giovedì 20 maggio 2010



Vivalascuola. Cittadini a scuola e stranieri in città
Posted by giorgiomorale on May 17, 2010


Reso noto l’organico dei docenti 2010-2011, scoppia l’emergenza tempo pieno. Con la seconda tranche dei tagli, gli aggiustamenti operati quest’anno dalle singole scuole per garantire il tempo pieno non saranno possibili. A Roma occupata la scuola Iqbal Masih. Sono cifre enormi. A Milano sono 150 le classi trasformate d’ufficio a tempo normale e circa 3.000 i bambini che dovranno essere esclusi. A Roma ci saranno 97 prime a tempo pieno in meno. A Padova 195 classi in meno di quelle richieste. A Firenze resteranno fuori 600 bambini… E alle superiori cominceranno i tagli della “riforma” Gelmini… Si aggiunga che: lo Stato non dà il miliardo che deve alle scuole pubbliche, riduce il sostegno, non finanzia le attività didattiche…



Integrazione a scuola: l’orizzonte fai-da-te di Francesco Accattoli


La presenza degli alunni stranieri nella scuola secondaria superiore, oggi oramai consolidata, è una realtà che non può prescindere da una analisi attenta circa le strategie didattiche più serie da offrire, coerentemente per altro con quanto sottolineato dal Ministero stesso.
Si legge nelle “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri” del C. M. n°24 del 1 marzo del 2006:
“L’apprendimento e lo sviluppo della lingua italiana come seconda lingua deve essere al centro dell’azione didattica. Occorre, quindi, che tutti gli insegnanti della classe, di qualsivoglia disciplina, siano coinvolti (vedi Progetto pilota del MIUR, Direzione generale del personale della scuola, in collaborazione con 21 Università: “Azione italiano L2: Lingua di contatto, lingua di culture”).
E’ necessaria, pertanto, una programmazione mirata sui bisogni reali e sul monitoraggio dei progressi di apprendimento nella lingua italiana, acquisita via via dall’alunno straniero.
[…] L’educazione interculturale non è una disciplina aggiuntiva, ma una dimensione trasversale, uno sfondo che accomuna tutti gli insegnanti e gli operatori scolastici. Il pluralismo culturale e la complessità del nostro tempo richiedono necessariamente una continua crescita professionale di tutto il personale della scuola. Diventa, quindi, prioritario il tema della formazione, iniziale e in servizio, e della formazione universitaria dei docenti. La Direttiva ministeriale n. 45 del 4 aprile 2005, concernente l’individuazione degli obiettivi formativi prioritari per l’anno scolastico 2005/2006, all’art. 3 prevede interventi formativi per l’integrazione degli alunni stranieri. Un ambito di particolare rilevanza per lo sviluppo professionale dei docenti è relativo alla didattica dell’italiano lingua seconda. Come accennato nel paragrafo 4, il MIUR sta sviluppando un progetto nazionale di formazione di docenti esperti mediante il sistema dell’e-learning integrato. I percorsi, i materiali e le competenze così formati potranno presto costituire supporto a future iniziative di diffusione della formazione. Modelli e metodi per la qualificazione dei docenti nell’insegnamento dell’Italiano L2 sono stati esperiti nel corso degli anni in diverse realtà e potranno costituire un’utile risorsa per scambi didattici e laboratori di ricerca-azione da realizzare preferibilmente in reti di scuole. Per quanto attiene la formazione in servizio del personale della scuola, anche del personale amministrativo che per primo entra in contatto con le famiglie, saranno indispensabili collegamenti con il territorio e con le opportunità offerte anche dalle Università.”
Ed ancora, nella premessa al “Documento generale di indirizzo per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’educazione interculturale” del dicembre 2006 si specifica che:
“La complessità del nostro tempo, il pluralismo culturale e le trasformazioni della scuola nella dimensione multiculturale richiedono una continua crescita professionale di tutto il personale della scuola: dirigenti scolastici, insegnanti e anche il personale amministrativo che per primo, spesso, entra in contatto con le famiglie. C’è bisogno di una formazione mirata e specifica per i dirigenti delle scuole ad alta presenza di alunni stranieri e moduli di formazione diffusa, per tutto il personale scolastico, da definire d’intesa con gli Uffici scolastici regionali, gli Enti locali e le Università, ed in collaborazione con centri interculturali e associazioni. È necessario che la formazione iniziale degli insegnanti comprenda nuovi approcci e contenuti nei Piani di studio previsti nei corsi di laurea per accedere alla professione insegnante. Prepararsi all’insegnamento nella prospettiva interculturale, più in generale in rapporto alle diversità, deve rientrare nell’obiettivo di una professionalità docente compiuta.
È da potenziare, inoltre, la formazione in servizio nella prospettiva interculturale e non vi è dubbio che quella centrata sulla singola scuola o su reti di scuole riveste una particolare importanza per la soluzione di aspetti concreti e non può che essere demandata alla capacità di ricerca che la comunità scolastica intende percorrere.”
Gli istituti professionalizzanti sono ovviamente i più interessati dal fenomeno, l’istruzione liceale al contrario si mantiene su percentuali di utenza straniera piuttosto basse. Occorre però definire con chiarezza che cosa s’intende per utenza straniera, così da non scadere nel ridicolo, come in occasione del famoso tetto del 30% proposto dalla Gelmini: per utenza straniera intenderò quegli alunni che hanno bisogno innanzitutto di un sostegno linguistico volto a iniziare un processo di alfabetizzazione nella nostra lingua. Insegnamento dell’italiano L2 puro e semplice. Sono quegli alunni che non possono seguire il medesimo curricolo dei loro compagni di classe, per lo meno non in tutte le discipline.
Il Ministero parla chiaro, non si può eludere una preparazione specifica in materia di mediazione linguistica e culturale, il che significa che sia i dirigenti che i docenti devono saper fronteggiare la oramai famosissima “complessità del presente” con mezzi accademicamente seri e professionali.
