molte provincie stanno tagliando i contributi per le scuole superiori...con il risultato di un aumento del carico per le famiglie....
http://www.disal.it/Objects/Pagina.asp?ID=19709 [9]
VERONA
http://www.larena.it/stories/Home/799528_conferma_alle_scuole_niente_fondi_per_le_spese/
[10]
DOLO
http://nuovavenezia.gelocal.it/cronaca/2014/09/11/news/la-provincia-taglia-i-fondi-alle-scuole-saliranno-le-rette-1.9917018
[11]
TARANTO
http://www.corriereditaranto.it/scuole-niente-soldi-dalla-provincia-come-fare/
[12]
BIELLA
http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/09/18/news/provincia_in_rosso_a_biella_niente_soldi_per_le_scuole-96025268/
[13]
CUNEO
http://www.targatocn.it/2014/07/21/leggi-notizia/argomenti/scuole-e-corsi/articolo/la-provincia-non-ha-i-soldi-per-garantire-acqua-e-luce-nelle-scuole-superiori-mentre-il-governo-stan.html
[14]
http://www.targatocn.it/2014/07/18/sommario/sportello-del-consumatore/leggi-notizia/argomenti/scuole-e-corsi/articolo/non-garantiamo-le-spese-di-riscaldamento-ed-energia-nelle-scuole-la-provincia-scrive-ai-dirigenti.html
“L’educazione è il valore meno materiale che esista, ma il più decisivo per l’avvenire di un popolo, in quanto è la sua forza spirituale, e per questo è soggiogata da coloro che pretendono di vendere il Paese… Sì, continuiamo a resistere, perché non possiamo permettere che l’educazione di trasformi in un privilegio” (Ernesto Sábato, Prima della fine)
martedì 28 ottobre 2014
scuola e calligrafia
fonte: la scuola di mafalda
Marco Belpoliti è scrittore e saggista. Tra i suoi ultimi libri: Il corpo del Capo (Guanda 2009), Senza vergogna (Guanda 2009), Pasolini in salsa piccante (Guanda 2010); La canottiera di Bossi (Guanda, 2012); Camera straniera. Alberto Giacometti e lo spazio (Johan & Levi, 2012); Da quella prigione. Moro, Warhol e le Brigate Rosse (Guanda, 2012); Il segreto di Goya (Johan & Levi, 2013); L'età dell'estremismo (Guanda, 2014). Dirige con Elio Grazioli la collana Riga, collabora a La Stampa e L'Espresso, insegna all'Università di Bergamo
scrivere a mano? (di marco politi)
Le scuole italiane hanno aperto le porte da una settimana o poco più, e mi sorge una domanda: vi s’insegna ancora la calligrafia? Quanto tempo dedicano oggi i maestri al miglioramento la scrittura dei bambini? Ma poi, in un mondo dominato dalla scrittura delle macchine digitali (computer, iPad, smartphone, iPhone, ecc.), quanto serve saper scrivere a mano?
Gunnlaugur S. E. Briem, noto type designer e scrittore d’origine islandese, racconta che in una ricerca dell’Università dell’Indiana, condotta dal professor Karin Harman James, è stato seguito un gruppo di bambini tra i tre e i cinque anni. Alcuni avevano imparato le lettere dell’alfabeto digitando sulla tastiera, altri scrivendole a mano. Quest’ultimi ricordavano meglio l’orientamento delle lettere, per esempio distinguendo con sicurezza la p da dalla q. Inoltre, la risonanza magnetica mostrava che i bambini che avevano appreso l’alfabeto scrivendo a mano, avevano un’attività cerebrale simile a quella di un adulto; riconoscevano con più esattezza le lettere, cosa che è molto importante per “vedere” in anticipo le lettere e sviluppare quindi una velocità di lettura maggiore. Scrivere una lettera dell’alfabeto è meglio che guardarla, udirla o digitarla.
Nell’introduzione al volume Scrittura corsiva. Un nuovo modello per la scuola primaria della calligrafa e docente Monica Dengo, il type designer riferisce di altre ricerche nelle università americane intorno alle capacità che attiva la scrittura a mano rispetto all’uso della tastiera, o nell’attività di calcolo. C’è da dire che scrivere a mano non è per nulla una cosa semplice per il bambino. Prima che sia in grado di farlo, deve raggiungere la raffinatezza del movimento del braccio e della mano. Tra l’omero e il pollice ci sono infatti 29 ossa che devono essere tutte coordinate. Il che accade in modo completo solo dopo i cinque anni, quando il bambino accresce le proprie capacità motorie. È allora che si può imparare a scrivere, o almeno cimentarsi nel farlo.
La scrittura a mano è la combinazione di vari aspetti tra loro connessi: linguistico, la lettera come simbolo che riguarda il suono e la conseguente lettura; grafico, la lettera come forma sulla superficie su cui si scrive; psicologico, la lettera come risultato del modo di percepire e di esprimere se stessi. Così scrivono Francesco Ascoli e Giovanni De Faccio in un libro, Scrivere meglio(Nuovi Equilibri, 1998), uscito anni fa, ma che è ancora un’ottima introduzione alla storia, alle metodologie e alla didattica della scrittura a mano: la calligrafia. Questo termine, tornato di moda da qualche anno – ci sono sempre più corsi rivolti agli adulti per imparare l’arte calligrafica – è scomparso nella cultura italiana all’epoca della Riforma Gentile nel 1923, quando fu sostituito con l’espressione “bella scrittura”, per quanto in quel periodo, grazie al manuale di Alessandro Marcucci, La Bella scrittura nelle scuole elementari, fu introdotta una buona metodologia per insegnare la scrittura a mano ai bambini.
Dal 1985 non c’è più l’obbligo di questo insegnamento, mentre la calligrafia, che si era mantenuta nelle scuole di avviamento professionale, è stata abolita nel 1970. L’effetto congiunto di queste due scelte è la diffusione delle “brutte scritture”, e nonostante le lamentazioni e le geremiadi rituali di insegnanti e pedagogisti, non si è più fatto nulla per migliorare la calligrafia dei bambini, salvo rare eccezioni di maestri e maestre che dedicano parte del loro tempo a questa istruzione pratica (oggi bisogna saper fare tante e troppe cose e i poveri maestri sono subissati da materie nuove, dall’inglese all’informatica).
