Scelta di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica
Stanno pervenendo al nostro Comitato numerose segnalazioni
da parte di genitori della scuola primaria, che riguardo la scelta
se avvalersi o non avvalersi dell’irc si sono visti presentare il
mod.E dell’anno scorso che non prevedeva come alternativa
all’Irc le “attività didattiche e formative” ma soltanto “studio
individuale” e “uscita dall’istituto.”
Informiamo i genitori che contro quel modulo era stato a suo
tempo presentato un ricorso al TAR del Lazio e che quest’anno
la circ.min.101 del 30.12.2010, unica per tutti gli ordini e gradi
di scuola, presenta per chi non sceglie l’irc tutte le opzioni previste
dalla normativa vigente anche per la scuola elementare,
comprese le “attività didattiche e formative”, per le quali sono
stanziati appositi fondi nel bilancio dello Stato.
La circ. 101 prevede, oltre al mod.E che riguarda semplicemente
SI o NO all’irc, un mod.F sul quale sono indicate tutte
le possibili opzioni alternative all’IRC , modulo che le scuole sono
tenute a presentare a chi non si avvale, all’atto dell’iscrizione.
Si fa presente a coloro che scelgono un’attività didattica e
formativa che la scuola è tenuta a predisporla, come è tenuta al
rispetto di tutte le altre opzioni.
Ricordiamo che una scuola Media di Padova è stata multata (ben
1500 euro) sulla base di una sentenza del Consiglio di Stato, in
seguito al ricorso di genitori che non avevano ottenuto un’attività
alternativa- come richiesto all’atto dell’iscrizione- ma vedevano la
figlia spostata da una classe all’altra durante l’irc.
Sollecitiamo pertanto genitori e studenti a richiedere alle scuole
i moduli previsti dalla circ.101, prospettando un possibile ricorso
in caso di rifiuto, e a vigilare sull’attuazione delle scelte espresse.
CRIDES-Comitato Nazionale Scuola e Costituzione
www.scuolaecostituzione.it info 349.7865685
“L’educazione è il valore meno materiale che esista, ma il più decisivo per l’avvenire di un popolo, in quanto è la sua forza spirituale, e per questo è soggiogata da coloro che pretendono di vendere il Paese… Sì, continuiamo a resistere, perché non possiamo permettere che l’educazione di trasformi in un privilegio” (Ernesto Sábato, Prima della fine)
lunedì 31 gennaio 2011
Estratto da: CENSIS -- 44° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese
Processi formativi - (pp. 105 – 176 del volume)
http://www.didaweb.net/fuoriregistro/documenti/censis.doc
L’importanza crescente del contributo finanziario
di famiglie e privati alle scuole italiane
I contributi volontari versati dalle famiglie sono un’entrata sempre più fondamentale per la gestione e la didattica delle scuole statali. In realtà, la richiesta del cosiddetto “contributo volontario” non riguarda la totalità degli istituti scolastici ed è condizionata, oltre che dalla necessità di integrare i fondi a disposizione, da fattori quali il livello scolastico, la collocazione geografica e lo status socio-economico dell’utenza. In base ai primi risultati di una indagine che il Censis sta conducendo al riguardo, da quanto dichiarato finora da un panel di 1.099 dirigenti scolastici, il 53,1% delle scuole statali di ogni ordine e grado, coinvolte nella rilevazione, ha richiesto quest’anno il contributo, ma nel restante 43,5% tale consuetudine non si è ancora diffusa.
La frequenza della richiesta del contributo volontario aumenta al crescere dei livelli scolastici: si va dal 34,7% di scuole dell’infanzia all’85,6% dei licei. Le somme richieste a livello prescolare o di scuola dell’obbligo sono in media di modesta entità (16,4 euro nella scuola dell’infanzia e 19,8 euro nella scuola secondaria di I grado). Nelle scuole di II grado, invece, il contributo medio supera, per tutti gli indirizzi, gli 80 euro pro-capite. Le oscillazioni intorno alla media sono però molto ampie e nelle scuole intervistate si raggiungono anche i 100 euro per scuole dell’infanzia e primarie e i 260 euro dei licei (tab. 5).
Il 25% degli istituti che già richiedono un contributo dichiara di averne dovuto aumentare l’importo rispetto allo scorso anno e solo il 20,6% di dirigenti scolastici ritiene di non aver bisogno di reiterare o introdurre tale modalità di finanziamento nel prossimo anno scolastico (tab. 6).