IL 23 ottobre 2009 scadeva il bando per un master organizzato dall’Università di Macerata dal titolo “Didattica dell’italiano L2/LS in prospettiva interculturale”: un master non di quelli on line da “tre punti”, per intenderci, ma un’occasione utile per approfondire il tema e la pratica della didattica dell’italiano L2. Durata del master 1500 ore con obbligo di frequenza, al costo di 1500 euro.
Un po’ caro – diciamolo – per le tasche di un singolo docente o, peggio ancora, di un singolo precario, ma l’idea di poter frequentare un master così approfondito mi ha spinto ad investigare sulla situazione dell’insegnamento dell’italiano L2 nelle scuole superiori della mia provincia, Ancona. Nel frattempo io stesso stavo studiando per l’esame DITALS di I livello, una certificazione assai seria – lungi da me farmi pubblicitario dell’Università per gli Stranieri di Siena – con un costo abbordabile: 150 euro.
Ho pensato allora di domandare ai dirigenti scolastici se sarebbero stati d’accordo ad individuare uno o più docenti a cui pagare una formazione (master o semplice esame DITALS o ITALS di I Livello) per entrare in possesso di quelle competenze necessarie per insegnare l’italiano come lingua seconda, per muoversi verso la creazione di un gruppo autonomo e specializzato di docenti interni alla scuola, nell’ottica di una progressiva emancipazione dai CTP o dagli Uffici Scolastici Regionali.
Per essere ancora più preciso nella mia indagine ho atteso sino allo scorso mese di febbraio quando al II Congresso Regionale della FLC-CGIL Marche sono stati presentati i dati circa l’utenza straniera nelle scuole marchigiane: nell’a. s. 2009/2010 gli alunni stranieri nella scuola secondaria di secondo grado costituiscono l’8,8% del totale degli iscritti, mentre se andiamo a ragionare provincia per provincia, in quella di Ancona gli stranieri rappresentano il 9,7%.
Vi poi sono istituti professionali che raggiungono quote oltre il 20%, una cifra considerevole, tenendo presente la natura e la portata dell’immigrazione nella Regione Marche. Eppure di classi con oltre il 30% di alunni stranieri alle superiori non ce ne sono, negli istituti comprensivi sono appena 3: tanto per sottolineare ancora una volta l’inadeguatezza della teoria ministeriale del famoso tetto di presenza straniera in classe.
Dinanzi ad un quadro come quello emerso dalla ricerca della FLC-CGIL la necessità di una strategia seria e programmata di mediazione linguistica doveva sicuramente rappresentare una priorità ineludibile per i dirigenti scolastici.
Dopo aver contattato dieci istituti d’istruzione secondaria di secondo grado, dai professionali fino ai licei, dove per altro mi trovo ad insegnare, il quadro finale ha dato una risposta assai chiara: nel sistema scolastico superiore permane un sistema di gestione della problematica legata ancora a comportamenti virtuosi dei singoli docenti – spesso sono usciti fuori riferimenti a buona volontà, spirito di servizio, etica professionale – o all’adesione a progetti esterni all’istituto – molto gettonato quello organizzato dalla Comunità Europea e finanziato dal Fondo Sociale Europeo.
Negli istituti professionali e tecnici, la pratica della didattica dell’italiano L2 è per necessità presente oramai da anni, istituzionalizzata per così dire, utilizzando docenti di lettere interni con anni di esperienza, ma senza una certificazione specifica. I licei invece sono quelli che più si arrangiano: interventi ad hoc per i pochissimi studenti stranieri, votati in sede di consiglio di classe, in ogni caso legati al buon cuore dei colleghi di lettere che spesso, tra vecchie antologie delle scuole elementari e medie e approcci comportamentisti, si dedicano alla crescita linguistica dell’alunno. In orario curricolare, per altro, mentre le scuole più organizzate offrono anche corsi pomeridiani.
Ma di certificazioni accademiche o specialistiche nemmeno l’ombra. Da quest’anno un’alternativa, specie nell’istruzione liceale, è stata fornita dai docenti inseriti nei progetti regionali facenti riferimento al cosiddetto decreto salvaprecari: nuova linfa per quelle realtà che non vengono nemmeno prese in considerazione per l’assegnazione di un mediatore linguistico, ma in ogni caso si tratta sempre e comunque di soluzioni rabberciate all’ultimo momento.
Quando poi l’indagine si è spostata sull’ipotesi di offrire ad almeno un docente di ruolo il supporto economico per sostenere un esame di I livello in didattica dell’italiano L2, il quadro s’è fatto ancora più avvilente: il “vorrei ma non posso” è stato il mantra maggiormente recitato dai dirigenti scolastici interpellati. E come non capirli: di soldi ne vedono pochi, dall’alto tante aspettative e pochi mezzi, i dirigenti scolastici ogni giorno devono sfoderare sapienti doti di amministratori, quasi di padri di famiglia che non devono far mancare nulla ai loro cari.
Eppure, mi sia consentito, un percorso formativo che s’aggira sui 150-200 euro non dovrebbe affatto spaventare, né creare problemi di bilancio: anzi, darebbe un senso alla missione formativa dell’istituto e sarebbe in linea con quanto – molto retoricamente- è stato suggerito dal Ministero nel C.M. n°24 del 2006. Quanti di noi docenti hanno visto la puntata della trasmissione di Rai3 Presa diretta dedicata alla scuola, si ricorderanno dell’istituto svedese di periferia che offriva corsi all’avanguardia, inserimenti linguistici e culturali sistematici come unico strumento possibile per il successo nel percorso scolastico e nella vita.
Detta così, sembra una frase uscita da uno di quei squallidi libri di didattica, eppure non c’è realizzazione di sé senza integrazione, e prima di tutto linguistica.
E’ forse meglio finanziare un bel corso d’aggiornamento su un autore mediocre di un’epoca altrettanto mediocre? Quante sono le spese degli istituti per progettini – diciamocelo – davvero improponibili? Quante giornate degli scacchi, quante proiezioni di film visionabili comodamente da casa, quanti fuochi d’artificio per risultare visibili dall’esterno, agli occhi della comunità?
Insegnare l’italiano L2 ad una persona che viene da fuori è quanto di più difficile e delicato possa esserci, più della poesia, degli integrali e della filosofia kantiana: si tratta di mettere un individuo nelle condizioni di poter realizzare se stesso ed il suo progetto di vita lontano da casa.