Del resto, dalle prime scuole elementari fino all’università si scrive ancora a mano, e gli insegnanti sanno per esperienza la difficoltà che incontrano nel leggere temi o riassunti mal scritti, simili alle proverbiali scritture dei medici, i quali, a loro volta, oggi non scrivono quasi più a mano, ma usano i computer dei sistemi informatici regionali per ricette e diagnosi. Naturalmente si tratta di una delle numerose schizofrenie della nostra società contemporanea, dal momento che nelle cartolibrerie, nelle librerie tradizionali o nelle grandi catene commerciali del libro, sono ben presenti espositori con quaderni e block notes, e la scrittura a mano è coltivata sui taccuini neri dei Moleskine, elemento cool, alla moda, da Chatwin in poi.
Lo scrittore che prende appunti sul suo quadernetto, scrivendo naturalmente a mano, è diventato quasi un brand da imitare. La maggior parte delle persone che sono andate a scuola tra gli anni Cinquanta e Ottanta del XX secolo ha imparato a scrivere seguendo nel corsivo lo stile inglese, che è ancora la regina delle scritture calligrafiche, sia nella versione pendente che in quella dritta, modello ottocentesco dominante nella scuola italiana. Come si sa il corsivo è la scrittura più veloce e scorrevole per scrivere manualmente, grazie al fatto che la si esegue sollevando poche volte la penna dal foglio.
Secondo Monica Dengo, calligrafa e docente, dal punto di vista storico il corsivo è la forma più evoluta, quella che consente lo sviluppo del ritmo e del flusso naturale dei pensieri dalla mente al foglio, del rapporto tra corpo, gesto e segno. In un testo del 1973, Variazioni sulla scrittura (Einaudi, 1999) rimasto a lungo inedito, Roland Barthes ricorda che l’insegnamento della scrittura a mano è fondamentale per la liberazione del corpo e l’espressione della personalità.
Nei vecchi metodi di insegnamento, ad esempio la pratica di tracciare aste prima di cominciare a scrivere le lettere, era dettato da una forma di rigidità. Non a caso Maria Montessori raccomandava di cominciare piuttosto dalle lettere rotonde. Il semiologo francese ricorda che la scrittura, “per il fatto di essere un prolungamento del corpo, comporta immancabilmente un’etica”. Nell’Ottocento si decantava il vantaggio della scrittura dritta che, come un’ortopedia sociale, obbligava il bambino a tenere il corpo eretto, in posizione frontale, con le braccia sul tavolo, i due occhi a eguale distanza dalla carta. La rettitudine fisica come equivalente di quella morale. Barthes propende per la scrittura leggermente inclinata; per lui il movimento laterale della mano diventa più facile e rapido.
Nel suo bellissimo scritto, la cui prima edizione italiana è apparsa anni fa a cura di Giuseppe Zuccarino (Graphos), ci ricorda che in Occidente, a seguito delle costrizioni ebraico-cristiane il valore supremo è sempre la libertà, mentre in Oriente si pratica un apprendimento meno libero. Sia nell’aspetto filogenetico sia in quello ontogenetico, la scrittura appare strettamente legata al disegno: il bambino riesce a disegnare dai due anni, ben prima di scrivere, ed è da questa pratica che si passa alla scrittura vera e propria. Il discorso sul rapporto tra corpo e scrittura, uno dei temi del saggio di Barthes, è davvero complesso, e dunque molto interessante. Come sanno bene le maestre e i maestri le questioni del piacere, del godimento e del desiderio sono fondamentali nell’insegnamento.
La scrittura a mano attiva zone della nostra personalità importanti e decisive. La scrittura a mano oggi è reputata da molti lenta rispetto alla velocità della mente, alla rapidità del pensiero che i nuovi media e le tecnologie informatiche tendono a sviluppare prima di tutto come un valore oltre che come esito effettivo. Senza dubbio scrivere a mano è una pratica lenta, simile al camminare, ma proprio per questo promuove aspetti della psiche e della personalità individuale obliate, se non proprio cancellate, da smartphone e computer. C’è probabilmente un maggior equilibrio e armonia tra mente e corpo nell’uso della penna o del pennarello, per non dire nell’uso di stilografica o Rapidograph, oggetti ritenuti obsoleti.
Monica Dengo propone di superare l’uso del corsivo inglese, abbandonato nel resto dell’Europa da tempo, a favore del corsivo italico [cfr. anche il sito http://scritturacorsiva.it/]. Nel metodo calligrafico inglese il trattino delle lettere minuscole come a, e, i, u duplica quello in uscita della lettera precedente; funge da abbellimento, tuttavia rende l’apprendimento del corsivo più difficile per il bambino. Chi ha imparato questo metodo nella scuola del passato ricorda la difficoltà di scrivere la H che somiglia a una I maiuscola unita alla L, aggiungendo un trattino verticale per non confondere questa lettera con l’articolo determinativo Il. La calligrafa reputa che gli svolazzi siano difficili da memorizzare e non necessari. Il suo modello punta alla semplicità e sostituisce le maiuscole del corsivo inglese con le maiuscole (H, M, N, R, ecc.), e abolisce gli anelli tormento della mia infanzia.
Certo, per chi come me ha appreso la scrittura a mano seguendo il modello del corsivo inglese, con i suoi svolazzi, i groppi, le giravolte della mano, è difficile adattarsi ora al corsivo italico. Per ragioni affettive, ma anche per quella forza d’inerzia che è fondamentale negli individui: ho imparato a fare così, ed è così. Posso testimoniare che quell’apprendimento calligrafico fu faticoso e difficile: tanto che dovetti riempire quaderni e quaderni di svolazzi, che mi risultavano ingrati e penosi con pennini metallici che aravano i fogli di carta, invece di accarezzarli (ah, la calligrafia del pennello orientale!). Così com’era difficile collegare con trattini le lettere seguenti. E questa tecnica scrittoria, che chiedeva a noi piccini qualità da esperti calligrafi, mi ha fatto guardare con perplessità, e spesso con un po’ d’orrore, le pratiche calligrafiche delle mie figlie nel corso degli anni della scuola elementare.
