che definiamo la generazione dei nuovi italiani.
In questa prospettiva, la questione di limitare al 30% il numero di allievi stranieri nelle scuole appare tutto sommato secondaria, purché venga considerata come presupposto per evitare un apartheid scolastico, con istituti separati tra quelli a prevalente frequentazione di italiani e altri dove si concentrano i figli di immigrati.Ridurre però la complessa problematica dell’integrazione scolastica del bambino straniero ad una quota più o meno ampia e con varie eccezioni, ci sembra una semplificazione ideologica e culturalmente discutibile[1].
La questione del benessere dei bambini stranieri sembra infatti essere solo marginalmente sfiorata da questa norma. Una delle necessità psichiche fondamentali durante l’età evolutiva è quella della stabilità. I bambini hanno bisogno di sapere di avere un luogo e un tempo sicuri in cui crescere e progettare il proprio futuro. Politiche migratorie che tengano le famiglie in condizioni di precarietà, ad esempio con permessi di soggiorno a cadenza annuale o biennale, che comportano nei bambini un’incertezza anche riguardo alla possibilità di poter continuare il loro percorso scolastico nell’anno successivo, sono potenzialmente assai nocivi sia per la crescita psicologica che per il senso di appartenenza sociale di quelli che saranno gli italiani di domani. Così come lo sono scuole in cui l’inserimento e lo sviluppo di un senso di appartenenza siano ostacolate da norme o risorse (economiche e pedagogiche) non adeguate alle necessità[1].
Concentrare l’attenzione sul “30%” significa quindi perdere di vista la vera questione della protezione della salute di questi piccoli, che sta invece nei punti che qui sotto riportiamo. Essi sono stati in parte elaborati da esperti della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), membri della Commissione “Salute e Immigrazione” presso il Ministero della Sanità e già inclusi nelle raccomandazioni proposte (purtroppo invano) all’allora Ministro nel 2007, in parte frutto di considerazioni nuove sulla base delle politiche scolastiche e sociali adottate dall’attuale Governo nell’ultimo biennio.
Essere medici significa occuparsi di salute pubblica, e occuparsi di salute pubblica significa fare politica. Penso che faccia parte del nostro compito di tecnici della salute indicare i bisogni della pòlis e suggerire gli interventi che ci paiano utili. Le proposte riportate di seguito appaiono in grado di influire positivamente sulla salute bio-psico-sociale dei bambini con cittadinanza straniera in Italia e sono coerenti con la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo promossa dall’Unicef (New York, 20 novembre 1989), che è anche norma della Repubblica Italiana, poiché è stata recepita nel nostro ordinamento con la legge n. 176 del 27 maggio 1991 e pubblicata nel S.O. n. 135 alla Gazzetta Ufficiale dell’11 giugno 1991 [2].
Come già nella maggior parte dei paesi di strutturale immigrazione appare necessario passare dallo jus sanguinis allo jus soli nella concessione della cittadinanza italiana, in modo che nascere in Italia comporti l’acquisizione dello status di cittadino. Attualmente nascere in Italia non comporta infatti l’acquisizione della cittadinanza che segue invece il “sangue”, cioè lo status dei genitori. I bambini figli di stranieri sono così costretti a crescere in una condizione di discriminazione rispetto ai loro coetanei figli di italiani, di cui non condividono i diritti civili, nonostante i loro genitori condividano al contrario tutti i doveri degli italiani, in primo luogo il pagamento delle tasse [1,3,4].
Garantire permessi di soggiorno a lungo termine (almeno cinque anni) alle famiglie con bambini presenti, in specie se questi bambini sono in età scolare (almeno fino al compimento del 14 anno di età), in modo da garantire la possibilità di una ragionevole programmazione degli studi e almeno del proprio futuro prossimo[4].
Le scuole devono predisporre appropriati percorsi di inserimento didattico dei bambini recentemente immigrati che non conoscano l’uso della lingua italiana. Questi percorsi devono venire integrati nella normale attività didattica delle classi (e non con “classi differenziate”) avvalendosi di insegnanti di supporto e ore aggiuntive per l’apprendimento della lingua, e al tempo stesso favorendo l’integrazione del bambino nel normale gruppo classe.
Va da sé che un certo contingentamento del numero degli inserimenti sia indispensabile, per non sovvertire l’andamento normale dei programmi scolastici, e per seguire nel modo ottimale i nuovi allievi; il problema è tuttavia piuttosto marginale, dato che la grande maggioranza degli scolari di origine straniera è nato in Italia o comunque ha una conoscenza appropriata della lingua nazionale.
Tutti gli Istituti scolastici devono essere in grado di predisporre specifici programmi di inserimento per i nuovi arrivati, secondo linee guida psico-pedagogiche che vanno elaborate su scala nazionale ma che debbono essere sufficientemente flessibili da adattarsi alle realtà locali. Questi programmi devono essere opportunamente finanziati, ad esempio con quote capitarie (finanziamenti alle singole scuole in proporzione al numero di nuovi allievi stranieri inseriti).
Devono venire predisposti opportuni dispositivi legislativi in modo che al raggiungimento della maggiore età, o al termine degli studi, i minori scolarizzati in Italia non rischino l’espulsione se non trovano immediatamente un contratto di lavoro che consenta il rilascio di un permesso di soggiorno. Appena diventano maggiorenni, infatti, i ragazzi rientrano nella normativa in vigore per gli adulti, e possono rimanere nel paese solo a condizione che continuino a studiare o abbiano un lavoro stabile (si lascia immaginare quanto questo sia facile da ottenere a 18 anni). Una tale normativa può anche significare, ad esempio, che un ragazzino di dieci anni sia forzatamente separato da un fratello maggiore espulso[4].