La risposta delle famiglie alle richieste economiche delle scuole sembra essere di diffusa collaborazione. Ricordando che si tratta di contributi volontari, emerge che aderisce mediamente alla richiesta di contributo l’82,7% dei genitori. L’ampiezza del livello di adesione appare dettato, non solo dalla consuetudine, ma anche da due crescenti esigenze di segno contrapposto: quella di tamponare le carenze di materiali e strumenti per il funzionamento ordinario dell’istituzione e quella di sostenere la qualità e varietà dell’offerta formativa. La destinazione d’uso dei contributi familiari si divide quasi equamente tra queste due esigenze, con una leggera prevalenza (54%) degli interventi a supporto dell’offerta formativa, che comunque riguardano soprattutto l’adeguamento della strumentazione e degli ambienti di studio. Infatti, tali interventi consistono soprattutto in acquisto di materiali didattici (77,2% delle scuole), miglioramento di dotazioni informatiche, laboratori, palestre (58,3%), ma rivestono un peso considerevole (43,1%) anche le finalità di supporto economico agli studenti più indigenti per assicurare la loro partecipazione alle attività didattico-formative. Il quadro delle diverse tipologie di supporto economico straordinario alle scuole si completa con i finanziamenti provenienti, sotto varie forme, da soggetti privati esterni all’istituto scolastico. Tale fenomeno interessa il 36,4% delle scuole intervistate nel complesso, ma risulta molto più diffuso negli istituti dislocati nelle aree centro-settentrionali del Paese. Il principale canale di reperimento di risorse aggiuntive private è costituito dalle donazioni effettuate da una pluralità di soggetti (46,4% dei casi), cui si aggiungono le piccole donazioni che talvolta le scuole riescono ad ottenere dalle banche che fungono da tesoreria e presso le quali è aperto il conto della scuola. Un fenomeno in crescita è quello del reperimento di risorse grazie ai proventi dovuti all’installazione di macchine distributrici di bevande e alimenti (34,8%), e quello della individuazione di uno sponsor per talune attività o di concessione di spazi pubblicitari (31,8%).
Processi formativi - (pp. 105 – 176 del volume)
http://www.didaweb.net/fuoriregistro/documenti/censis.doc
L’importanza crescente del contributo finanziario
di famiglie e privati alle scuole italiane
I contributi volontari versati dalle famiglie sono un’entrata sempre più fondamentale per la gestione e la didattica delle scuole statali. In realtà, la richiesta del cosiddetto “contributo volontario” non riguarda la totalità degli istituti scolastici ed è condizionata, oltre che dalla necessità di integrare i fondi a disposizione, da fattori quali il livello scolastico, la collocazione geografica e lo status socio-economico dell’utenza. In base ai primi risultati di una indagine che il Censis sta conducendo al riguardo, da quanto dichiarato finora da un panel di 1.099 dirigenti scolastici, il 53,1% delle scuole statali di ogni ordine e grado, coinvolte nella rilevazione, ha richiesto quest’anno il contributo, ma nel restante 43,5% tale consuetudine non si è ancora diffusa.
La frequenza della richiesta del contributo volontario aumenta al crescere dei livelli scolastici: si va dal 34,7% di scuole dell’infanzia all’85,6% dei licei. Le somme richieste a livello prescolare o di scuola dell’obbligo sono in media di modesta entità (16,4 euro nella scuola dell’infanzia e 19,8 euro nella scuola secondaria di I grado). Nelle scuole di II grado, invece, il contributo medio supera, per tutti gli indirizzi, gli 80 euro pro-capite. Le oscillazioni intorno alla media sono però molto ampie e nelle scuole intervistate si raggiungono anche i 100 euro per scuole dell’infanzia e primarie e i 260 euro dei licei (tab. 5).
Il 25% degli istituti che già richiedono un contributo dichiara di averne dovuto aumentare l’importo rispetto allo scorso anno e solo il 20,6% di dirigenti scolastici ritiene di non aver bisogno di reiterare o introdurre tale modalità di finanziamento nel prossimo anno scolastico (tab. 6).
FONTE: fuoriregistro
A proposito di classi pollaio
Salvatore Nocera - 27-01-2011
ACCOLTA DAL TAR LAZIO LA CLASS ACTION SULLE " CLASSI POLLAIO" MA LE CLASSI RESTANO SUPERAFFOLLATE
Bisogna rendere meritio al CODACONS per aver ottenuto la prima sentenza sulla class action proposta contro il Ministero dell'Istruzione per le classi superaffollate.
Infatti il CODACONS aveva proposto ricorso ai sensi del decreto legislativo n. 198/09 che, introducendo una novità nel nostro sistema processuale, consente di sottoporre al giudizio della Magistratura l'inefficienza di un'amministrazione in caso di mancato rispetto di standard di qualità individuati in atti generali " non normativi"a tutela degli utenti dei pubblici servizi.
Sono stati proposti due motivi di ricorso : uno per la mancata emanazione del piano di edilizia relativo alle scuole non in regola con le norme riguardanti il numero massimo di alunni per classe di cui al dpr n. 81/09; l'altro sulla mancata approvazione delle norme sull'edilizia scolastica applicative della L.n. 23/96.
Il TAR , con la sentenza n. 00552/2011, ha accolto il primo motivo, rigettando il secondo perché quest'ultimo riguardava la mancata applicazione di un atto normativo generale e, conseguentemente, ha compensato le spese.Ma l'accoglimento del primo motivo è un precedente importante. Infatti il TAR ha riconosciuto che il Ministero dell'Istruzione d'intesa col Ministero dell'Economia avrebbe dovuto emanare il piano generale della riqualificazione dell'edilizia scolastica, indicandone quindi i costi, itempi ed i luoghi, mentre esso si è limitato solo a predisporre un elenco di scuole non in regola per le quali continuavano ad applicarsi solo per il trascorso anno scolastico i tetti massimi del numero di alunni per classe precedenti più bassi di quelli introdotti dal dpr n. 81/09.