Bisogna scrivere chiaro? Scrivere chiaro significa pensare “chiaro”, cioè bene, correttamente? Oppure anche io, figlio della ortopedia scrittoria del passato, sono schiavo di una visione oppressiva dello scrivere? Imparare a scrivere, come sostiene Narciso Silvestri, maestro di colore e di geometria, significa sperimentare il mondo delle turbe grafiche: tremolio, atarassia, pause, corea; è attraversare il vasto mare dell’esperienza dell’agitazione e turbamento. Forse noi adulti ci siamo dimenticati cosa ha significato imparare a scrivere a mano, quali emozioni e sconcerti comportava quell’atto fondamentale per poter accedere al mondo dei “grandi”.
Per dar forma ai propri pensieri, dopo aver abbandonato lo spazio libero del disegno infantile, verso i cinque o sei anni, siamo tutti passati attraverso il continente agitato e concitato della scrittura come comunicazione di sé, dei propri pensieri e sentimenti. Roland Barthes in quello straordinario saggio ricorda che esistono due sottofondi della scrittura su cui gli educatori dovrebbero sempre riflettere: “da un lato, la sessualità (tutti sanno che arrivando alla pubertà i bambini cambiano scrittura come cambiano voce) e dall’altro il ritmo (l’attività cadenzata sarebbe inscritta nella parte più arcaica delle nostre strutture encefaliche; e gli antropologi ci insegnano che, vari millenni prima della nascita della scrittura vera e propria – attestata – gli uomini hanno prodotto delle iscrizioni astratte e ritmate)”.
Ogni volta che s’impara a scrivere a mano è come ricapitolare in se stessi quel percorso durato un lungo lasso di tempo, ritrovare se stessi nella calligrafia, come nel disegno ritmico, è anche incontrare la propria identità. Meglio: nuotare sino alla riga, come ha detto un bambino con un bellissimo lapsus. Per questo mi auguro che le maestre e i maestri dedichino più tempo alla calligrafia, antica arte che non merita certo di scomparire.
(Marco Politi, doppiozero.com, 18 settembre 2014)
fonte: vivalascuola
Vivalascuola. La “Buona Scuola” di Renzi: schiava dell’azienda Matteo la creò
Pubblicato su ottobre 13, 2014 da vivalascuola
Quindi: la Confindustria fa cento proposte per una riforma del sistema dell’educazione e la ministra Stefania Giannini vi trova “parole chiave e temi che sono anche la linea guida del rapporto ‘La buona scuola‘ presentato dal governo“. Cosa chiedono gli industriali? “Riformare i meccanismi per l’immissione in ruolo dei docenti; abolire le graduatorie per anzianità; assumere per concorso e per chiamata diretta premiando il merito“. E ancora: “rimodulare la retribuzione in base a orario servizio, funzioni, conseguimento obiettivi; potenziare l’Invalsi; abolire il valore legale del titolo di studio”. Insomma, Renzi e Giannini lavorano alla scuola di Confindustria, la quale al contempo falsa dati pubblici per screditare la scuola italiana e renderla ancora più conforme alle esigenze del mondo economico. Ne parlano in questa puntata di vivalascuolaAlvaro Berardinelli, Bruno Moretto, Emanuele Rainone.
Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)
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.Bruno Moretto, Il Piano per la scuola di Renzi: una visione aziendalistica
Emanuele Rainone, Meglio una scuola fondata sulla bellezza
Alvaro Belardinelli, Scuola “buona” o “fondata sul lavoro“
Materiali, Un aziendalismo “straccione” all’assalto della scuola: testi di Frabboni, Baldacci, Saudino, Magni, Bottero, Bagni, Pellegatta, Locantore, Lo Presti, Boscaino, Boarelli
Le notizie della settimana scolastica
Un libro. Fitzwilliam Darcy recensisce Slow Scool di Penny Ritscher
Risorse in rete
Emanuele Rainone, Meglio una scuola fondata sulla bellezza
Alvaro Belardinelli, Scuola “buona” o “fondata sul lavoro“
Materiali, Un aziendalismo “straccione” all’assalto della scuola: testi di Frabboni, Baldacci, Saudino, Magni, Bottero, Bagni, Pellegatta, Locantore, Lo Presti, Boscaino, Boarelli
Le notizie della settimana scolastica
Un libro. Fitzwilliam Darcy recensisce Slow Scool di Penny Ritscher
Risorse in rete
Scuola, merce appetibile
L’affermazione chiave per interpretare le finalità del piano è che
“Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola.”.
Questa posizione iniziò a svilupparsi negli anni 90 in seguito all’affermarsi delle teorie liberiste che proponevano un arretramento dell’intervento statale a favore dello sviluppo di un’economia di mercato nella quale la merce scuola è molto appetibile perché ancora in larga parte in mano agli Stati. Il manifesto ideologico di tale posizione è “Una nuova idea di scuola” del 1994, firmato fra gli altri da Luigi Berlinguer in cui si afferma che
“Esiste al contrario un’altra strada: quella di quanti ritengono che nel campo decisivo della formazione sia necessario che i pubblici poteri indichino alla società e allo stesso mercato obiettivi, finalità e regole.”
La legge sull’autonomia di Berlinguer del 1997 fu il primo passo in questa direzione. Non a caso inizialmente conteneva anche l’autonomia finanziaria, ma ha comunque introdotto il concetto di competizione fra le scuole che possono diversificare l’offerta scolastica.
Da allora l’istruzione è stata vista sempre di più come un costo piuttosto che un investimento sociale ed economico. Esemplare in questo senso la cosiddetta riforma Gelmini, che ha avuto il preciso scopo di tagliare di 8 miliardi gli investimenti in campo scolastico.