Predisporre percorsi agevolati per l’acquisizione della cittadinanza per i minori stranieri che, pur non essendo nati nel nostro paese, vi abbiano trascorso un tempo significativo, in specie di scolarizzazione. Interventi di questo tipo non solo sono protettivi per la salute dei minori, ma si configurano anche come un investimento per la collettività: consentono infatti di non disperdere un capitale di competenze che è costato finanziariamente al nostro paese, che ha sostenuto le spese per la scolarizzazione di questi minori. E’ necessario inoltre che le procedure per l’acquisizione della cittadinanza, oltre a essere semplici e garantite sul piano legislativo, incontrino anche un iter burocratico sufficientemente snello. A oggi l’esame delle pratiche arriva a richiedere un tempo di oltre tre anni[4].
Con lo scopo di promuovere la salute psichica e prevenire il disagio mentale, si suggerisce di finanziare uno specifico capitolo di spesa con la finalità di promuovere interventi per favorire l’integrazione (scolastica e sociale) dei minori di origine straniera nel tessuto sociale italiano, e per accompagnare i piccoli immigrati nei ricongiungimenti familiari a volte difficili (in specie quando la separazione dai genitori sia stata particolarmente prolungata). Interventi di questo tipo, diffusi capillarmente sul territorio, possono aiutare a evitare, o quanto meno a gestire, condizioni di malessere psichico.
Sempre per la promozione della salute psichica, appare necessario agevolare i ricongiungimenti familiari. Attualmente i parametri abitativi sono assai restrittivi e, se venissero applicati anche agli italiani, molti di noi sarebbero costretti a separarsi dai propri figli. Inoltre i requisiti dovrebbero venire modulati anche sulla base dei legami tra i conviventi, riducendoli ulteriormente se si tratti di nucleo familiare semplice (genitori e figli), rispetto alle situazioni in cui siano presenti altre persone. Appare inoltre necessario snellire l’iter burocratico: attualmente tra la domanda di ricongiungimento e la sua approvazione possono passare 10-12 mesi. L’introduzione del consenso-assenso potrebbe essere di aiuto in tal senso. Appaiono anche promettenti interventi sociali in grado di aiutarne la gestione dopo che sono avvenuti (si veda al precedente punto perché a volte le difficoltà che le famiglie incontrano sono notevoli. Si suggerisce, inoltre, di consentire il ricongiungimento con le stesse regole anche per i figli maggiorenni inferiori ai 21 anni di età, e in tutti i casi in cui questo serva a non separare i fratelli (ad esempio se le età fossero 22, 16 e 12 anni).
Garantire l’accesso alle scuole per i figli degli immigrati privi di permesso di soggiorno anche al di fuori della scuola dell’obbligo: attualmente questo diritto non è garantito a chi ha meno di 6 anni o più di 16[4]. Offrire parità di trattamento nel ricevere provvidenze economiche a tutela della donna, della maternità e del bambino tra italiani e stranieri con permesso di soggiorno in regola; attualmente questa parità è riconosciuta solo ai titolari di carta di soggiorno (permesso di soggiorno a tempo indeterminato) [3,4].
Come si può vedere, la questione del “30%” è del tutto secondaria, e potrebbe anche senza difficoltà venire accettata, in linea di principio. Sembra però piuttosto un tema che distoglie dalla realtà più ampia di una vera protezione dei diritti e della salute dell’infanzia di origine straniera: come abbiamo visto, questa protezione va ricercata al contrario con interventi che sembrano contraddire radicalmente le scelte politiche del Ministro Gelmini e dell’intero Governo cui appartiene.
Oltre alla scuola, infatti, come abbiamo detto sono in gioco questioni legate alle politiche sociali e anche a quelle propriamente sanitarie. Vale la pena di concludere queste note con alcune raccomandazioni non nuove nel documenti della SIMM, che appaiono di primaria rilevanza nella protezione della salute dei piccoli di cui ci occupiamo e che sono rimaste tutt’ora del tutto inevase, sia da questo governo (Berlusconi III) che dai due che lo hanno preceduto (Prodi II e Berlusconi II).
Iscrivere al SSN tutti i minori stranieri presenti sul territorio nazionale: attualmente i bambini figli di immigrati irregolari non godono di questo diritto, con un potenziale danno per la loro salute. Alcune regioni, in modo autonomo, hanno cominciato a garantire questa assistenza, ma in molte altre manca.
Estendere il Permesso di Soggiorno per gravidanza. Attualmente viene rilasciato un permesso per tutta la durata della gravidanza e per i primi sei mesi dopo il parto, dopo di che scatta l’espulsione della donna e del bambino. Comprensibilmente molte mamme preferiscono non richiedere questo permesso, che in realtà diventa un’autodenuncia, e rimangono nell’irregolarità, non riuscendo così a godere appieno degli interventi a tutela della maternità. Gli esiti al parto ci dicono che i figli di mamme straniere sono ancora assai svantaggiati rispetto agli italiani proprio perché le gravidanze delle loro mamme sono meno protette [1,3,4,5,6,7]. . Prolungare il permesso di soggiorno per gravidanza a 12 mesi con la possibilità di trasformarlo successivamente in permesso per lavoro proteggerebbe la salute dei neonati e sarebbe un ulteriore evento di tutela per il futuro.
Per concludere: buone leggi fanno buona salute. Il compito degli operatori sanitari non è solo quello di curare malattie, ma anche di vigilare perché buone norme proteggano la sanità pubblica, in specie quando la salute in gioco è quella dei bambini, un vero, prezioso investimento sul futuro del paese.