L’idea che mi sono fatto, pur nel grandissimo rispetto nei confronti del lavoro strenuo dei colleghi di lettere, è che in fondo prevalga sempre l’italico fai-da-te, la sublime arte dell’arrangiarsi. Eppure gli strumenti ci sarebbero per fare un bel lavoro e dare inizio ad una svolta formativa: autonomia significa anche non dover sempre lagnarsi perché manca qualcosa. Un qualcosa che è lì, alla portata di tutti.
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La fase silente
intervista a Florenza Tedeschi
Tu lavori come facilitatore culturale. Puoi spiegare?… La situazione è particolarmente problematica per i ragazzi cinesi o arabofoni, perché all’ingresso nella scuola non esiste per loro alcuna possibilità di comunicare; non esiste neanche una lingua veicolare, perché i ragazzi cinesi non sono ancora in grado di comunicare in inglese e i ragazzi arabi, a seconda delle regioni di provenienza, non parlano assolutamente né francese né inglese…
… formiamo dei gruppi di livelli diversi, facendoli uscire dalle classi negli orari in cui hanno materie che richiedono maggiori capacità astrattive della lingua, come Italiano, Storia, Scienze, mentre seguono più o meno regolarmente materie come Educazione Artistica, Educazione Fisica o Musicale durante le quali possono comunicare anche attraverso linguaggi non verbali.
Al primo livello ci sono ragazzi che non parlano assolutamente la lingua italiana, poi abbiamo un secondo e un terzo livello. Alla fine di un corso di tre anni questi ragazzi parlano un italiano più o meno corretto anche se poi occorrerebbero loro altri due anni per perfezionare la conoscenza della lingua. Alle medie, infatti si pretende che i termini siano già acquisiti, che si possieda un lessico specifico per la storia, la geografia, le scienze…
Come avviene l’insegnamento della lingua italiana?Nelle scuole in cui sono stata vengono messi insieme ragazzi che provengono da paesi diversi: turchi, arabi e cinesi, a seconda della loro conoscenza dell’italiano. Insegniamo loro a comunicare; si inizia dalle prime cose, saluti, convenevoli, si insegna loro l’alfabeto, perché per esempio non tutti i cinesi hanno imparato la traslitterazione dei suoni, cioè il passaggio dalla fonetica degli ideogrammi alla nostra.
Si punta innanzitutto sulla acquisizione orale di alcune abilità. Dopo si passa alla formulazione scritta, altrimenti la cattiva acquisizione del suono porta anche a sbagli nella scrittura. I cinesi hanno il problema della “erre”, che è sempre “elle”, gli ispanofoni hanno la “bi” invece della “vi”, gli arabi hanno la “bi” al posto della “pi”, i suoni non sono quelli del nostro alfabeto. Certo non puoi pensare di insegnar loro in un giorno, in una lezione: “io mi chiamo, tu ti chiami” e poi ti fermi al “lui si chiama”.
Devi inserire il genere femminile e non è facile, sono concetti complessi, non tutte le lingue hanno queste distinzioni: singolare, plurale, maschile, femminile; a volte anche i gesti sono diversi; i ragazzi devono acquisire una gestualità che non è la loro, decodificarla. Si fanno giochi di ruolo, si simulano situazioni linguistiche, perché l’acquisizione di alcune funzioni della lingua avviene solo attraverso lo scambio e il dialogo…
Dunque, lentezza, calma, soprattutto per rispettare la fase silente, che è fondamentale. La fase silente è il momento in cui i ragazzi sono bombardati da suoni, strutture e li devono mettere in ordine. Comunicano solo nella loro lingua o con i gesti, ma in realtà è un momento in cui lavorano moltissimo perché stanno elaborando strutture e suoni che poi verranno fuori… Passato questo stadio, che può essere di mesi ed è tipico dell’apprendimento di qualsiasi lingua straniera, è come se nascessero.
Di botto iniziano a parlare ed è un’emozione incredibile. Ma all’inizio devi usare un vocabolario limitato, dare loro sempre le stesse strutture ed usare dei rituali continui, anche per dar loro delle certezze, delle ritualità: “Buongiorno” o “Arrivederci” quando vai via. Si trovano bombardati da suoni, da abitudini scolastiche diverse, spesso arrivano da scuole dove c’è l’alzabandiera, la marcia, l’inno o anche la divisa. E questo non solo in Cina, ma anche in America Latina. Quindi hanno bisogno che qualcosa sia sempre uguale: suona la campana e si entra in classe, a metà mattina c’è l’intervallo e così via…(continua qui)
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Una città educante
intervista a Luca Borzani
Che funzione ha avuto la scuola nell’integrazione dei minori stranieri a Genova?… La scuola, insieme agli enti locali, è stato il luogo dove negli ultimi dieci anni si è misurato il processo di inclusione degli immigrati. Aggiungerei: con un ruolo di supplenza, in assenza di un progetto o di un disegno politico, e soprattutto di investimenti specifici. Questo non è un elemento secondario perché da una parte la scuola è stata, per gli immigrati, il punto di incrocio tra strategie di vita e opportunità di accesso a nuovi territori e nuove condizioni; dall’altra parte, rispetto ai minori, si è consumato una sorta di processo di adultizzazione che li ha portati a essere “cittadini a scuola e stranieri in città”. Un processo di adultizzazione funzionale nell’ambito delle relazioni quotidiane, ma che non ha condotto ad una reale acquisizione di cittadinanza.
Vale a dire che la scuola è stata percepita e ha funzionato come luogo di accoglienza rimanendo però sostanzialmente isolata dall’insieme delle relazioni comunitarie. Molte famiglie di immigrati infatti hanno costruito una rete di relazioni multietniche nell’ambito della scuola, a cui però spesso non è corrisposta una reale capacità di costruzione di relazioni amicali, che non fossero esclusivamente su base etnica, in ambito cittadino.
Così, la scuola ha costituito un forte elemento di integrazione, ma nello stesso tempo anche un grandissimo alibi, perché ha fatto sì che altre componenti istituzionali si disinteressassero del problema… Detto questo, resta il fatto che la scuola da sola non potrà reggere l’impatto con queste nuove tematiche…