I recenti dati forniti dall’Ocse e da Eurydice per il periodo 2008-2013 evidenziano un taglio del 19%, in controtendenza rispetto a tutti gli altri paesi più sviluppati. E i costi dell’istruzione si scaricano sui genitori, che sempre di più devono sopperire personalmente alla carenza di risorse pubbliche.
Basti ricordare la trasformazione nei fatti del contributo volontario in obolo obbligatorio o gli acquisti sempre più diffusi di materiale scolastico e pure della carta igienica da parte delle famiglie. Per non parlare di quanti si devono sempre più rivolgere a strutture a pagamento per la carenza di offerta pubblica in particolare nella scuola dell’infanzia statale non a caso neppure citata nel piano Renzi.
giovedì 25 settembre 2014
scuola ed inclusione
fonte: disabili.com
Sostegno:
continuità didattica, reti di scuole, lauree apposite per
l’integrazione e altro ancora in una recente proposta di legge
In questi giorni gli alunni di tutte le scuole d’Italia sono tornati o si apprestano a tornare sui banchi. Molte classi in cui sono presenti alunni con certificazione potranno avere la presenza di uno dei 18 mila insegnanti di sostegno assunti a tempo indeterminato nel 2014. Ad essi il prossimo anno si aggiungeranno altri 9 mila docenti che saranno immessi in ruolo nell’ultima tranche del piano triennale di assunzioni e che potranno garantire continuità didattica alle classi cui sono assegnati.
Eppure, secondo la Flc Cgil, gli insegnanti di sostegno non sono ancora sufficienti rispetto alle esigenze, in quanto nelle scuole vi è stato un costante aumento degli alunni disabili ma gli organici non sono stati adeguati. Con le assunzioni del prossimo anno, infatti, l’organico di diritto sarà di 90 mila docenti ma i reali posti necessari sono più di 103 mila, dal momento che nel 2013-2014 gli alunni con disabilità erano oltre 207 mila.
Le stabilizzazioni introdotte, comunque, mirano a migliorare l’organizzazione territoriale, in vista di un organico dell’autonomia, cioè di un team di docenti di scuole e reti di scuole che assicuri la funzionalità del servizio, anche nel sostegno.
Si tratta di prospetti migliorativi cui partecipano anche la Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish) e la Federazione associazioni nazionali disabili (Fand), con una proposta di legge per la riforma della docenza di sostegno. In essa sono contenute disposizioni per favorire la continuità didattica, il superamento della delega al docente di sostegno, la presa in carico del progetto di inclusione da parte di tutti i docenti curricolari e la formazione di docenti, dirigenti e personale amministrativo. La proposta prevede inoltre una laurea apposita per il sostegno, con percorsi specifici per i diversi ordini e gradi. Ciò creerebbe, di fatto, le classi di concorso specifiche per le attività di sostegno e, quindi, la permanenza nel ruolo senza possibilità di passaggio all’insegnamento di tipo curricolare.
Non solo. E’ prevista anche la semplificazione delle procedure necessarie per la certificazione di disabilità e la stesura di un profilo di funzionamento, che sostituirebbe la Diagnosi Funzionale ed il Profilo Dinamico Funzionale. In essa sono contenute anche disposizioni per garantire l’accessibilità, l’assistenza nell’istruzione domiciliare e la somministrazione dei farmaci a scuola. Infine, 106 Centri Territoriali di Supporto (CTS), di livello provinciale, offrirebbero consulenza e software didattici agli insegnanti e alle scuole.
Si tratta di un progetto di legge organico, che vuole aggiornare le disposizioni contenute nella L. 104/92, anche in considerazione della sopravvenuta autonomia scolastica e dei progressi delle politiche scolastiche in direzione dell’inclusione.
Il testo della proposta è stato presentato al Ministero e poi alla Camera e si è in attesa di sviluppi.
APPROFONDIMENTI
La proposta di legge
IN DISABILI.COM:
Scuola disabili e sostegno
Linee guida la buona scuola e il sostegno
Scuola e inclusione: una rivoluzionaria proposta di legge sul sostegno
In questi giorni gli alunni di tutte le scuole d’Italia sono tornati o si apprestano a tornare sui banchi. Molte classi in cui sono presenti alunni con certificazione potranno avere la presenza di uno dei 18 mila insegnanti di sostegno assunti a tempo indeterminato nel 2014. Ad essi il prossimo anno si aggiungeranno altri 9 mila docenti che saranno immessi in ruolo nell’ultima tranche del piano triennale di assunzioni e che potranno garantire continuità didattica alle classi cui sono assegnati.
Eppure, secondo la Flc Cgil, gli insegnanti di sostegno non sono ancora sufficienti rispetto alle esigenze, in quanto nelle scuole vi è stato un costante aumento degli alunni disabili ma gli organici non sono stati adeguati. Con le assunzioni del prossimo anno, infatti, l’organico di diritto sarà di 90 mila docenti ma i reali posti necessari sono più di 103 mila, dal momento che nel 2013-2014 gli alunni con disabilità erano oltre 207 mila.
Le stabilizzazioni introdotte, comunque, mirano a migliorare l’organizzazione territoriale, in vista di un organico dell’autonomia, cioè di un team di docenti di scuole e reti di scuole che assicuri la funzionalità del servizio, anche nel sostegno.
Si tratta di prospetti migliorativi cui partecipano anche la Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish) e la Federazione associazioni nazionali disabili (Fand), con una proposta di legge per la riforma della docenza di sostegno. In essa sono contenute disposizioni per favorire la continuità didattica, il superamento della delega al docente di sostegno, la presa in carico del progetto di inclusione da parte di tutti i docenti curricolari e la formazione di docenti, dirigenti e personale amministrativo. La proposta prevede inoltre una laurea apposita per il sostegno, con percorsi specifici per i diversi ordini e gradi. Ciò creerebbe, di fatto, le classi di concorso specifiche per le attività di sostegno e, quindi, la permanenza nel ruolo senza possibilità di passaggio all’insegnamento di tipo curricolare.