Note. Marco Mazzetti, medico, specialista in pediatria e psichiatria, Società Italiana di Medicina delle Migrazioni

Bibliografia
Mazzetti M. Il Dialogo Transculturale. Manuale per operatori sanitari e altre professioni d’aiuto. Roma: Carocci Editore, 2003.
Parlamento Italiano. Legge n. 176 del 27 maggio 1991. Ratifica della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo promossa dall’Unicef (New York, 20 novembre 1989). Gazzetta Ufficiale dell’11 giugno 1991, S.O. n. 135
SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. Documento Finale della IX Consensus Conference sull’Immigrazione, Palermo, 27-30 aprile 2006.
SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. Documento Finale della X Consensus Conference sull’Immigrazione, Trapani, 5-7 febbraio 2009.
Bona G. Il bambino immigrato. Bologna: Editeam, 2002.
Parolari L, Sacchetti G. Donne immigrate: gravidanza e maternità. Roma: Carocci Editore, 2001.
Spinelli A, Grandolfo M, Donati S, et al. Assistenza alla nascita tra le donne immigrate. In: Spinelli A, Morrone A, Geraci S, et al.: Immigrati e zingari: salute e diseguaglianze. Rapporto Istisan. Roma: Istituto Superiore di Sanità, 2002.

il ministro gelmini e il contributo volontario...schizofrenia?

Messaggero: Ministro Gelmini, la scuola è pronta ad attuare le novità previste dalla riforma?
24-03-2010
di MARIA LOMBARDIROMA - Due giorni al termine delle iscrizioni per i licei e tecnici. Sarà il debutto delle nuove superiori e c’è chi teme il caos. Ministro Gelmini, la scuola è pronta ad attuare le novità previste dalla riforma?«Io penso di sì. Da tempo la scuola sta elaborando una riforma organica delle superiori. Questo riordino è frutto anche del lavoro fatto dal governo di centrosinistra per i tecnici e dal governo Moratti per i licei. Ora è giunto il momento di passare dalla riforma alla sua applicazione e credo che si sia in grado di partire dal primo settembre. Un ulteriore rinvio non avrebbe avuto alcun significato».Lei ha parlato di riforma epocale. Cosa risponde a chi sostiene che ci si è limitati a «tagliare» ore, sperimentazioni e cattedre?«E’ una critica pretestuosa. Non nego che il governo abbia intrapreso un’opera di razionalizzazione, prevista nella Finanziaria, che ha portato a una riduzione degli sprechi e dei posti in pianta organica. Ma questo non c’entra nulla con la riforma della scuola. Noi stiamo realizzando un rinnovamento culturale, pedagogico e contenutistico: siamo usciti da una scuola autoreferenziale, burocratica e quantitativa e vogliamo ripartire dalla centralità del progetto educativo. Una scuola che valorizzi i talenti degli studenti, consenta percorsi flessibili e riduca la dispersione. Vanno in questo direzione la modernizzazione del sistema dei licei e la rivalutazione dell’istruzione tecnica, non più di serie B».Più lingue straniere e matematica anche ai licei, ma perché meno geografia?«In realtà non abbiamo eliminato la geografia fisica, le ore alla media sono rimaste le stesse. Semplicemente abbiamo accorpato nella storia, almeno in parte, la geografia antropica. E’ in linea con gli altri paesi europei, nessuno vuole togliere valore e peso specifico alla geografia».Il licei musicali saranno 28, la maggior parte al Nord. Come mai?«Alcune sperimentazioni erano in atto e le abbiamo prese per buone. La competenza su dove dislocare i licei musicali è delle Regioni. Per adesso sono 28, ma il lavoro sarà completato dopo le elezioni regionali. Nulla esclude che all’indomani del voto ne saranno istituiti altri». Come si può realizzare una riforma senza risorse? Il timore è che le ore in più di lingua straniera o di matematica saranno effettuate solo se l’organico lo consente, e così per il resto.«E’ una sciocchezza. Non abbiamo carenze di organico. Semmai il problema opposto, quello di programmare l’inserimento dei nuovi insegnanti. Questo timore appartiene alla demagogia che viene utilizzata per attaccare la riforma».C’è un grande squilibrio nel sistema dell’istruzione tra Nord e Sud. La riforma cerca di colmare questo gap e in che modo?«Esiste questa discrepanza, ma riteniamo di poter elevare lo standard qualitativo medio puntando a un rilancio del Mezzogiorno che non può prescindere da un rilancio dell’istruzione. L’accordo siglato dal ministro Sacconi sulla formazione professionale e la riforma dell’istruzione tecnica sono provvedimenti che aiutano in particolare il Mezzogiorno».I presidi denunciano: non abbiamo un soldo in cassa, non siamo in grado di garantire le spese correnti. C’è chi chiede contributi volontari alle famiglie.«Una task-force del Ministero si sta occupando del problema. Sicuramente per il prossimo anno dovremo stanziare risorse per le spese ordinarie, una cifra da quantificare, saremo nell’ordine di 10 milioni di euro. Viene però da chiedersi come mai, a fronte di risorse limitate per tutti, alcune scuole chiedono il contributo volontario alle famiglie e altre no. Qui entra in gioco la capacità gestionale dei dirigenti. Sicuramente c’è una rigidità nell’impostazione del bilancio, magari le scuole sono in sofferenza per le spese correnti e hanno residui attivi inutilizzati. Noi vogliamo introdurre la massima flessibilità nella gestione delle spese, sarà il dirigente a decidere le priorità. Ma con troppa leggerezza si chiedono contributi alle famiglie. Sono assolutamente contraria, va evitata questa prassi un po’ lamentosa e in pochi casi giustificata. La scuola pubblica non deve costare».Nella campagna elettorale per le regionali è stato sfiorato in qualche modo il tema della scuola?«Gli elettori devono avere ben chiaro che in alcune questioni fondamentali, come lo snellimento della burocrazia, l’efficienza della scuola e della sanità, è fondamentale la convergenza e la corresponsabilità tra lo stato nazionale e quello regionale. Questo voto ha un grande significato politico».Dopo una competizione così agguerrita, ritiene che sia alto il rischio astensionismo?«Il rischio dell’astensionismo si vince passando dalla politica degli insulti a quella dei contenuti. Ha contribuito sicuramente a inasprire il clima l’esclusione delle liste del Pdl: nel Lazio questa tornata elettorale è caratterizzata da un vulnus della democrazia. E’ stato messo in discussione un principio costituzionale che è il diritto di voto. Tutto questo per un formalismo più che per un vizio di forma. Ho apprezzato comunque il coraggio, la determinazione e l’ottimismo della Polverini che lo stesso è andata avanti».