Io poi credo che oggi la riflessione debba focalizzarsi sul tema della seconda generazione, su cui, nonostante l’esperienza francese, c’è un arretratezza culturale consistente: i modelli adottati in questi dieci anni, funzionali sostanzialmente a un’immigrazione adulta e soprattutto maghrebina, si stanno rivelando inadeguati a rispondere alle istanze avanzate dalla seconda generazione…
Tra i principali interventi di integrazione ci sono stati i laboratori interculturali. Di cosa si tratta?Il primo approccio è stato quello dell’apprendimento linguistico. A Genova però, grazie soprattutto all’apporto del Comune, abbiamo cercato di non limitarci all’insegnamento dell’italiano ma abbiamo costruito percorsi laboratoriali interculturali, che prevedessero anche esperienze di bilinguismo, cioè di apprendimento reciproco delle lingue. Anche i bambini genovesi hanno così appreso le prime nozioni di arabo, cinese, albanese…
L’obiettivo è infatti quello di favorire un processo di inclusione non soltanto sul versante linguistico ma anche su quello culturale, facilitando così la creazione di un clima multiculturale e interetnico. Certo, non è un bilinguismo approfondito; in genere è fondato su alcuni testi letterari particolarmente significativi, di immediato richiamo, in modo da promuovere un apprendimento non soltanto di frasi più o meno idiomatiche ma anche di modelli culturali…
Questi laboratori hanno favorito e messo in moto anche un processo di modernizzazione nella scuola, perché il laboratorio, quindi la lezione non frontale, è stato in alcuni casi anticipato proprio dalla multietnicità della classe, che è diventata un valore aggiunto per tutti.
L’integrazione linguistica apre però un’altra questione, altrettanto complessa, il mantenimento della lingua d’origine, bisogno sentito in modo particolare dalla comunità maghrebina e parzialmente dalla comunità cinese. Su questo abbiamo costruito una sorta di patto, mettendo a disposizione risorse soprattutto locali, a condizione che questo insegnamento avesse determinate caratteristiche, non facesse distinzione tra maschi e femmine, fosse aperto a chiunque e non fosse basato su una logica esclusivamente religiosa… è stato un esperimento che ha avuto esiti molto positivi…
D’altronde la perdita della lingua, pericolo che riguarda soprattutto i bambini molto piccoli, può precludere rapporti e relazioni all’interno della famiglia, soprattutto rispetto alle generazioni più anziane… La seconda generazione rischia infatti di trovarsi in un limbo identitario. E’ quindi un tema che non va trascurato perché è proprio su questo, sull’identità, che in futuro si misurerà la contrattazione delle comunità straniere con le istituzioni italiane…
C’è anche un problema di organizzazione dei servizi?In questi anni abbiamo fatto un percorso volto alla costruzione di reti territoriali integrate. E’ un lavoro che ha dato dei buoni frutti, ma che ora rischia di essere svuotato proprio dalla crisi delle risorse..
Quali sono le strategie familiari delle varie comunità rispetto all’investimento su scuola e formazione?Dipende dal livello di consapevolezza delle singole famiglie. Sicuramente è più forte nella comunità ecuadoriana, e molto più articolato e complesso nella comunità maghrebina. E’ forte anche nella comunità cinese, sia pure con il suo tradizionale atteggiamento di separatezza…
Chi viene in Italia pensa di restare. L’idea del ritorno riguarda magari la prima generazione, ma anche qui in misura ridotta; per loro il Paese d’origine rimane punto di riferimento – penso ad esempio ai maghrebini – per dimostrare il successo ottenuto, ma sicuramente quella del ritorno è un’aspirazione assente nella seconda generazione. Quindi stiamo parlando di componenti tendenzialmente stabili nel contesto di una città… Se la situazione è questa, perché non lavoriamo sui percorsi che portano al riconoscimento legale degli studi compiuti nei Paesi d’origine, in Marocco, per dire, e viceversa?
Cosa fanno i minori stranieri quando non sono a scuola?Questo è un altro punto tendenzialmente inedito, soprattutto dove scuola e tempo libero si legano in qualche modo al tema della criminalità e dell’ordine pubblico. Scuola e tempo libero sono i due margini in cui la nostra società costruisce i percorsi pubblici di un minore, anzi, con un discorso ancora più ampio, astrattamente potremmo dire che il loisir è forse il luogo dove si costruisce l’identità collettiva… Qui però si misura anche il rischio di un rapporto col consumo che, se lasciato a se stesso, può essere l’inizio di un percorso verso la criminalità o verso il lavoro nero…
Ci vorrebbe invece un intervento a tutto campo…Certo è che la scuola, da sola, non è assolutamente in grado di portare avanti queste tematiche, anche perché si sta avviluppando in dinamiche in cui a una crescente autoreferenzialità corrisponde una progressiva perdita di autorevolezza. Da agenzia educativa, la scuola si sta trasformando in agenzia sociale; sempre meno capace di produrre cultura. Quello slogan degli anni ’70, “la scuola aperta al territorio”, oggi corrisponde assai poco alla realtà. Se volessimo fare un’operazione corretta, forse dovremmo rovesciarlo, perché oggi è il territorio che si dovrebbe aprire alla scuola... Il territorio dovrebbe diventare un pezzo di comunità “educante”…
Io credo che oggi il nostro compito sia di passare da una cultura delle opportunità a una cultura della costruzione della cittadinanza. E’ un tema che più che le risorse riguarda la cultura dei diversi soggetti che operano in questo ambito. Noi parliamo di “Città educante” che significa iniziare a chiedersi seriamente quale sia uno sviluppo desiderabile del sistema educativo e quali agenzie, anche formalmente non educative, debbano assumersi questo compito…
E’ ovvio che a questo livello la distinzione tra stranieri e italiani perde di senso e la questione degli stranieri non viene più scissa dalla problematica più generale, che è quella dell’apprendimento dei saperi. Forse la grande differenza, rispetto a dieci anni fa, è costituita dal fatto che l’integrazione degli stranieri nella scuola e nella comunità in generale, pur possedendo una sua specificità, viene assunta come una delle tante varianti di una strategia più globale, che riguarda tutti.(continua qui)
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GEOGRAFIA DEI TAGLI
(DA RETESCUOLE)