Non solo. E’ prevista anche la semplificazione delle procedure necessarie per la certificazione di disabilità e la stesura di un profilo di funzionamento, che sostituirebbe la Diagnosi Funzionale ed il Profilo Dinamico Funzionale. In essa sono contenute anche disposizioni per garantire l’accessibilità, l’assistenza nell’istruzione domiciliare e la somministrazione dei farmaci a scuola. Infine, 106 Centri Territoriali di Supporto (CTS), di livello provinciale, offrirebbero consulenza e software didattici agli insegnanti e alle scuole.
Si tratta di un progetto di legge organico, che vuole aggiornare le disposizioni contenute nella L. 104/92, anche in considerazione della sopravvenuta autonomia scolastica e dei progressi delle politiche scolastiche in direzione dell’inclusione.
Il testo della proposta è stato presentato al Ministero e poi alla Camera e si è in attesa di sviluppi.
APPROFONDIMENTI
La proposta di legge
IN DISABILI.COM:
Scuola disabili e sostegno
Linee guida la buona scuola e il sostegno
rapporto 2014 siurezza nelle suole
Il XII Rapporto su sicurezza, qualità e accessibilità a scuola di Cittadinanzattiva
Questo il quadro che emerge dal XII Rapporto nazionale su sicurezza, qualità ed accessibilità a scuola presentato il 18 settembre da Cittadinanzattiva.
Scarica il Rapporto (anche quest'anno il rapporto è scaricabile solo a pagamento), leggi i comunicati stampa e le slides di presentazione. A questo link la galleria fotografia di una scuola di Termoli, messa male sotto il profilo della sicurezza.
XII Rapporto su sicurezza, qualità e accessibilità a scuola di Cittadinanzattiva
Lo
stato di sicurezza di tante scuole nel nostro Paese è grave: quattro
edifici su dieci hanno una manutenzione carente, oltre il 70% presenta
lesioni strutturali, in un caso su tre gli interventi strutturali non
vengono effettuati, più della metà delle scuole si trova in zona a
rischio sismico e una su quattro in zona a rischio idrogeologico.
Questo il quadro che emerge dal XII Rapporto su sicurezza, qualità ed accessibilità a scuola, presentato oggi 18 settembre 2014 a Roma da Cittadinanzattiva. “Pur apprezzando il notevole sforzo dell’attuale Governo di mettere in campo risorse economiche per le scuole, riteniamo, però, che affidarsi esclusivamente a quanto segnalato dai Sindaci, significa non aver agito secondo criteri oggettivi e misurabili di urgenza e gravità: un esempio lampante della non oggettività è che l’Istituto Giovanni Caso di Piedimonte Matese, monitorato nel nostro Rapporto, è in condizioni pessime dal punto di vista della sicurezza e non ha ricevuto un euro di finanziamento”, afferma Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale della Scuola di Cittadinanzattiva. “Nel frattempo, oltre che sperare che non accadano altre tragedie (36 quelle sfiorate solo nell’ultimo anno scolastico), occorre trovare altre fonti di finanziamento, eliminare situazioni di spreco, valorizzare e regolamentare il sostegno di soggetti privati e innanzitutto far venire alla luce l’Anagrafe della edilizia scolastica che attendiamo da 18 anni. Entro breve tempo il Ministero dell’Istruzione sarà obbligato, grazie all’azione di Cittadinanzattiva di accesso civico prima ed al ricorso al Tar del Lazio poi, a rendere noti i dati in proprio possesso così come le Regioni glieli hanno forniti”.
213
gli edifici scolastici monitorati in 14 Regioni (Abruzzo, Basilicata,
Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Molise,
Piemonte, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto), oltre 70mila gli
studenti iscritti nelle scuole monitorate e oltre 7mila i docenti.
Il contesto ambientale. Il 65% è situata in zona a rischio sismico (54% è il dato sul totale degli edifici scolastici pubblici, di cui 13.742, ossia il 30%, si trova nelle zone a rischio più elevato, le cd zone 1 e 2); il 24% in zona a rischio idrogeologico, il 7% in zona a rischio industriale, il 5% a rischio vulcanico, il 14% in zona a elevato inquinamento acustico; il 2% presenta amianto e radon.
Lo stato degli edifici. Il 41% delle scuole ha uno stato di manutenzione mediocre o pessimo, quasi tre scuole su quattro (73%) presentano lesioni strutturali per lo più sulla facciata esterna (66%); il 25% dei corridoi, il 21% delle mense e dei bagni e il 18% delle aule presenta distacchi di intonaco; segni di fatiscenza sono presenti per lo più nei laboratori (24%), nelle aule e nei bagni (20%), nelle palestre e segreterie (19%), nel 15% delle mense. Di fronte alla richiesta di piccoli lavori di manutenzione, nel 15% dei casi l’ente proprietario non è mai intervenuto e nel 23% è intervenuto con molto ritardo. Nel caso di richiesta di lavori di manutenzione strutturale, ben più lunghi e onerosi, nel 29% delle situazioni l’ente non è intervenuto.
Aule &…
Il contesto ambientale. Il 65% è situata in zona a rischio sismico (54% è il dato sul totale degli edifici scolastici pubblici, di cui 13.742, ossia il 30%, si trova nelle zone a rischio più elevato, le cd zone 1 e 2); il 24% in zona a rischio idrogeologico, il 7% in zona a rischio industriale, il 5% a rischio vulcanico, il 14% in zona a elevato inquinamento acustico; il 2% presenta amianto e radon.
Lo stato degli edifici. Il 41% delle scuole ha uno stato di manutenzione mediocre o pessimo, quasi tre scuole su quattro (73%) presentano lesioni strutturali per lo più sulla facciata esterna (66%); il 25% dei corridoi, il 21% delle mense e dei bagni e il 18% delle aule presenta distacchi di intonaco; segni di fatiscenza sono presenti per lo più nei laboratori (24%), nelle aule e nei bagni (20%), nelle palestre e segreterie (19%), nel 15% delle mense. Di fronte alla richiesta di piccoli lavori di manutenzione, nel 15% dei casi l’ente proprietario non è mai intervenuto e nel 23% è intervenuto con molto ritardo. Nel caso di richiesta di lavori di manutenzione strutturale, ben più lunghi e onerosi, nel 29% delle situazioni l’ente non è intervenuto.