contributo volontario dei genitori - strumenti di lavoro e riflessione - 1° parte

Mentre le famiglie si mettono in fila per iscrivere i figli a scuola sono sempre più numerose le segnalazioni di un uso improprio del contributo volontario dei genitori, usati prima per la tassa sui rifiuti, poi per le visite fiscali e i materiali di pulizia. Adesso ci si mette pure la circolare ministeriale n. 9537 del 14.12.2009 che dà indicazione alle scuole di utilizzare i finanziamenti non vincolati (fra i quali i più includono il contributo volontario dei genitori) per pagare gli stipendi dei docenti, il fondo incentivante per il personale e la ditta di pulizie.
“È un fatto che le scuole, di fronte a una spesa ingente imprevista, mettono mano ai fondi più accessibili, primo fra tutti il contributo volontario dei genitori – dichiara Rita Manzani Di Goro, presidente dell’Associazione Genitori A.Ge. Toscana- I genitori debbono tutelare per primi i loro figli, mettendo ben chiaro nella causale che il loro versamento è ‘finalizzato all’ampliamento dell’offerta formativa’, così quei soldi entreranno vincolati in bilancio e potranno essere utilizzati esclusivamente a favore dei bambini e della didattica”.In questo modo il genitore ottiene anche il vantaggio di poter detrarre quella cifra dalla dichiarazione dei redditi. La legge 40/2007 stabilisce infatti che hanno diritto alla detrazione del 19 per cento "le erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado, statali e paritari (...) finalizzate all'innovazione tecnologica, all'edilizia scolastica e all'ampliamento dell'offerta formativa". Ma se la scuola utilizza quei fondi per gli stipendi o per le spese di pulizia la detrazione non spetta più.“La nostra proposta come Associazione di genitori A.Ge. Toscana -prosegue Manzani Di Goro– è quella di versare sul conto delle scuole, vincolandoli, tutti i soldi che le famiglie spendono per le attività didattiche, abolendo così la cassa scolastica, che è un uso tollerato benché vietato dalle leggi di contabilità dello Stato”.“Abbiamo notizia di rappresentanti di classe che maneggiano parecchie centinaia di euro, assumendosene tutta le responsabilità. Chiediamo invece ai Consigli di Circolo e di Istituto di deliberare che i fondi dei genitori debbono essere vincolati per usi didattici e di vigilare affinché ciò avvenga, in modo che le famiglie possano investire con fiducia per migliorare la qualità dell’offerta formativa e lo spirito della legge 40/2007 sia rispettato”.Per ulteriori approfondimenti sul contributo volontario dei genitori e per conoscere le modalità di versamento per accedere alla detrazione del 19% si può consultare la rubrica “L’esperto risponde” sul sito dell'A.Ge. Toscana nelle pagine specificamente dedicate ad “Assicurazione, cassa scolastica, contributo dei genitori”.