Ciò significa che il TAR ha assegnato al Ministero dell'Istruzione un termine di 120 giorni per predisporre il piano, in mancanza del quale si potrà chiedere al TAR l'ottemperanza di tale obbligo, stavolta con condanna a tutte le spese.
Ai fini degli alunni delle classi superaffollate non in regola con le norme sulla sicurezza, purtroppo, data la natura della class action vigente in Italia, per ora non cambia nulla.
Però intanto si è riusciti ad accelerare la procedura per la messa in sicurezza delle scuole non in regola che sono ancora tante; inoltre è evidente la portata politica degli effetti della decisione che accoglie un diffuso malcontento delle famiglie per il superaffollamento delle classi .
Se , come è prevedibile, il Ministero dovesse appellare, qualora la sentenza del Consiglio di Stato, come è da ritenere probabile, dovesse confermare la decisione del TAR, il Ministero che, in forza della nuova normativa, ha dovuto pubblicare sul proprio sito la notizia del ricorso, dovrà pubblicare anche la sentenza definitiva , la quale verrebbe pure trasmessa alla Corte dei conti ed all'organismo sulla valutazione della qualità delle pubbliche amministrazioni.
E' altresì molto importante che il TAR abbia riconosciuto, per la prima volta, la legittimazione processuale di un'associazione di consumatori all'esercizio di questa nuova azione giudiziaria ed abbia dichiarato , in questo caso, immediatamente applicabile la nuova normativa anche in mancanza dell'emanazione dei regolamenti governativi.
E' tuttavia da tener presente che , sulla base della nuova normativa sulla class action, se le singole famiglie volessero ottenere una riduzione del numero degli alunni nelle classi irregolari ed il risarcimento dei danni subiti, dovranno agire individualmente con appositi ricorsi . Infatti la recente normativa si è limitata solo a predisporre strumenti di stimolo all'efficienza dell'Amministrazione e non anche a garantire direttamente i diritti violati dalle omissioni dell'Amministrazione.Diversamente invece stabilisce la normativa americana alla quale la nostra si è solo in parte ispirata.
Pertanto rimangono ancora tutte in vita le lagnanze sollevate da moltissime associazioni, tra cui la F I S H( Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap ) circa l'antipedagogico superaffollamento delle classi in genere ed in particolare di quelle frequentate da alunni con disabilità
A proposito di classi pollaio
Salvatore Nocera - 27-01-2011
ACCOLTA DAL TAR LAZIO LA CLASS ACTION SULLE " CLASSI POLLAIO" MA LE CLASSI RESTANO SUPERAFFOLLATE
Bisogna rendere meritio al CODACONS per aver ottenuto la prima sentenza sulla class action proposta contro il Ministero dell'Istruzione per le classi superaffollate.
Infatti il CODACONS aveva proposto ricorso ai sensi del decreto legislativo n. 198/09 che, introducendo una novità nel nostro sistema processuale, consente di sottoporre al giudizio della Magistratura l'inefficienza di un'amministrazione in caso di mancato rispetto di standard di qualità individuati in atti generali " non normativi"a tutela degli utenti dei pubblici servizi.
Sono stati proposti due motivi di ricorso : uno per la mancata emanazione del piano di edilizia relativo alle scuole non in regola con le norme riguardanti il numero massimo di alunni per classe di cui al dpr n. 81/09; l'altro sulla mancata approvazione delle norme sull'edilizia scolastica applicative della L.n. 23/96.
Il TAR , con la sentenza n. 00552/2011, ha accolto il primo motivo, rigettando il secondo perché quest'ultimo riguardava la mancata applicazione di un atto normativo generale e, conseguentemente, ha compensato le spese.Ma l'accoglimento del primo motivo è un precedente importante. Infatti il TAR ha riconosciuto che il Ministero dell'Istruzione d'intesa col Ministero dell'Economia avrebbe dovuto emanare il piano generale della riqualificazione dell'edilizia scolastica, indicandone quindi i costi, itempi ed i luoghi, mentre esso si è limitato solo a predisporre un elenco di scuole non in regola per le quali continuavano ad applicarsi solo per il trascorso anno scolastico i tetti massimi del numero di alunni per classe precedenti più bassi di quelli introdotti dal dpr n. 81/09.
Ciò significa che il TAR ha assegnato al Ministero dell'Istruzione un termine di 120 giorni per predisporre il piano, in mancanza del quale si potrà chiedere al TAR l'ottemperanza di tale obbligo, stavolta con condanna a tutte le spese.
Ai fini degli alunni delle classi superaffollate non in regola con le norme sulla sicurezza, purtroppo, data la natura della class action vigente in Italia, per ora non cambia nulla.
Però intanto si è riusciti ad accelerare la procedura per la messa in sicurezza delle scuole non in regola che sono ancora tante; inoltre è evidente la portata politica degli effetti della decisione che accoglie un diffuso malcontento delle famiglie per il superaffollamento delle classi .