Aule &…
Lo stato di…. |
Aule
|
Mense
|
Palestre
|
Distacchi di intonaco
|
18%
|
21%
|
21%
|
Segni di fatiscenza
|
20%
|
15%
|
20%
|
Porte anti-panico
|
23%
|
62%
|
64%
|
Barriere architettoniche
|
29%
|
11%
|
20%
|
Finestre non integre
|
44%
|
12%
|
14%
|
Pavimenti difformi
|
22%
|
14%
|
17%
|
Fili elettrici scoperti
|
1%
|
3%
|
6%
|
Cavi volanti
|
17%
|
6%
|
3%
|
Aerazione: ottimo o buon livello
|
81%
|
76%
|
80%
|
Temperatura: ottimo o buon livello
|
60%
|
66%
|
61%
|
Illuminazione: ottimo o buon livello
|
76%
|
82%
|
83%
|
Presenza di polvere
|
22%
|
6%
|
25%
|
Pulizia: ottimo o buono
|
71%
|
84%
|
66%
|
Fonte: Cittadinanzattiva 2014
I cortili
sono presenti in 178 delle 213 scuole monitorate. Nell’89% dei casi
sono recintati, ma lo stato della recinzione è pessimo in una scuola su
cinque. Talvolta vengono usati come magazzino, con presenza di ingombri e
di rifiuti non rimossi (13%); in una scuola su tre sono utilizzati come
parcheggio, dal personale e dalle famiglie.
In oltre i due terzi dei cortili, è presente uno spazio verde e in un caso su tre anche una area gioco o sportivo attrezzata.
I bagni sono spesso sprovvisti di carta igienica (manca nel 40%), di sapone (44%), di asciugamani (66%) e di scopini per il wc (assenti nel 46% delle scuole).
La sicurezza interna. Mancano scale di sicurezza nel 22% delle scuole monitorate; solo il 48% presenta vetrate a norma; le porte con apertura antipanico sono assenti nel 76% delle aule, nel 69% dei bagni, nel 63% delle aule computer, nel 61% dei laboratori, nel 38% delle mense e nel 36% delle palestre e anche nel 16% dei cortili dove saranno obbligatorie per legge.
Gli impianti elettrici e anti-incendio sono completati o in stato avanzato di adeguamento in oltre il 60% delle scuole.
766 gli incidenti accorsi, nell’ultimo anno, a studenti e personale scolastico nelle scuole monitorate, in 94 casi è stato chiesto l’intervento del 118, in 53 è stato disposto il trasferimento in ospedale.
Il 77% delle scuole ha un sistema di vigilanza interna, svolto prevalentemente (77%) da collaboratore scolastico. Ancora frequente (46%) la cattiva abitudine di lasciare i cancelli aperti durante le ore di lezioni.
Certificazioni e segnaletica. Una scuola su tre possiede il certificato di agibilità statica, poco più (35%) il certificato di agibilità igienico-sanitaria, solo il 23% quello di prevenzione incendi. Il 95% ha nominato il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, il 67% il medico competente. Il piano di evacuazione è presente in tutte le scuole, mentre il documento di valutazione dei rischi è stato redatto nel 92%.
Le prove di evacuazione sono effettuate con regolarità nel 90% delle scuole, per lo più relativamente al rischio incendio (93%) e sismico (90%). Ancora poche (20%) le prove per rischio idrogeologico. la piantina con i percorsi di evacuazione è presente nell’85% delle scuole, così come la segnalazione delle uscite di emergenza.
Barriere architettoniche e accessibilità. Una scuola su quattro è priva di posti per disabili ad hoc nel cortile o nel parcheggio interno, e quasi una su due non ne ha nemmeno nei pressi dell’edificio. Il 46% degli edifici su più piani dispone di un ascensore, ma questo nel 20% dei casi non funziona e nel 6% non è abbastanza largo da consentire l’ingresso di una carrozzina. Barriere architettoniche sono presenti nel 29% delle aule, nel 28% dei laboratori, nel 21% degli ingressi, nel 20% delle palestre, nel 18% delle biblioteche, nell’11% delle mense e dei cortili. Quasi in un’aula su due non ci sono banchi adatti o adattabili a uno studente in carrozzina, nel 39% non sono installate attrezzature didattiche o tecnologiche per la partecipazione attiva degli studenti disabili. Anche le aule computer, in più di un caso su tre, non hanno sussidi didattici adatti. Mancano bagni per disabili in una scuola su tre. Dal punto di vista della didattica, il 90% attua piani educativi individualizzati.
Bullismo, vandalismo e criminalità. Una scuola su tre ha subito nell’ultimo anno atti di vandalismo, una su dieci è stata al centro di episodi di bullismo, il 6% anche episodi di criminalità all’interno e il 12% nei pressi dell’edificio.
Scuole green. Cresce negli anni il numero di scuole che utilizza fonti di illuminazione a basso consumo (32%), o pannelli solari e altre fonti rinnovali (9%), e che fa raccolta differenziata (65%).
Scuole aperte. Nell’87% delle scuole monitorate è possibile utilizzare i locali anche al di fuori dell’attività scolastica: nell’80% dei casi si svolgono comunque attività didattiche, nel 49% anche attività culturali, sportive, ricreative e solo nel 5% è possibile realizzare attività autogestite.
In oltre i due terzi dei cortili, è presente uno spazio verde e in un caso su tre anche una area gioco o sportivo attrezzata.
I bagni sono spesso sprovvisti di carta igienica (manca nel 40%), di sapone (44%), di asciugamani (66%) e di scopini per il wc (assenti nel 46% delle scuole).
La sicurezza interna. Mancano scale di sicurezza nel 22% delle scuole monitorate; solo il 48% presenta vetrate a norma; le porte con apertura antipanico sono assenti nel 76% delle aule, nel 69% dei bagni, nel 63% delle aule computer, nel 61% dei laboratori, nel 38% delle mense e nel 36% delle palestre e anche nel 16% dei cortili dove saranno obbligatorie per legge.
Gli impianti elettrici e anti-incendio sono completati o in stato avanzato di adeguamento in oltre il 60% delle scuole.