Assicurazione, cassa scolastica, contributi dei genitori
Addetto Stampa

Vediamo insieme alcuni punti fra i più scottanti:
1) Chi paga l’assicurazione degli alunni? 2) Detrarre le spese scolastiche 3) PC in dono esentasse 4) Carta e sapone: chi paga? 5-6) Cassa Scolastica 1 e 2 7) Passaggio di consegne 8) Libri di testo gratuiti nella scuola primaria

1) CHI PAGA l’ASSICURAZIONE DEGLI ALUNNI?
L'assicurazione degli alunni al limite non sarebbe obbligatoria (ed è per questo forse che non ha trovato riscontri normativi) a patto però che questi non si muovessero mai dal banco, perché qualsiasi attività extra potrebbe configurare responsabilità sia a carico della scuola (culpa in vigilando) che dei genitori (culpa in educando) tali da sconsigliare una simile omissione.E' da sempre consuetudine che il contratto sia stipulato dalla scuola e pagato dai genitori (un tempo era lo stesso Ministero a indicare la società assicuratrice), e si tratta per questo di un contratto improprio, mai messo però in discussione in quanto non gioverebbe a nessuno: né ai genitori che singolarmente pagherebbero moltissimo di più, né alle società assicuratrici che perderebbero clienti, né alle scuole che resterebbero esposte ad onerose azioni giudiziarie.Un buon contratto di assicurazione prevede sia infortuni che responsabilità civile a carico degli alunni per tutte le attività previste dal POF (anche esterne alla scuola); contempla altresì rimborsi per tutte le spese sostenute a un costo medio che si aggira intorno ai 7-8 euro annui. Da tenere presente che è espressamente vietato che venga posto a carico dei genitori il premio di assicurazione per la responsabilità civile della scuola e del suo personale.Come Associazione riteniamo che la quota assicurativa sia un investimento ben speso, che tutela soprattutto gli alunni e le loro famiglie nel momento in cui sono esposti a particolari difficoltà. Né ci sembra in alcun modo preferibile che ciascuno debba provvedere in proprio, con costi enormemente più alti per le famiglie.E' suo diritto ottenere una copia del contratto di assicurazione e chiedere ai genitori eletti in Consiglio di Istituto di adeguare se necessario le clausole di tutela. A volte basta qualche decina di centesimi in più per avere la certezza di essere assistiti e rimborsati in toto in caso di bisogno.

2) DETRARRE LE SPESE SCOLASTICHE È vero che è possibile detrarre le spese scolastiche dalle tasse? A partire dal 2007 è possibile detrarre alcune spese, in particolare quelle per l’attuazione del Piano dell’offerta formativa (e qui possono rientrare gite, contributi genitori ecc.) a patto che siano debitamente documentate. Ecco cosa dice l’Agenzia per le Entrate: “A partire dal 2007 sono detraibili dall’imposta sul reddito, nella misura del 19%, le erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado, finalizzate all'innovazione tecnologica, all'edilizia scolastica e all'ampliamento dell'offerta formativa. La detrazione spetta a condizione che il versamento di tali erogazioni sia eseguito tramite banca o ufficio postale ovvero mediante carte di debito, di credito e prepagate, assegni bancari e circolari ovvero mediante altri sistemi di pagamento. Coloro che hanno effettuato le donazioni di cui sopra non possono far parte del consiglio di istituto e della giunta esecutiva delle istituzioni scolastiche. Sono esclusi dal divieto coloro che hanno effettuato una donazione per un valore non superiore a 2.000 euro in ciascun anno scolastico. Per le imprese, sempre a decorrere dal periodo d’imposta 2007, è prevista la possibilità di dedurre le predette erogazioni, nel rispetto delle condizioni sopra indicate, fino al 2% del reddito d’impresa dichiarato e comunque nella misura massima di 70.000 euro annui”.

3) PC IN DONO ESENTASSE La Ditta in cui lavoro ha sostituito tutti i computer e io vorrei farli donare alla scuola di mio figlio. Cosa occorre fare? In primo luogo conviene parlare con il Dirigente scolastico o con qualche insegnante per verificare che la scuola sia interessata e per concordare tempi e modi di consegna. Occorre una lettera della Ditta in cui si dichiara la volontà di effettuare la donazione, che poi sarà accettata formalmente dal Consiglio d’Istituto. La Ditta non solo riceve i ringraziamenti della scuola, ma può anche detrarre il valore dichiarato dei beni dal reddito d’impresa. “Per i titolari di reddito di impresa (o di lavoro autonomo) non si considerano destinate a finalità estranee all’esercizio dell’attività e, pertanto, non concorrono a formare il reddito come ricavi o plusvalenze patrimoniali, le cessioni gratuite di dotazioni informatiche e di prodotti editoriali non più commercializzati o non idonei alla commercializzazione a favore di: - enti locali - istituti di prevenzione e pena - istituzioni scolastiche - orfanotrofi - enti religiosi. Si considerano non più commercializzati o non idonei alla commercializzazione quei beni che: - non sono più in distribuzione - presentano difetti e vizi di produzione tali da renderli non idonei all'immissione sul mercato - per la loro obsolescenza tecnologica, non risultano più adeguati alle esigenze del cedente. Sono i prodotti realizzati su carta (compresi i libri) o su supporto informatico, destinati alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione d'informazioni presso il pubblico con ogni mezzo. Sono esclusi i prodotti discografici o cinematografici.