Geografia dei tagli 2010
creato da red Ultima modifica 18/04/2010 00:15

I tagli al personale docente previsti per l'a.s. 2010/2011 sono 25.600. Ecco come sono distribuiti territorialmente e per ordine di scuola.

I tagli al personale docente previsti per l'a.s. 2010/2011 sono 25.600.
Ecco come sono distribuiti territorialmente e per ordine di scuola.
Distribuzione territoriale
Il 27% dei tagli è concentrato al Nord (-6.902 posti), il 24% al Centro (-6.129 posti) e il 49% al Sud (-12.530 posti).
Tra le regioni del Nord la maggior concentrazione si ha in Lombardia con il 10,80% del totale (- 2.760 posti). Al Centro nel Lazio con il 7,16% (- 1.830 posti), mentre al Sud spiccano Puglia, Sicilia e Campania nelle quali si concentrano rispettivamente il 9,92% (-2.535 posti), il 13% (- 3.325 posti) e il 14,42% (-3.687 posti) del totale.
Le riduzioni percentuali regione per regione partono dal 3% in Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Toscana, per superare il 5% in Calabria, Campania e Sardegna.
Distribuzione per ordine di scuola
L'organico per la scuola dell'infanzia è stato incrementato di 560 posti (+ 0,69%).
Il 33,34% dei tagli è concentrato nella scuola primaria (-8.709 posti), il 14,02% nella scuola secondaria di I grado (-3.662 posti) e il 52,64% nella scuola secondaria di II grado (-13.750 posti).
La riduzione percentuale complessiva è del 3,96%. Nella scuola primaria è del 4,03%, nella secondaria di I grado del 2,67% e nella secondaria di II grado del 6,49%.
Nella scuola primaria la riduzione percentuale supera il 5% in Abruzzo (-245 posti), Calabria (-533 posti), Campania (-1.278 posti), Molise (-88 posti), Puglia (-821), Sardegna (-336 posti) e Sicilia (-1.251 posti).
Nella scuola secondaria di I grado la riduzione percentuale supera il 3% in Abruzzo (-153 posti), Basilicata (-86 posti), Calabria (-245 posti), Campania (-894 posti), Puglia (-334 posti) e Sicilia (-519 posti).
Nella scuola secondaria di II grado la riduzione percentuale supera il 7% in Basilicata (-216 posti), Calabria (-718 posti), Marche (-579 posti), Molise (-107 posti), Piemonte (-956 posti), Puglia (-1.339 posti), Sardegna (-644 posti) e Sicilia (-1.568 posti).
Sostegno
Per quanto riguarda il sostegno secondo quanto previsto dalla Finanziaria 2008 l'organico di diritto aumenterà di 4.885 posti, ma l'organico di fatto non cambierà rispetto allo scorso anno e continuerà ad essere di 90.469 posti. Dopo la recente sentenza della Corte Costituzionale a proposito dell'incostituzionalità del tetto fissato di 93.000 posti circa dalla Finanziaria 2008, saranno ammesse deroghe, ma non si sa in quale numero.
Rispetto allo scorso anno l'organico di fatto aumenterà soprattutto in Abruzzo (+91 posti), Lazio (+60 posti), Lombardia (+112 posti), Piemonte (+71 posti), Toscana (+40 posti) e in Veneto (+60 posti), e diminuirà soprattutto in Campania (-25 posti), in Puglia (-32 posti) e in Sicilia (-365 posti).
Questa l'entità del danno.
Milano, 17 aprile 2010
Files
Organico personale docente a.s. 2010/2011
Dati tratti dallo Schema di decreto interministeriale allegato alla circolare ministeriale n. 37 del 13 aprile 2010
Sostegno: organico di diritto a.s. 2010/2011 e incremento in organico di fatto
Dati tratti dallo Schema di D.I. allegato alla C.M. n. 37 del 13 aprile 2010 e dallo Schema di D.I. allegato alla C.M. n. 38 del 2 aprile 2009
Circolare Ministeriale n. 37 del 13 aprile 2010
Dotazioni organiche del personale docente per l’anno scolastico 2010/2011 - Trasmissione schema di Decreto Interministeriale.
Schema di decreto interministeriale allegato alla Circolare Ministeriale n. 37 del 13 aprile 2010
Disposizioni sulla determinazione degli organici del personale docente per l'anno scolastico 2010/2011
Circolare Ministeriale n. 38 del 2 aprile 2009
Trasmissione Decreto Interministeriale organico docenti a.s. 2009/2010
Decreto Interministeriale organico docenti a.s. 2009/2010

interessante documento sul finanziamento delle private in lombardia:

martedì 11 maggio 2010

Da il Fatto Quotidiano del 6 aprile:

Supplenti e bidelli pagati dai genitori
Alle scuole del padovano mancano 5 milioni di euro.
Padova - Un "buco" da 5 milioni di euro, insegnanti e bidelli che non prendono lo stipendio da gennaio. È la situazione drammatica delle scuole nel Padovano tra licei, tecnici professionali e istituti comprensivi (quelli con elementari e medie). Per loro mancano cinque milioni dal ministero del Tesoro, per ripianare le spese ordinarie tra esami di maturità, supplenze, materiali scolastici e di laboratorio."È una cifra anticipata come tutti gli anni dagli istituti per pagare il normale funzionamento del regime scolastico – racconta il dirigente del liceo scientifico Cornaro Massimo Vezzaro, 900 studenti e un credito verso lo Stato di almeno centomila euro - tra supplenze, esami di maturità, materiale per i laboratori. Di solito anche alla spicciolata ma le risorse anticipate dalle scuole arrivavano dal ministero. Quest’anno però con i tagli voluti dalla Gelmini arriva poco o nulla, e noi abbiamo grattato il fondo del barile". Insomma gli istituti scolastici sono rimasti a secco, così se un insegnante si ammala improvvisamente non ci sono i soldi per pagare un supplente.La soluzione rimediata alla meno peggio fa venire i brividi, soprattutto nell’ottica del diritto allo studio di cui parla la Costituzione. "Se un docente ci avverte che sarà assente abbiamo due possibilità – dice Vezzaro – distribuire piccoli gruppi di studenti nelle diverse classi che già stanno facendo lezione provocando disagi e rallentamenti sul programma, ma è la soluzione meno praticata, o radunare la classe senza insegnante con un’altra magari di pari età nell’aula magna". Significa 50-60 ragazzi per un’insegnante sola, costretta a fare lezione improvvisando argomenti di interesse comune, o spesso preoccupata solo di mantenere l’ordine tra tanti adolescenti. In più a volte gli insegnanti si rifiutano di fare supplenza perché il fondo chiamato di "ore eccedenti" destinato a questi casi è fermo dal 2008, quindi i docenti farebbero supplenza gratis."L’unica soluzione è pagare i supplenti con i soldi delle famiglie" va al sodo Daria Zangirolami dirigente del Tito Livio, il prestigioso liceo classico padovano che ha diplomato il presidente Giorgio Napolitano e l’economista Luigi Zingales. La preside, che in accordo con studenti e genitori ha programmato tre giorni di sospensione delle attività scolastiche per attirare l’attenzione sull’emergenza, spiega: "Ogni scuola superiore fa versare un contributo volontario alle famiglie all’inizio dell’anno, dai 100 ai 150 euro a famiglia, destinati in realtà ad attività formative come teatro, uscite didattiche, attrezzatura per laboratori, materiale scolastico. Purtroppo per pagarci le supplenze abbiamo attinto da queste risorse, insomma se le sono pagate le famiglie, altrimenti le classi rimanevano scoperte anche per periodi lunghi di assenza dell’insegnante titolare".Come se non bastasse, ora la coperta è talmente corta che in diversi istituti ci sono supplenti e personale non docente che non percepiscono lo stipendio da gennaio. Uno di questi è il Cornaro, dove un insegnante e un tecnico ausiliario non prendono la busta paga tre mesi e coprono supplenze che dureranno fino alla fine dell’anno scolastico. "In più sono persone mature, con famiglie sulle spalle, quindi è ancora più imbarazzante e grave per noi" sottolinea Vezzaro, il quale a sua volta è in credito con il ministero: "Anche tutti noi dirigenti in Veneto abbiamo una parte di stipendio che dal 2007 a oggi non ci è mai stata versata". Il paradosso è che proprio la consulta dei dirigenti di Padova, un organismo volontario al quale aderisce oltre il 50% degli attuali dirigenti in servizio, ha consigliato ai supplenti che non percepiscono stipendio da mesi di rivolgersi alla magistratura, di fare causa. "Ci sembra l’unica soluzione se non arrivano i soldi – conclude Vezzaro – almeno con un’ingiunzione di pagamento in mano emanata dal giudice sarà più facile per noi andare al ministero del Tesoro per chiedere di saldare i conti".Anche i presidenti dei consigli di istituto, organismo formato dai genitori, hanno deciso di consorziarsi e di formare una rete permanente che si riunisce ogni quindici giorni, assieme ai dirigenti scolastici e agli alunni. Insieme stanno organizzando uno sciopero generale in tutte le scuole del Veneto, per protestare contro le sforbiciate selvagge e la situazione finanziaria in cui versano gli istituti scolastici.

Lettera del benefattore che paga la mensa ai bambini di Adro


Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film "L’albero degli zoccoli". Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica.A scanso di equivoci, premetto che:- Non sono "comunista". Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici dì tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.- So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina.Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo?Che non mi vengano a portare considerazioni "miserevoli". Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino..)Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo?Vorrei sentire i miei preti "urlare", scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il "commercio".Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare "partito dell’amore". Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia.So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti "compagni che sbagliano".Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case.Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) Venga dalle tasse del papa di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno?Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto?Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.Il sonno della ragione genera mostri.Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro.Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.E chi semina vento, raccoglie tempesta!I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quei giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi?E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. E’ anche per questo che non ci sto.Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione, in tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010.Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varra la spesa.Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del "grande fratello".Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie.Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo.Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce.Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.

Un cittadino di Adro
ECCO I PRIMI NUMERI SUI TAGLI DEGLI ORGANICI NELLE MARCHE

http://www.flcgil.it/notizie/rassegna_stampa/2010/aprile/tecnica_della_scuola_organici_docenti_il_taglio_e_del_4Le

Le Marche avranno un taglio di organico tra i piùpesanti d'Italia: 4,63% contro il -3,96% a livello nazionale.

lunedì 10 maggio 2010

INVALSI
dal MANIFESTO 5 MAGGIO 2010
di Alessandra Fava
L'Istituto: «Privacy rispettata»,ma nessuno ha avvertito le famiglie dei bambini. Un test classista e razzista