766 gli incidenti accorsi, nell’ultimo anno, a studenti e personale scolastico nelle scuole monitorate, in 94 casi è stato chiesto l’intervento del 118, in 53 è stato disposto il trasferimento in ospedale.
Il 77% delle scuole ha un sistema di vigilanza interna, svolto prevalentemente (77%) da collaboratore scolastico. Ancora frequente (46%) la cattiva abitudine di lasciare i cancelli aperti durante le ore di lezioni.
Certificazioni e segnaletica. Una scuola su tre possiede il certificato di agibilità statica, poco più (35%) il certificato di agibilità igienico-sanitaria, solo il 23% quello di prevenzione incendi. Il 95% ha nominato il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, il 67% il medico competente. Il piano di evacuazione è presente in tutte le scuole, mentre il documento di valutazione dei rischi è stato redatto nel 92%.
Le prove di evacuazione sono effettuate con regolarità nel 90% delle scuole, per lo più relativamente al rischio incendio (93%) e sismico (90%). Ancora poche (20%) le prove per rischio idrogeologico. la piantina con i percorsi di evacuazione è presente nell’85% delle scuole, così come la segnalazione delle uscite di emergenza.
Barriere architettoniche e accessibilità. Una scuola su quattro è priva di posti per disabili ad hoc nel cortile o nel parcheggio interno, e quasi una su due non ne ha nemmeno nei pressi dell’edificio. Il 46% degli edifici su più piani dispone di un ascensore, ma questo nel 20% dei casi non funziona e nel 6% non è abbastanza largo da consentire l’ingresso di una carrozzina. Barriere architettoniche sono presenti nel 29% delle aule, nel 28% dei laboratori, nel 21% degli ingressi, nel 20% delle palestre, nel 18% delle biblioteche, nell’11% delle mense e dei cortili. Quasi in un’aula su due non ci sono banchi adatti o adattabili a uno studente in carrozzina, nel 39% non sono installate attrezzature didattiche o tecnologiche per la partecipazione attiva degli studenti disabili. Anche le aule computer, in più di un caso su tre, non hanno sussidi didattici adatti. Mancano bagni per disabili in una scuola su tre. Dal punto di vista della didattica, il 90% attua piani educativi individualizzati.
Bullismo, vandalismo e criminalità. Una scuola su tre ha subito nell’ultimo anno atti di vandalismo, una su dieci è stata al centro di episodi di bullismo, il 6% anche episodi di criminalità all’interno e il 12% nei pressi dell’edificio.
Scuole green. Cresce negli anni il numero di scuole che utilizza fonti di illuminazione a basso consumo (32%), o pannelli solari e altre fonti rinnovali (9%), e che fa raccolta differenziata (65%).
Scuole aperte. Nell’87% delle scuole monitorate è possibile utilizzare i locali anche al di fuori dell’attività scolastica: nell’80% dei casi si svolgono comunque attività didattiche, nel 49% anche attività culturali, sportive, ricreative e solo nel 5% è possibile realizzare attività autogestite.
mercoledì 10 settembre 2014
aumentano i docenti di religione
fonte: italialaica.it
 I DOCENTI DI RELIGIONE.mht!http://www.italialaica.it/utils/appoimg/show?id=51876&class=large)
Sono 2mila in più di dieci anni fa, nonostante il calo degli alunni. "Specialisti" scelti dai vescovi, al posto delle maestre "tuttofare".
A settembre, la scuola italiana avrà bisogno di più insegnanti di Religione dello scorso anno. Duemila in più rispetto a dieci anni fa. A certificarlo è l'organico dei docenti di Religione 2014/2015 del ministero. E se da un decennio a oggi nella scuola italiana tutto (o quasi) presenta un segno rosso - dai finanziamenti per le attività pomeridiane e accessorie agli organici dei docenti, dai bidelli al personale di segreteria - l'unico settore che pare immune dalla spending review è proprio quello dei docenti di Religione cattolica. Che, nonostante l'inarrestabile calo degli alunni che seguono la materia, aumentano.
Il trucco c'è ma non si vede, verrebbe da dire. In passato, la Chiesa cattolica forniva anche alle insegnanti curricolari che lo richiedevano il lasciapassare per insegnare Religione. Ma da parecchi anni questo non è più possibile. Così, andate in pensione le maestre "tuttofare", le ore di Religione passano dunque agli specialisti scelti dai vescovi. Ecco perché diventa necessario reclutare nuove maestre di religione, in possesso dei requisiti previsti dal concordato Stato-Chiesa del 1984.
Così, mentre i primi di agosto in Italia impazzava la polemica sui cosiddetti "Quota 96" - circa 4mila docenti che nel 2012 avevano già maturato i requisiti per andare in pensione ma, per effetto di un errore nella legge Fornero, furono bloccati in classe fino al compimento dei 67 anni di età - il governo approvava il decreto con i posti complessivamente funzionanti per l'insegnamento della Religione cattolica, che aumenteranno di 310 unità rispetto al 2013. A settembre dunque, il loro organico sfiorerà le 24mila unità: un record. In poco più di un decennio la pianta organica degli insegnanti di Religione è cresciuta del 9,3 per cento, passando da 21.951 cattedre alle 23.994 dell'anno scolastico che sta per iniziare.
Per il ministero dell'Istruzione l'incremento è però da attribuire all'aumento della popolazione scolastica: "Il contingente complessivo dei docenti di religione è individuato sulla base di un decreto interministeriale", spiegano. "Le unità sono 16.794, determinate sulla base del numero di alunni e nella misura del 70 per cento dei posti di insegnamento complessivamente funzionanti. Rispetto al 2013/2014 c'è quindi un incremento di 215 unità di personale che si aggancia all'incremento di alunni totali nel sistema di istruzione (+44.209)". Mentre per lo stesso incremento gli organici degli altri insegnanti è invariato.