martedì 16 marzo 2010

sindacato famiglie italiane diverse abilità

S F I D A Sindacato Famiglie Italiane Diverse Abilitàwww.sindacatosfida.it e-mail: infosfida@tin.it tel. 338 45 20 976

LETTERA APERTA 12 MARZO 2010 Al Presidente della Repubblica Al Presidente del Consiglio Al Ministro della Pubblica IstruzioneLa Sentenza della Corte Costituzionale n.80 del 26 febbraio u.s., dichiarando " l'illegittimità costituzionale" dei commi 413 e 414 della legge finanziaria n. 244 del 2007, ha finalmente ristabilito quella "eguaglianza sostanziale" realizzata nel momento in cui la Repubblica, dopo anni di lavoro e di attenzione "normativa" verso le fasce più deboli, aveva messo in campo tutte quelle iniziative volte a rimuovere gli "ostacoli prodotti dal deficit", vanificate però da interventi normativi volti alla salvaguardia del Bilancio Statale. Il Sindacato SFIDA, in questi anni ha più volte cercato un dialogo con il Ministro dell'Istruzione, suo malgrado, però si è visto costretto a ricorrere ai Giudici per avere riconosciuto un Diritto acquisito ma negato.SFIDA ha dovuto constatare che su una normativa, volta prima all'inserimento, successivamente all'integrazione e all'inclusione delle persone con disabilità nel tessuto sociale attraverso un Progetto di Vita condiviso, hanno avuto il sopravvento le ragioni economiche; il Ministro, che avrebbe dovuto fungere da garante e salvaguardare il Diritto all'istruzione degli alunni con disabilità in base alle "effettive esigenze" rilevate, ha preferito NON dare ascolto "all'urlo silenzioso" di quei genitori costretti a riportare a casa i loro figli perché la scuola non è stata in grado di garantirgli il Diritto allo studio disattendendo quanto stabilito dalle certificazioni (DF, PDF, PEI) e dai gruppi (GLHI) preposti istituzionalmente.Le Istituzioni preposte non hanno avuto la voglia, o forse la forza, di "curare" quei ragazzi e quelle famiglie che credevano di avere dei Diritti costituzionalmente garantiti. E' stato più semplice trincerarsi dietro i ruoli istituzionali, affrontare contenziosi consapevoli di soccombere, ma certi che il risparmio che ne sarebbe derivato per le casse dello Stato sarebbe stato maggiore rispetto ad un intervento normativo che però avrebbe ristabilito lo stato di Diritto delle Persone con disabilità.Oggi, alla luce di questa Sentenza, il Sindacato SFIDA dice NO a leggi calate dall'alto che salvaguardano il Bilancio dello Stato, creano un divario insormontabile tra coloro che elargiscono normativa e disposizioni senza conoscere e considerare le "effettive esigenze" di chi vive la disabilità. CHIEDEUn intervento tempestivo del Ministro che stabilisca criteri e modalità indispensabili alle Istituzioni periferiche per la definizione e la richiesta degli organici di sostegno (diritto e fatto) per l'anno scolastico 2010/2011 aderenti alle "effettive esigenze rilevate". RAMMENTAChe solo un'inversione di rotta e una presa di posizione ferma da parte del Ministro può evitare ulteriori e futuri contenziosi alle famiglie e consentire agli alunni con disabilità una reale inclusione nella scuola e far sì che si passi dal "principio di eguaglianza formale" a quello "sostanziale", in modo che quanto stabilito nella Legge Quadro, nelle norme successive sulla disabilità, nelle Linee Guida sull'Integrazione Scolastica e nella Sentenza della Corte Costituzionale, possano trovare reale applicazione al fine di ristabilire quello stato di Diritto per anni fortemente cercato e realizzato, ultimamente leso e dimenticato. Il Segretario Nazionale Dino DI TULLIO