Se , come è prevedibile, il Ministero dovesse appellare, qualora la sentenza del Consiglio di Stato, come è da ritenere probabile, dovesse confermare la decisione del TAR, il Ministero che, in forza della nuova normativa, ha dovuto pubblicare sul proprio sito la notizia del ricorso, dovrà pubblicare anche la sentenza definitiva , la quale verrebbe pure trasmessa alla Corte dei conti ed all'organismo sulla valutazione della qualità delle pubbliche amministrazioni.
E' altresì molto importante che il TAR abbia riconosciuto, per la prima volta, la legittimazione processuale di un'associazione di consumatori all'esercizio di questa nuova azione giudiziaria ed abbia dichiarato , in questo caso, immediatamente applicabile la nuova normativa anche in mancanza dell'emanazione dei regolamenti governativi.
E' tuttavia da tener presente che , sulla base della nuova normativa sulla class action, se le singole famiglie volessero ottenere una riduzione del numero degli alunni nelle classi irregolari ed il risarcimento dei danni subiti, dovranno agire individualmente con appositi ricorsi . Infatti la recente normativa si è limitata solo a predisporre strumenti di stimolo all'efficienza dell'Amministrazione e non anche a garantire direttamente i diritti violati dalle omissioni dell'Amministrazione.Diversamente invece stabilisce la normativa americana alla quale la nostra si è solo in parte ispirata.
Pertanto rimangono ancora tutte in vita le lagnanze sollevate da moltissime associazioni, tra cui la F I S H( Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap ) circa l'antipedagogico superaffollamento delle classi in genere ed in particolare di quelle frequentate da alunni con disabilità
FONTE: VIVALSCUOLA
«Con ogni mezzo necessario…» La scuola come bene comune. Riflessioni a margine del libro di Girolamo De Michele
di Alessandro Cartoni
Difficile trovare una definizione esaustiva ad un libro come quello di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti, Minimum fax, 2010, ricco di informazioni e dati non addomesticati, ma anche capace di un’interpretazione globale del mondo e dei tempi che stiamo attraversando.
La cosa più evidente è che, pur costituendo un manuale di difesa e di resistenza all’ordine di cose esistenti, il libro non concede nulla al catastrofismo imperante sulle sorti della scuola italiana. Anzi, nell’interpretazione dell’autore, la scuola appare ancora capace di svolgere un’importante funzione di formazione alla cittadinanza, di integrazione e riscatto sociale se solo la si volesse liberare dall’ordine del discorso della “delegittimazione in atto"
La scuola ha, dunque, per De Michele, una centralità sociale costitutiva che spetta a tutto il corpo sociale difendere e promuovere nell’orizzonte di un rilancio di quella funzione di civiltà che solo il sapere nelle società moderne è in grado di svolgere.
«L’istruzione è non solo un diritto fondamentale – direi addirittura il diritto fondamentale, perché nella società cognitiva in cui viviamo non la qualità della vita, ma la vita stessa è messa in questione dall’analfabetismo strutturale o di ritorno»
Il ruolo del sapere
Quello che dunque è in ballo nel libro di De Michele, quello che costituisce la posta in gioco politica e democratica è proprio il sapere, il suo stato, la sua consistenza, il corollario dei suoi effetti, la sua possibile obsolescenza, preservazione, diminuzione o riconfigurazione nelle attuali condizioni politico-istituzionali. Intorno alla scuola, dunque, non si gioca una partita tra le altre, ma «la» partita fondamentale: «l’istruzione è un bene comune, come l’acqua e l’ambiente perché bene comune – bene del comune, della comunità dell’umano – è il sapere»
Tuttavia questo “bene” è oggi potenzialmente sempre meno sicuro, sempre meno frutto di un contratto sociale e di un consenso collettivo, quindi sempre “meno comune” e sempre meno pubblico.
L’autore ci spiega come si è arrivati a ciò attraverso una serie di analisi storico-politiche che uniscono in modo originale i dati della sociologia della statistica e dell’economia politica. L’educazione (e i modelli educativi) dunque non sono in crisi in quanto tali, come vorrebbero farci credere, ma sono in crisi in quanto la società che li produce è essa stessa in crisi, una crisi che è di valori, di governance, di credibilità.
«L’istituzione educativa si trova di fronte a un bivio: o imparare a giocare il gioco secondo nuove regole, o ripiegare e arroccarsi, dopo aver bruciato i ponti, nel fortino del proprio sapere tradizionale, rifiutando il contatto col nuovo. Richiudersi dentro la grande Muraglia e aspettare l’arrivo dei cosiddetti Barbari»
La sfida della complessità
In ogni caso di fronte all’evoluzione delle società e dell’economia, di fronte alle trasformazioni tecnologiche che modificano radicalmente i connotati del lavoro e della sua funzione, la scuola, e il suo governo, assumono nella società cognitiva che stiamo attraversando, una funzione strategica. Certo alla scuola non possiamo affidare solo compiti di addestramento, come vorrebbe qualcuno, ma anche compiti di socializzazione e formazione del senso critico e della cittadinanza.