Nel frattempo, per la presenza degli alunni stranieri, la frequenza dell'ora di Religione cattolica è scemata. Undici anni fa, quando il prof di Religione entrava in classe erano poco più di sette gli alunni che uscivano dall'aula per dedicarsi ad altre attività, nel 2012/2013 - secondo i dati della Cei - la quota di quanti scelgono l'esenzione è arrivata all'11,1 per cento. Circa 874 mila alunni che non seguono l'ora di religione.
Ma l'incremento dei posti contabilizzato finora è soltanto la punta dell'iceberg di un fenomeno accelerato da un accordo sottoscritto due anni fa dall'allora ministro Profumo e dal cardinal Bagnasco. L'intesa stabilisce che dal 2017 anche le circa 50mila anziane maestre in attività che insegnano religione dovranno passare la mano agli specialisti: per insegnare la religione cattolica occorrerà essere in possesso di un apposito master universitario di secondo livello in scienze religiose. In palio, quasi 7mila cattedre.
Italia, RICOMINCIA LA SCUOLA E AUMENTANO (ANCORA) I DOCENTI DI RELIGIONE
Di Redazione | 20.08.2014
Sono 2mila in più di dieci anni fa, nonostante il calo degli alunni. "Specialisti" scelti dai vescovi, al posto delle maestre "tuttofare".
A settembre, la scuola italiana avrà bisogno di più insegnanti di Religione dello scorso anno. Duemila in più rispetto a dieci anni fa. A certificarlo è l'organico dei docenti di Religione 2014/2015 del ministero. E se da un decennio a oggi nella scuola italiana tutto (o quasi) presenta un segno rosso - dai finanziamenti per le attività pomeridiane e accessorie agli organici dei docenti, dai bidelli al personale di segreteria - l'unico settore che pare immune dalla spending review è proprio quello dei docenti di Religione cattolica. Che, nonostante l'inarrestabile calo degli alunni che seguono la materia, aumentano.
Il trucco c'è ma non si vede, verrebbe da dire. In passato, la Chiesa cattolica forniva anche alle insegnanti curricolari che lo richiedevano il lasciapassare per insegnare Religione. Ma da parecchi anni questo non è più possibile. Così, andate in pensione le maestre "tuttofare", le ore di Religione passano dunque agli specialisti scelti dai vescovi. Ecco perché diventa necessario reclutare nuove maestre di religione, in possesso dei requisiti previsti dal concordato Stato-Chiesa del 1984.
Così, mentre i primi di agosto in Italia impazzava la polemica sui cosiddetti "Quota 96" - circa 4mila docenti che nel 2012 avevano già maturato i requisiti per andare in pensione ma, per effetto di un errore nella legge Fornero, furono bloccati in classe fino al compimento dei 67 anni di età - il governo approvava il decreto con i posti complessivamente funzionanti per l'insegnamento della Religione cattolica, che aumenteranno di 310 unità rispetto al 2013. A settembre dunque, il loro organico sfiorerà le 24mila unità: un record. In poco più di un decennio la pianta organica degli insegnanti di Religione è cresciuta del 9,3 per cento, passando da 21.951 cattedre alle 23.994 dell'anno scolastico che sta per iniziare.
Per il ministero dell'Istruzione l'incremento è però da attribuire all'aumento della popolazione scolastica: "Il contingente complessivo dei docenti di religione è individuato sulla base di un decreto interministeriale", spiegano. "Le unità sono 16.794, determinate sulla base del numero di alunni e nella misura del 70 per cento dei posti di insegnamento complessivamente funzionanti. Rispetto al 2013/2014 c'è quindi un incremento di 215 unità di personale che si aggancia all'incremento di alunni totali nel sistema di istruzione (+44.209)". Mentre per lo stesso incremento gli organici degli altri insegnanti è invariato.
Nel frattempo, per la presenza degli alunni stranieri, la frequenza dell'ora di Religione cattolica è scemata. Undici anni fa, quando il prof di Religione entrava in classe erano poco più di sette gli alunni che uscivano dall'aula per dedicarsi ad altre attività, nel 2012/2013 - secondo i dati della Cei - la quota di quanti scelgono l'esenzione è arrivata all'11,1 per cento. Circa 874 mila alunni che non seguono l'ora di religione.
Ma l'incremento dei posti contabilizzato finora è soltanto la punta dell'iceberg di un fenomeno accelerato da un accordo sottoscritto due anni fa dall'allora ministro Profumo e dal cardinal Bagnasco. L'intesa stabilisce che dal 2017 anche le circa 50mila anziane maestre in attività che insegnano religione dovranno passare la mano agli specialisti: per insegnare la religione cattolica occorrerà essere in possesso di un apposito master universitario di secondo livello in scienze religiose. In palio, quasi 7mila cattedre.
corsi antiomofobia
Malpezzi: il MIUR ha assicurato che ci saranno corsi antiomofobia
“Dopo le notizie di stampa circa la sospensione dei corsi anti-omofobia, ho chiesto immediati chiarimenti al MIUR che mi ha assicurato che non c'è alcuna intenzione di far cadere l'iniziativa e che, anzi, si svolgerà entro la fine dell'anno scolastico. Sarebbe gravissimo, infatti, se gli insegnanti non ricevessero una formazione adeguata in grado di sostenerli nelle lotte contro tutte le discriminazioni, omofobia compresa.In Italia, infatti, esiste una drammatica condizione repressiva che condiziona molti giovani omosessuali e l' omosessualità stessa spesso nelle scuole diventa il fattore scatenante per episodi di bullismo. Formare gli insegnanti in questo ambito significa anche offrire loro strumenti per prevenire e contrastare forme di violenza perpetrate ai danni dei soggetti più deboli.
Vorrei ricordare che il 19 aprile 2013, il governo ha formalmente adottato una "Strategia nazionale LGBT 2013-2015", un piano di azioni di risposta alle discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale e l'identità di genere. Ecco, in questo senso, non sarebbe accettabile nessun passo indietro. Il corso di formazione si svolgerà e noi vigileremo perché questo accada in tempi brevi.
La lotta all'omofobia non è un tema negoziabile. E'un principio di buon senso e di civiltà”.
Lo ha dichiarato la deputata Pd Simona Malpezzi, componente commissione Cultura.
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