Un questionario dell'Invalsi indagherà sulla vita privata degli alunni. A totale insaputa deigenitori, nel silenzio dei dirigenti scolastici e degli insegnanti, giovedì in tutte le scuoleelementari e medie italiane parte una schedatura razziale e sociale: insieme a test dimatematica e italiano dotati di un codice alfanumerico che permette di risalire al singolostudente, i minori saranno chiamati a compilare anche un questionario con informazionilegate alla vita privata e familiare. Si tratta di una rilevazione statistica promossadall'Invalsi, (l'Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e diformazione, sotto il controllo del ministero dell'Istruzione), già tentata negli scorsi anni amacchia di leopardo ed estesa invece ora a tutti gli alunni delle seconde e quinteelementari e prime e terze medie, per un totale di circa un milione e 700 mila studenti, 88mila classi in 9.700 scuole, con supervisori in 2.800 scuole. Spesa complessiva 6 milioni e600mila euro.Mentre i sindacati confederali tacciono, i COBAS e alcuni osservatori sull'istruzionecontestano i test per diversi motivi: primo, non sono obbligatori visto che non esiste unadirettiva ministeriale che li definisca tale, ma sono stati imposti dall'alto ai dirigenti con unacircolare di un dirigente dell'Invalsi. Secondo, quei test serviranno a decidere lo stipendiodegli insegnanti, schedare la gente, soprattutto contare la popolazione immigrata ecomunque segnano la fine di una scuola universale, prevista dalla nostra Costituzione.Per ora i fini ultimi della ricerca sono nebulosi. Sul sito dell'Invalsi apprendiamo che il 6maggio 2010 si svolgerà la prova di italiano e l'11 quella di matematica nelle seconde equinte elementari e che il 13 maggio si faranno in prima media. Poi a giugno, abbinatoall'esame di terza media ci sarà anche un test per i ragazzi del terzo anno. Il prossimoanno scolastico l'esperimento sarà allargato alla seconda superiore e in seguito magarialla quinta. Quindi in futuro l'apprendimento di uno scolaro italiano verrà monitorato seivolte.I primi aspetti preoccupanti sono relativi alla privacy. In uno dei moduli consegnato in unaclasse, recapitato ai genitori e reperito dal manifesto, una direzione scolastica dice cheintende «raccogliere informazioni, non rilevate all'atto della prima iscrizione, che servono alivello statistico» e che i dati saranno conservati secondo le norme della privacy. I moduliprevedono che oltre a nome, cognome, classe e sezione dell'alunno i genitori scrivanoluogo di nascita dello studente, della madre e del padre, se lo studente non è nato in Italiaindicare l'età di arrivo in Italia, la frequentazione dell'asilo nido e della scuola dell'infanzia epoi titolo di studio del padre, della madre e professione del padre e della madre. Ildirigente di quella scuola a un genitore sospettoso ha risposto: «Ho preparato io il moduloe l'ho immesso in rete per i colleghi di altre scuole. L'uso sarà strettamente interno».Bugia: i moduli saranno abbinati ai test Invalsi fatti dall'alunno. «Siccome negli anni scorsisecondo le ricerche Invalsi le scuole del Sud erano più brave di quelle del Nord perché gliinsegnanti avevano fatto copiare, dallo scorso anno hanno deciso di rilevare anche lacondizione sociale ed economica delle famiglie - spiega Serena Tusini dei COBAS Scuolatoscani - i questionari sono tutt'altro che anonimi perché le domande fatte ai genitoriportano nome, cognome, classe del figlio e i test e il questionario allo studente ha deicodici alfanumerici con i quali si può risalire al singolo alunno».I dirigenti scolastici si sono allineati al sapienziometro e in rete si trovano anche dellesimulazioni per le prove Invalsi. Anzi in alcune classi hanno già fatto delle prove. Undirettore piemontese sostiene che «servirà a capire come vanno gli studenti di una certascuola e se il loro grado d'istruzione è correlato col livello sociale della famiglia. Poiacquisiamo dati nuovi, ad esempio da quanti anni è in Italia uno straniero. Magariserviranno a ripartire meglio i fondi, oggi distribuiti solo con la logica di 8 euro all'anno astudente. Insomma non c'è niente di male nei numeri». Peccato che chiedano anche: haiun allarme in casa? «Il loro progetto è il Grande fratello e il controllo del rendimentoscolastico - dice Gianluca Gabrielli del Centro studi per la scuola pubblica, un think thankculturale nato nel 2000 dai COBAS che aggrega genitori e insegnanti non solo deisindacati di base - vogliono la schedatura totale di ogni bambino e famiglia». Com'è facileleggere sul sito Invalsi, lo scorso anno allo studente di seconda elementare si chiedeva:quanti libri hai in casa? Con chi vivi? Hai una camera tua? Studi con delle enciclopedie indvd? «Vogliono seguire un alunno dalle elementari alle superiori e misurare la produttivitàcon un modello toyotista - commenta ancora Tusini dei Cobas toscani - questo distruggeràla scuola italiana che finora non è stata massificata ma rivolta alle necessità del singolo».Il Centro studi per la scuola pubblica intanto diffonde in rete un documento prodotto perInvalsi a dicembre da Daniele Checchi, Andrea Ichino e Giorgio Vittadini, dal titolo Unsistema di misurazione degli apprendimenti per la valutazione delle scuole: finalità easpetti metodologici (vedi http://www.invalsi.it/snv0809/documenti/INVALSI_2008.pdf.),dove si parla espressamente di «disegnare un sistema di incentivazione che premi i singolioperatori della scuola in funzione del conseguimento di obiettivi relativi agli studenti» eparallelamente di agire su «a) Reclutamento e rimozione dei presidi sulla base dellaperformance ottenuta. b) Reclutamento e rimozione degli insegnanti» fino in casi estremi«all'accorpamento o alla chiusura della scuola».Più chiaro di così.L'ultima questione è che il sistema statistico prevede anche aggiustamenti tra Nord e Sudper riparametrare dati sospetti di falsificazioni. Per cui anche il sistema di ricerca nonsembra dei più affidabili. Garantirà però di avere molte informazioni sensibili sullapopolazione scolastica immigrata.Morale: «Noi sosteniamo che i colleghi si devono riappropriare delle proprie competenze.E se sono così abbruttiti da non potersi opporre allora chiediamo ai genitori di tenere i figlia casa il 6 e il 11 maggio per le elementari e il 13 per le medie», conclude Giua.di Benedetto VecchiQuestionari per onorare differenze di classeIn una classe scolastica esiste un equilibrio delicato la cui cura è delegata alle e agliinsegnanti. È rappresentato da quel milieu di giovani donne e giovani uomini in formazioneprovenienti da storie familiari