«La scuola è una sorta di para istituto professionale che attraverso un apprendistato cognitivo fornisce non solo il sapere ma anche l’officina in cui applicare le conoscenze e le competenze apprese: non lo strumento a produrre valore, ma il valore stesso (…) Al tempo stesso, la scuola svolge tutta una serie di funzioni che la crisi delle istituzioni disciplinari ha reso indispensabili»
La scuola diventa così centro di socializzazione, sostituisce spesso la famiglia, sostiene psicologicamente i ragazzi, diventa autentico operatore sociale, informa sull’attualità e sui suoi “possibili usi”. E’ in questa direzione che De Michele contraddicendo il ministro Gelmini dichiara senza mezzi termini «che la scuola è un ammortizzatore sociale. Svolge un ruolo di supplenza senza il quale l’intera società crollerebbe. E lo svolge a costo zero»
Le sfide del futuro prossimo venturo si giocheranno a partire dal capitale cognitivo e dall’uso che di questo, attraverso la scuola e il suo governo, potrà fare la società. Perché, ci spiega De Michele, o assisteremo a una riqualificazione della scuola pubblica e del suo potere di attrezzare i cittadini, tutti i cittadini, ad affrontare il mondo che li aspetta, oppure assisteremo a una sua graduale «dismissione» che avrà il compito, tra gli altri, di sfornare «un ceto subordinato inadeguato a un ruolo attivo nel mondo del lavoro e della piena cittadinanza».
Le scelte italiane
E’ del tutto chiaro, dunque, che la direzione in cui si sta muovendo la scuola italiana con l’ultima riforma Gelmini, ma non solo, è questa seconda che privatizza, scompone, frammenta il capitale cognitivo e lo dequalifica da risorsa sociale a merce. Negli scenari che De Michele disegna, attraverso l’analisi del progetto OCSE 2001 «Schooling for tomorrow» si percepisce nettamente il quid della scelta italiana fatta di:
a) estensione del modello del mercato,
b) accrescimento del digital divide (separazione tra chi può e chi non può accedere alle nuove tecnologie),
c) situazione di meltdown (catastrofe) dove alla crisi di identità del corpo decente si collega la perdita di forza delle relazioni contrattuali con conseguente implosione del sistema pubblico di istruzione.
"Sul breve periodo questa crisi rafforza il potere delle autorità politiche nazionali, mentre sul lungo periodo la crisi resta senza soluzioni. Il senso della crisi si acuisce nelle aree più depresse, mentre le comunità locali dotate di migliori sistemi educativi “cercano di proteggersi e di estendere la propria autonomia dall’autorità nazionale”. Si intensifica infine l’interesse privato nel mercato dell’istruzione».
Delegittimazione e autoritarismo pedagogico
Ma come è possibile muoversi “culturalmente” nei confronti dei famigerati scenari che abbiamo appena illustrato? Come è possibile provocare la metabolizzazione sociale e culturale di questa pozione agra che ha per sintesi la sparizione del diritto a un’istruzione qualificata e decente per tutti? L’autore di La scuola è di tutti ce lo spiega con analisi efficaci che chi vive nel mondo della scuola non potrà non confrontare col suo quotidiano esistere e quindi riconoscere come vere. Innanzitutto l’orchestrazione di una campagna di delegittimazione (della scuola, degli insegnanti e della cultura scolastica) attraverso la stampa, non solo di regime, che ha creato ad arte una situazione di emergenza sociale atta a destabilizzare certezze e diritti per applicare soluzioni emergenziali e autoritarie.
Con la complicità di alcuni sedicenti giornalisti la scuola italiana è stata ricoperta, mi si permetta, di dire, di merda, anche creativa (poiché del tutto fantastica e senza riscontri seri con la realtà) allo scopo di preparare il campo alle “riforme epocali”. A titolo di esempio si veda la polemica sul grembiulino, sui bidelli più numerosi dei carabinieri, sul bullismo, sulle assunzioni facili, sui fannulloni etc. Ma si sbaglierebbe, ci indica De Michele, a considerare epifenomeni, o amenità, questi interventi il cui scopo era appunto quello di bombardare il fronte prima dell’attacco, e mai metafora bellica si è dimostrata più efficace.
L’autoritarismo pedagogico, per esempio, come prodotto culturale di questo clima di emergenza educativa e culturale è l’antitodo a qualsiasi modello educativo che abbia nella critica e nella crescita della facoltà del giudizio il suo centro focale. Non altro senso hanno gli slogan culturali dell’epoca Gelmini: da quelli sull’Intelligenza Creativa, sul ritorno all’autorità, sul 5 in condotta, sulla preminenza dei contenuti. Una profonda analogia si scopre alla fine tra il catechismo fascista e quello della nostra scuola riformata: poiché
«Ogni sistema scolastico che non contempli tra le proprie finalità la formazione di menti in grado di esercitare con giudizio la critica dello stato di cose esistenti – di avere il coraggio di sapere – è potenzialmente fascista».