Coordinamento NazionaleComitati e Genitori della Scuola

http://www.genitoriescuola.it/news.php
Campagna nazionale: LA SCUOLA VA A ROTOLI
Cari genitori Lo stato in cui versano i bilanci delle scuole è ormai cosa nota, così come le conseguenze di anni di tagli. È un dato di fatto che: - i nostri figli stanno perdendo preziose ore di lezione a causa della mancanza di supplenti e di personale sostitutivo interno; - non ci sono insegnanti di sostegno a sufficienza; - non viene più seguito chi resta indietro o chi vorrebbe fare di più a causa della scomparsa delle compresenze; - le classi sono troppo numerose a dispetto della qualità didattica e delle norme di sicurezza; - sono stati tagliati molti progetti; - mancano i fondi per i corsi di recupero; - le scuole sono sporche per i tagli alle pulizie; - viene chiesto a noi di fornire il materiale che le scuole non possono più acquistare a causa dei loro bilanci in rosso: gessi, risme di carta, detersivi e persino carta igienica. Per questo motivo Genitori e Scuola ha deciso di dare il via ad una campagna nazionale di sensibilizzazione e protesta, civica e apartitica, e che coinvolga i genitori in quanto tali, senza vincoli di appartenenza se non quella di essere Cittadini Italiani. Il nostro simbolo sarà un semplice rotolo di carta igienica.
Creare un evento tra il 12 e il 31 marzo
Utilizzando i rotoli di Carta Igienica e i manifesti che trovate sul nostro sito: per chi abita a Roma e provincia: Il 12 marzo, approfittando dello sciopero, trovarsi per depositare i rotoli davanti al MIUR, in Viale Trastevere, 76/A (comunicheremo ulteriori dettagli) Nelle altre Provincie davanti agli Uffici Scolastici Provinciali (http://www.pubblica.istruzione.it/link_utili/siti_csa.shtml) oppure davanti alle Prefetture, se vi è più comodo. Per piccoli gruppi: organizzate una raccolta di rotoli di carta igienica (magari con un banchetto davanti alla scuola) con annessa raccolta firme. Poi preparate un grande pacco coi rotoli e una copia delle firme e speditelo a:
Ministero Istruzione Università e Ricerca Viale Trastevere, 76/A 00153 Roma (Il costo per spedire un Pacco ordinario è 7 euro per un massimo di 20 kg, lunghezza massima: 1 metro, lunghezza + giro massimo misurato in un senso che non sia quello della lunghezza: 2 metri) Per singoli: Non rinunciate!! La somma di tanti UNO puo? diventare MOLTI. Spedite il vostro singolo rotolo e fatecelo sapere.
Sono indicazioni di massima, a voi elaborarle o proporne di nuove

martedì 9 marzo 2010

Invece, ora in Italia, il Governo taglia risorse alla Scuola Pubblica e finanzia le scuole Private. E nella nostra regione… cosa succederà?


Invece, ora in Italia, il Governo taglia risorse alla Scuola Pubblica e finanzia le scuole Private.
E nella nostra regione… cosa succederà?
Ne parliamo con i candidati alle prossime elezioni del Consiglio Regionale delle Marche.
Martedì 16 marzo 2010 ore 16,30 Palazzo dei Bottoni Via Cialdini, 26 - Ancona.

Insegnanti, personale della scuola, genitori, studenti, cittadini e tutti coloro che hanno a cuore il destino della scuola pubblica sono invitati a partecipare.



Comitato di Ancona in difesa della scuola pubblica.
Comitato di Jesi in difesa della scuola pubblica.
Comitato di Recanati promozione e difesa della scuola pubblica.
Comitato di Tolentino in difesa della scuola pubblica.

venerdì 12 febbraio 2010

Dal diritto allo studio al sostegno dell'istruzione privata: lo stravolgimento della Costituzione