diverse e da condizioni sociali diverse. Quando la scuola eradi classe le cose andavano diversamente. Ad esempio, in un saggio dello studiosofrancese Pierre Bourdieu era stato documentato, alla metà degli anni Sessanta delNovecento, come la scuola non facesse altro che riprodurre quelle differenze di classe chea parole diceva di voler ignorare. Dopo il Sessantotto, molte cose sono cambiate nellascuola. Da allora le classi scolastiche sono state spesso formate creando appunto unmilieu sociale che la scuola doveva ignorare in nome di una eguaglianza e in nome di unobiettivo da raggiungere: garantire a tutti l'accesso alla conoscenza.Non che la scuola italiana sia diventata il migliore dei mondi possibili. Una mancatariqualificazione delle modalità di insegnamento, una certa diffidenza verso l'adozione diuna pedagogia che rompessero lo schema gerarchico che vede una cattedra in posizionerialzata rispetto a una platea necessariamente silente e a braccia conserte hanno spessoimpedito che la scuola potesse diventare un luogo dove le differenze di classe non fosseroun ostacolo a un insegnamento di qualità. Ma quando i governi nazionali hannoconsiderato la scuola e la formazione come costi da ridurre, tutte le contraddizioni dellascuola di massa hanno raggiunto l'acme.Così, ciò che il Sessantotto aveva cacciato dalla porta sta lentamente ritornando dallafinestra. Si moltiplicano i segnali - dal pagamento delle mense ai criteri di accesso allascuola - di questo cambio di rotta. E non sono pochi oramai i distretti scolastici chemettono dei gatepeeker che scoraggiano l'iscrizione in una scuola perché le differenze direddito delle famiglie possono costituire un problema. Questionari tanto più odiosi perchégià nel recente passato uno screening sulle condizione sociali era già contemplato,soltanto che era compito delle o degli insegnanti farne tesoro affinché eventuali differenzenon fossero fonte di tensione e di disequilibrio nelle classi.La proposta di affiancare alla prove Invalsi, cioè test che devono fornire dati rilevantisull'acquisizione di conoscenze da parte degli studenti, anche questionari sulle lorocondizioni sociali ha il sapore amaro di quella controriforma culturale che orienta semprepiù l'attuale operato del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Gli effetticollaterali di tale operazione potrebbero essere deflagranti, visto che oramai ogni distrettoscolastico, ogni università, ogni centro di ricerca, di fronte alla continua riduzione difinanziamenti pubblici, si muovono in una direzione che certo non prevede interventiulteriori a quelli svolti di routine.Con l'aggravante che viene stabilito un legame tra apprendimento e condizione sociale.Proprio quel legame che la scuola di massa si era promessa di sciogliere a favore di uninsegnamento di qualità per tutti.INTERVISTA di Cinzia Gubbini - ROMAFiorella Farinelli, esperta di educazione e didattica:«La scuola non deve ignorare le differenze ma intervenire per cambiarle».«Ma la valutazione è utile. In Italia però le scuole in difficoltà rimagono sole»Fiorella Farinelli è un'esperta di scuola e educazione, per anni ha lavorato al ministerodell'Istruzione. A lei chiediamo l'utilità di una valutazione come quella dell'Invalsi.Cosa ne pensa?Tenere sotto controllo i risultati dell'apprendimento nella scuola è utilissimo. Questodovrebbe essere il fine della valutazione. Mi preoccupa però che l'Invalsi in Italia non èancora in grado, perché ha poche risorse professionali ed economiche, di sviluppare unsistema di valutazione come quelli che funzionano abbastanza bene in altri paesi europei,dove oltre a registrare i risultati dell'apprendimento si riesce a misurare anche imiglioramenti rispetto ai livelli di ingresso. Sappiamo che le scuole che operano i contestisociali difficili si misurano con delle condizioni non di intelligenza, ma con problemi diapprendimento che possono essere maggiori. E' questo il punto: bisognerebbe misurarequello che in termini tecnici chiamano il «valore aggiunto».Quali sono gli elementi di una buona valutazione?Una buona valutazione non deve limitarsi a fare una fotografia, ma riuscire a fare il film:dai risultati di ingresso, ai risultati intermedi, ai risultati finali. Secondo: deve servire acapire il perché alcune scuole anche nello stesso contesto territoriale e sociale hannorisultati migliori di altre. Nei sistemi di valutazione evoluti non ci si limita al test: una voltaraccolto il risultato le scuole in difficoltà vengono affiancate da esperti, tecnici, chefavoriscono l'autovalutazione e la riflessione fra insegnanti, che sono dei professionisti, perpoter migliorare il modo in cui si insegna. Questo è l'obiettivo finale della valutazione, nonla sanzione. Ora, il problema è che in Italia non abbiamo niente di tutto questo.I test Invalsi sono percepiti da una parte degli insegnanti come una minaccia:potrebbero essere utilizzati per differenziare gli stipendi in base ai risultati, senzatenere conto del contesto. Cosa ne pensa?Ci sono due cose da dire: la prima è che sicuramente un clima di demonizzazione degliinsegnanti e dei lavoratori pubblici non aiuta: se si vuole il miglioramento dei servizi edell'educazione bisogna essere in grado di affrontare i problemi in modo positivo. Peròbisogna anche dire che non è neanche corretto giustificare i cattivi o scadenti risultati diuna scuola dicendo: siccome lì ci sono gli stranieri, siccome lì ci sono i figli di chi ha unbasso livello di istruzione allora i risultati sono scadenti. Perché la scuola ha il compito dimigliorare i risultati, non di dare per scontato che i figli della povera gente avranno scarsirisultati in termini di apprendimento. Io credo, però, che negli ultimi dieci anni sia cambiatol'atteggiamento degli insegnanti: oggi c'è un clima più favorevole alla valutazione esterna.Ovviamente gli insegnanti vogliono sapere quale sia lo scopo, e non vogliono esserelasciati soli con i loro problemi.E' corretto secondo lei rilevare l'estrazione sociale degli studenti? Non si rischia dievidenziare in modo eccessivo le differenze sociali tra gli alunni?Io credo che dentro una classe tutti sappiano che ci sono figli di laureati e figli di personeche hanno la licenza media. Il problema è che se io voglio capire se Giovanni è entratocon un livello di apprendimento basso e poi voglio verificare se in seguito ha avuto unmiglioramento, ho bisogno della sua fotografia. Il compito della scuola non è ignorare ledifferenze, ma di capire se ci sono delle difficoltà e cambiarle in positivo: è questa lapersonalizzazione della didattica.