Proiettare la nostalgia nel futuro
Non c’è inoltre chi non abbia percepito il clima di crescente illiberalità, l’aria da caserma con l’imprescindibile corollario della fine di ogni collegialità che impera ormai nelle scuole di ogni ordine e grado. Un serpeggiante regime di sospetto e controllo si afferma negli istituti, avallato dai decreti Brunetta sull’aumento delle sanzioni disciplinari per i dipendenti della pubblica Amministrazione. Il fine è quello di farla finita con la democrazia, la discussione e la collegialità, mali supremi di quei regimi nati dall’Illuminismo in cui sparisce la pretesa totalità organica che incarna la volontà generale. Se in effetti la volontà generale nasce dal conflitto, dalla dialettica delle posizioni e dall’incontro scontro tra interessi diversi, allora è chiaro che tornare al ripristino della situazione quo ante è uno degli scopi della riforma Gelmini. Rimettere in uno sforzo “organico” la ruota del tempo all’indietro;
– oppure, che è lo stesso, proiettare la nostalgia nel futuro – è la dimensione da conquistare per adeguare anche i riottosi alla ristrutturazione in atto. E tuttavia:
«Ogni concezione della scuola che rifiuti di attribuire il diritto di critica, o quantomeno di interpellanza, a tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo è potenzialmente fascista».
Dentro tale progetto non può non esserci spazio per il ritorno al nozionismo come terreno dei contenuti “certi e sicuri” adeguati a un sapere «da spezzettare analiticamente, e riassumere in catechismi». Anche qui il fine è adeguare il modello educativo a un sapere che non forma che non dà gli strumenti per leggere la realtà, ma fornisce solo un pacchetto di nozioni che si pretende adeguato a una società complessa. E tuttavia: «una scuola che rifiuti di insegnare a imparare e ritorni alla centralità dei contenuti, oltre che profondamente arretrata e inadeguata, è potenzialmente fascista».
In conclusione, quello che si cela dietro le riforme, dietro gli appelli alla responsabilità e alla disponibilità al cambiamento è la demolizione sistematica del sistema di istruzione pubblica conquistato in più di mezzo secolo di battaglie, confronti e vita democratica. Solo se i lavoratori della scuola tutti, ci spiega De Michele, saranno in grado di rapportarsi al mondo della precarietà e alla vita degli altri (di tutti gli altri “dominati”) per fermare la gigantesca ristrutturazione sociale in atto, allora questa deriva potrà essere evitata. Ma bisognerà farlo con ogni mezzo necessario.
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/01/17/vivalascuola-66/
«Con ogni mezzo necessario…» La scuola come bene comune. Riflessioni a margine del libro di Girolamo De Michele
di Alessandro Cartoni
Difficile trovare una definizione esaustiva ad un libro come quello di Girolamo De Michele, La scuola è di tutti, Minimum fax, 2010, ricco di informazioni e dati non addomesticati, ma anche capace di un’interpretazione globale del mondo e dei tempi che stiamo attraversando.
La cosa più evidente è che, pur costituendo un manuale di difesa e di resistenza all’ordine di cose esistenti, il libro non concede nulla al catastrofismo imperante sulle sorti della scuola italiana. Anzi, nell’interpretazione dell’autore, la scuola appare ancora capace di svolgere un’importante funzione di formazione alla cittadinanza, di integrazione e riscatto sociale se solo la si volesse liberare dall’ordine del discorso della “delegittimazione in atto"
La scuola ha, dunque, per De Michele, una centralità sociale costitutiva che spetta a tutto il corpo sociale difendere e promuovere nell’orizzonte di un rilancio di quella funzione di civiltà che solo il sapere nelle società moderne è in grado di svolgere.
«L’istruzione è non solo un diritto fondamentale – direi addirittura il diritto fondamentale, perché nella società cognitiva in cui viviamo non la qualità della vita, ma la vita stessa è messa in questione dall’analfabetismo strutturale o di ritorno»
Il ruolo del sapere
Quello che dunque è in ballo nel libro di De Michele, quello che costituisce la posta in gioco politica e democratica è proprio il sapere, il suo stato, la sua consistenza, il corollario dei suoi effetti, la sua possibile obsolescenza, preservazione, diminuzione o riconfigurazione nelle attuali condizioni politico-istituzionali. Intorno alla scuola, dunque, non si gioca una partita tra le altre, ma «la» partita fondamentale: «l’istruzione è un bene comune, come l’acqua e l’ambiente perché bene comune – bene del comune, della comunità dell’umano – è il sapere»
Tuttavia questo “bene” è oggi potenzialmente sempre meno sicuro, sempre meno frutto di un contratto sociale e di un consenso collettivo, quindi sempre “meno comune” e sempre meno pubblico.
L’autore ci spiega come si è arrivati a ciò attraverso una serie di analisi storico-politiche che uniscono in modo originale i dati della sociologia della statistica e dell’economia politica. L’educazione (e i modelli educativi) dunque non sono in crisi in quanto tali, come vorrebbero farci credere, ma sono in crisi in quanto la società che li produce è essa stessa in crisi, una crisi che è di valori, di governance, di credibilità.