Comitato "per la scuola della repubblica"
Via La Marmora, 26 - 50121 FIRENZE
Dal diritto allo studio al sostegno dell'istruzione privata: lo stravolgimento della Costituzione
Fino a qualche anno addietro l'intervento regionale in materia di diritto allo studio era correttamente inteso come sostegno al diritto all'istruzione e si realizzava attraverso l'erogazione di servizi (mense, trasporti, ecc.) e borse di studio per le famiglie meno abbienti; da qualche regione si riteneva persino di dover limitare le provvidenze per il diritto allo studio alle scuole pubbliche, con esclusione delle famiglie che sceglievano le scuole private.
Con la sentenza n. 454 del 1994 la Corte Costituzionale ha affermato il diritto degli alunni delle scuole private allo stesso trattamento per quanto concerne la fornitura gratuita dei libri (lo stesso principio vale per la mensa ed i trasporti) prevista per gli alunni delle scuole pubbliche.
Attorno agli anni '90 talune Regioni però hanno "utilizzato" la competenza in materia di diritto alleo studio per aggirare il divieto costituzionale del finanziamento delle scuole private; in particolare per quanto concerne le scuole materne; si cominciò (Calabria L.R. n. 8/91- Marche n. 42/92, Val d'Aosta n. 68/93 ecc.) ad erogare sussidi alle scuole materne private che in talune realtà locali, in mancanza delle scuole pubbliche, svolgevano una funzione di supplenza; lo stesso tipo di intervento svolgeva lo Stato però aveva l'obbligo costituzionale dell'istituzione di scuole pubbliche per tutti.
Cominciò in tal modo ad introdursi, a livello di scuola materna, un'integrazione tra pubblico e privato; tale forma di integrazione, necessitata dalla carenza di scuole pubbliche, è diventata però una scelta tendente a prefigurare il riconoscimento di una funzione pubblica per le scuole private, successivamente affermato con la legge statale sulla parità (L. n. 62/2000).
Già in precedenza la Regione Emilia Romagna (e molti comuni della medesima Regione) si era subito proposta come promotrice di tale svolta e con la L.R. n. 52/95, stravolgendo i principi costituzionali, aveva introdotto il concetto di sistema integrato tra istruzione pubblica e istruzione privata attraverso l'uso delle convenzioni.
Tale L.R. fu impugnata dal Comitato Scuola e Costituzione di Bologna davanti al TAR che a sua volta l'ha rimessa alla Corte Costituzionale; la Corte Costituzionale, per motivi procedurali, ha però dichiarato inammissibile la questione, rimettendola nuovamente al TAR; la questione è ancora pendente.
Nel frattempo la stessa Regione Emilia Romagna ha adottato una nuova legge, introducendo una nuova concezione del diritto allo studio non come sostegno per lo studio, ma come sostegno al diritto di scelta tra istruzione pubblica ed istruzione privata; secondo tale concezione per garantire tale diritto di scelta il sussidio deve tener conto anche delle eventuali spese aggiuntive sostenute per la scelta della scuola privata; si è introdotto così, in modo surrettizio, sotto forma di diritto allo studio il buono scuola.
La legislazione dell'Emilia Romagna non soltanto ha anticipato le altre leggi regionali (Piemonte, Veneto, Lombardia che si differenziano per taluni aspetti quantitativi), ma ha prefigurato la legge statale sulla parità (L. n. 62/2000) che, in palese violazione dei principi costituzionali, ha istituito un sistema pubblico di istruzione, comprensivo di scuole statali, degli enti locali e privati con conseguente ulteriore incremento dei contributi diretti alle scuole private e borse di studio a sostegno delle spese sostenute e quindi anche a copertura delle spese per le rette per le scuole private.
Ovviamente affermato con una legge statale il principio della funzione pubblica delle scuole private e quindi del finanziamento, anche diretto, alle scuole private, era inevitabile che le Regioni (ma anche gli Enti locali) facessero a gara nel finanziamento diretto o indiretto delle scuole statali; una alla volta tutte le regioni sono intervenute in modi diversi, ma tutte nella sostanza con interventi a sostegno, diretto o indiretto, dell'istruzione privata.
Il quadro normativo attuale della legislazione regionale e` molto articolato e intrecciato; in questa singolare gara nel finanziamento pubblico delle scuole private le Regioni hanno difatti cercato di "utilizzare" tutti i possibili mezzi a loro disposizione; dall'insieme dei provvedimenti adottati dalle singole regioni si possono individuare tre forme di interventi:
1) contributi diretti soprattutto alle scuole materne che, per inadempienza dello Stato, svolgono una funzione di supplenza. Per le scuole materne le Regioni (v. Emilia Romagna) ritengono di avere competenza in quanto l'attivita` della scuola materna, secondo le Regioni, rientrerebbe nell'assistenza e quindi, in quanto tale, sarebbe di competenza regionale. Si tratta però di una tesi che non ha alcun fondamento giuridico, perché la scuola materna, a tutti gli effetti, rientra nel sistema dell'istruzione.
2) Contributi erogati dalle Regioni per effetto del D. Lgs. n. 112/98; con tale D. Lgs (art. 138) lo Stato ha trasferito alle Regioni la competenza ad erogare contributi alle scuole non statali; tali contributi con la legge di parita` sono stati ulteriormente incrementati (art. 1 comma 13 L.62/2000); si deve pero` rilevare che lo Stato non aveva competenza, stante il divieto di finanziamenti pubblici delle scuole non statali ex art. 33 Cost.; i contributi erogati dallo Stato, ancorché` previsti da leggi, erano illegittimi per violazione dell'art. 33 Cost.; di conseguenza anche l'art. 138 del D.Lgs. n. 112/98 in parte de qua si deve ritenere illegittimo per violazione di detto art. 33 Cost.
3) Contributi alle famiglie e/o borse di studio. Tali contributi sono previsti: a) L. n. 62/2000 (L. di parita`) che prevede borse di studio di pari importo (eventualmente differenziate per ordine e grado di istruzione) "da utilizzare a sostegno della spesa sostenuta e documentata dalle famiglie". b) Leggi regionali che prevedono ulteriori contributi alle famiglie, erogate direttamente o indirettamente (per il tramite della scuola) per concorrere alle spese per l'istruzione.
Tali forme di contributi possono essere determinati:
aa) in modo uguale per tutti gli alunni delle scuole private e pubbliche, indipendentemente dall'entità` delle spese sostenute;
bb) in modo differenziato in rapporto alle spese sostenute.
Tale seconda forma di contributo si traduce in un sostegno all'istruzione privata ed è giustificata dalle Regioni con una concezione "dilatata" del diritto allo studio come diritto di libertà di scelta; si configura nella sostanza come un buono scuola..
Considerate queste diverse forme di intervento, è difficile quantificare l'entità complessiva del finanziamento pubblico per l'istruzione privata; peraltro si deve considerare che, in molte realtà locali, ai contributi della Regione si aggiungono ulteriori contributi da parte degli Enti Locali; la Legge fondamentale dello Stato però afferma che l'istruzione privata deve essere istituita "senza oneri per lo Stato".
Corrado Mauceri
Comitato "per la scuola della repubblica"
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