«L’istituzione educativa si trova di fronte a un bivio: o imparare a giocare il gioco secondo nuove regole, o ripiegare e arroccarsi, dopo aver bruciato i ponti, nel fortino del proprio sapere tradizionale, rifiutando il contatto col nuovo. Richiudersi dentro la grande Muraglia e aspettare l’arrivo dei cosiddetti Barbari»
La sfida della complessità
In ogni caso di fronte all’evoluzione delle società e dell’economia, di fronte alle trasformazioni tecnologiche che modificano radicalmente i connotati del lavoro e della sua funzione, la scuola, e il suo governo, assumono nella società cognitiva che stiamo attraversando, una funzione strategica. Certo alla scuola non possiamo affidare solo compiti di addestramento, come vorrebbe qualcuno, ma anche compiti di socializzazione e formazione del senso critico e della cittadinanza.
«La scuola è una sorta di para istituto professionale che attraverso un apprendistato cognitivo fornisce non solo il sapere ma anche l’officina in cui applicare le conoscenze e le competenze apprese: non lo strumento a produrre valore, ma il valore stesso (…) Al tempo stesso, la scuola svolge tutta una serie di funzioni che la crisi delle istituzioni disciplinari ha reso indispensabili»
La scuola diventa così centro di socializzazione, sostituisce spesso la famiglia, sostiene psicologicamente i ragazzi, diventa autentico operatore sociale, informa sull’attualità e sui suoi “possibili usi”. E’ in questa direzione che De Michele contraddicendo il ministro Gelmini dichiara senza mezzi termini «che la scuola è un ammortizzatore sociale. Svolge un ruolo di supplenza senza il quale l’intera società crollerebbe. E lo svolge a costo zero»
Le sfide del futuro prossimo venturo si giocheranno a partire dal capitale cognitivo e dall’uso che di questo, attraverso la scuola e il suo governo, potrà fare la società. Perché, ci spiega De Michele, o assisteremo a una riqualificazione della scuola pubblica e del suo potere di attrezzare i cittadini, tutti i cittadini, ad affrontare il mondo che li aspetta, oppure assisteremo a una sua graduale «dismissione» che avrà il compito, tra gli altri, di sfornare «un ceto subordinato inadeguato a un ruolo attivo nel mondo del lavoro e della piena cittadinanza».
Le scelte italiane
E’ del tutto chiaro, dunque, che la direzione in cui si sta muovendo la scuola italiana con l’ultima riforma Gelmini, ma non solo, è questa seconda che privatizza, scompone, frammenta il capitale cognitivo e lo dequalifica da risorsa sociale a merce. Negli scenari che De Michele disegna, attraverso l’analisi del progetto OCSE 2001 «Schooling for tomorrow» si percepisce nettamente il quid della scelta italiana fatta di:
a) estensione del modello del mercato,
b) accrescimento del digital divide (separazione tra chi può e chi non può accedere alle nuove tecnologie),
c) situazione di meltdown (catastrofe) dove alla crisi di identità del corpo decente si collega la perdita di forza delle relazioni contrattuali con conseguente implosione del sistema pubblico di istruzione.
"Sul breve periodo questa crisi rafforza il potere delle autorità politiche nazionali, mentre sul lungo periodo la crisi resta senza soluzioni. Il senso della crisi si acuisce nelle aree più depresse, mentre le comunità locali dotate di migliori sistemi educativi “cercano di proteggersi e di estendere la propria autonomia dall’autorità nazionale”. Si intensifica infine l’interesse privato nel mercato dell’istruzione».
Delegittimazione e autoritarismo pedagogico
Ma come è possibile muoversi “culturalmente” nei confronti dei famigerati scenari che abbiamo appena illustrato? Come è possibile provocare la metabolizzazione sociale e culturale di questa pozione agra che ha per sintesi la sparizione del diritto a un’istruzione qualificata e decente per tutti? L’autore di La scuola è di tutti ce lo spiega con analisi efficaci che chi vive nel mondo della scuola non potrà non confrontare col suo quotidiano esistere e quindi riconoscere come vere. Innanzitutto l’orchestrazione di una campagna di delegittimazione (della scuola, degli insegnanti e della cultura scolastica) attraverso la stampa, non solo di regime, che ha creato ad arte una situazione di emergenza sociale atta a destabilizzare certezze e diritti per applicare soluzioni emergenziali e autoritarie.
Con la complicità di alcuni sedicenti giornalisti la scuola italiana è stata ricoperta, mi si permetta, di dire, di merda, anche creativa (poiché del tutto fantastica e senza riscontri seri con la realtà) allo scopo di preparare il campo alle “riforme epocali”. A titolo di esempio si veda la polemica sul grembiulino, sui bidelli più numerosi dei carabinieri, sul bullismo, sulle assunzioni facili, sui fannulloni etc. Ma si sbaglierebbe, ci indica De Michele, a considerare epifenomeni, o amenità, questi interventi il cui scopo era appunto quello di bombardare il fronte prima dell’attacco, e mai metafora bellica si è dimostrata più efficace.
L’autoritarismo pedagogico, per esempio, come prodotto culturale di questo clima di emergenza educativa e culturale è l’antitodo a qualsiasi modello educativo che abbia nella critica e nella crescita della facoltà del giudizio il suo centro focale. Non altro senso hanno gli slogan culturali dell’epoca Gelmini: da quelli sull’Intelligenza Creativa, sul ritorno all’autorità, sul 5 in condotta, sulla preminenza dei contenuti. Una profonda analogia si scopre alla fine tra il catechismo fascista e quello della nostra scuola riformata: poiché
«Ogni sistema scolastico che non contempli tra le proprie finalità la formazione di menti in grado di esercitare con giudizio la critica dello stato di cose esistenti – di avere il coraggio di sapere – è potenzialmente fascista».
Proiettare la nostalgia nel futuro
Non c’è inoltre chi non abbia percepito il clima di crescente illiberalità, l’aria da caserma con l’imprescindibile corollario della fine di ogni collegialità che impera ormai nelle scuole di ogni ordine e grado. Un serpeggiante regime di sospetto e controllo si afferma negli istituti, avallato dai decreti Brunetta sull’aumento delle sanzioni disciplinari per i dipendenti della pubblica Amministrazione. Il fine è quello di farla finita con la democrazia, la discussione e la collegialità, mali supremi di quei regimi nati dall’Illuminismo in cui sparisce la pretesa totalità organica che incarna la volontà generale. Se in effetti la volontà generale nasce dal conflitto, dalla dialettica delle posizioni e dall’incontro scontro tra interessi diversi, allora è chiaro che tornare al ripristino della situazione quo ante è uno degli scopi della riforma Gelmini. Rimettere in uno sforzo “organico” la ruota del tempo all’indietro;
– oppure, che è lo stesso, proiettare la nostalgia nel futuro – è la dimensione da conquistare per adeguare anche i riottosi alla ristrutturazione in atto. E tuttavia:
«Ogni concezione della scuola che rifiuti di attribuire il diritto di critica, o quantomeno di interpellanza, a tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo è potenzialmente fascista».
Dentro tale progetto non può non esserci spazio per il ritorno al nozionismo come terreno dei contenuti “certi e sicuri” adeguati a un sapere «da spezzettare analiticamente, e riassumere in catechismi». Anche qui il fine è adeguare il modello educativo a un sapere che non forma che non dà gli strumenti per leggere la realtà, ma fornisce solo un pacchetto di nozioni che si pretende adeguato a una società complessa. E tuttavia: «una scuola che rifiuti di insegnare a imparare e ritorni alla centralità dei contenuti, oltre che profondamente arretrata e inadeguata, è potenzialmente fascista».
In conclusione, quello che si cela dietro le riforme, dietro gli appelli alla responsabilità e alla disponibilità al cambiamento è la demolizione sistematica del sistema di istruzione pubblica conquistato in più di mezzo secolo di battaglie, confronti e vita democratica. Solo se i lavoratori della scuola tutti, ci spiega De Michele, saranno in grado di rapportarsi al mondo della precarietà e alla vita degli altri (di tutti gli altri “dominati”) per fermare la gigantesca ristrutturazione sociale in atto, allora questa deriva potrà essere evitata. Ma bisognerà farlo con ogni mezzo necessario.
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/01/17/vivalascuola-66/
martedì 25 gennaio 2011
DA VIVALASCUOLA:
COME INSEGNARE AUSCHWITZ?
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/01/24/vivalascuola-67/
"se ricordare è un dovere e se il riconoscimento del valore politico e civile di tale memoria non può essere un’acquisizione naturale ma il frutto di un’educazione oltre che dell’istruzione, come educare a ricordare? Come insegnare Auschwitz?
Ed è un problema pedagogico anche nel senso più specifico del termine, dato che l’articolo 2 della legge invita a momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado… Di ogni ordine e grado. Questa specificazione, sebbene credo per il Parlamento e le Università italiane non rappresenti molto di più che una formula da Gazzetta Ufficiale, pone ogni educatore che decida di lavorare sulla memoria, di fronte a un compito da far tremare i polsi: accompagnare l’infanzia oltre i cancelli di Auschwitz." (LUIGI MONTI)
COME INSEGNARE AUSCHWITZ?
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/01/24/vivalascuola-67/
"se ricordare è un dovere e se il riconoscimento del valore politico e civile di tale memoria non può essere un’acquisizione naturale ma il frutto di un’educazione oltre che dell’istruzione, come educare a ricordare? Come insegnare Auschwitz?
Ed è un problema pedagogico anche nel senso più specifico del termine, dato che l’articolo 2 della legge invita a momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado… Di ogni ordine e grado. Questa specificazione, sebbene credo per il Parlamento e le Università italiane non rappresenti molto di più che una formula da Gazzetta Ufficiale, pone ogni educatore che decida di lavorare sulla memoria, di fronte a un compito da far tremare i polsi: accompagnare l’infanzia oltre i cancelli di Auschwitz." (LUIGI MONTI)
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