lunedì 30 giugno 2014

zavalloni

fonte: comune.info

Vita e matita di Gianfranco Zavalloni

GZ
Disegno di Gianfranco Zavalloni
di Michele D’Ignazio*
Sapere, fare, saper fare, far sapere: l’insegnamento è un ciclo, come quello della vita. Probabilmente bisogna partire da qui, per capire Gianfranco Zavalloni, maestro, disegnatore, educatore, dirigente scolastico. Insegnare fa rima con disegnare. E vita fa rima con matita.
“La pedagogia della lumaca”, il libro di Zavalloni più conosciuto, che è anche la sintesi del suo modo di insegnare, è diventato un punto di riferimento per molti insegnanti e per chi pratica una scuola pensata intorno ai bambini, una scuola dai ritmi diversi, più aperta al mondo, più manuale e più creativa.
Partiamo dal Sapere, che necessita osservazione, ascolto, ripetizione, lentezza. Nella scuola, scrive Andrea Magnolini, collaboratore di Zavalloni, “spesso si respira una sorta di consumismo culturale: appena si imparano le equazioni si passa ai logaritmi”. Invece, la scuola che immagina Zavalloni è molto più simile all’aria che si respira nelle botteghe degli artigiani, un mondo pieno di odori, di storie e di Storia. Un mondo che, quando è all’opera, è silenzioso e concentrato.
Una scuola che sia tradizione, prima di tutto, ma anche consapevole “tradimento”, ovvero quel pizzico di libertà innovativa che muove la storia dell’umanità. Una scuola che sia creatività. Zavalloni amava i maestri cestai, i burattinai, i contadini e la loro cultura.
E il sapere deve essere necessariamente accompagnato dal Fare, imitando, ripetendo, conquistando fiducia.
Spesso si ha la presunzione di sostenere che il sapere e la conoscenza possano bastare e siano fine a sé stesse. Ma il sapere è uno strumento, sono tanti strumenti, poi c’è da muoversi, c’è da sudare. E i bambini questo lo devono imparare, con la loro pelle e le loro mani. “Se noi non insegniamo a un bambino l’esperienza di usare bene le mani, quel bambino che imparerà ad usare il computer e il cellulare non saprà però dosare tutto ciò che riguarda la manualità e la psicomotricità che deriva dal maneggiare alcuni strumenti, così come da noi appreso nella nostra infanzia”, sostiene Zavalloni.
Saper Fare. Magnolini scrive: “Ci si accorge di aver fatto il primo passo quando si matura, con l’esperienza e il lavoro pratico, il senso della misura e delle proporzioni (…) il secondo passo è quello di saper creare tenendo conto delle nostre capacità, i rapporti fra le parti e il tutto (…) capacità testimoniate da uomini e donne che, nelle diverse culture, hanno raggiunto il senso della geometria e della bellezza anche senza righello. Queste sensibilità possono essere sviluppate secondo gradi diversi grazie al lavoro manuale e all’osservazione”. Saper fare, in una parola: mestiere.
“L’esperienza diretta crea spontaneamente un’economia di gesti, si impara dove mettere le mani e ad eliminare lo sforzo non necessario. Lo si impara quasi naturalmente e di pari passo si impara non solo l’efficienza, ma anche l’eleganza”. Con lentezza.
E, infine, Far Sapere: testimoniare, documentare, condividere, non accentrare. Non solo il sapere, ma anche l’arte di insegnare.
Ne “La pedagogia della lumaca” colpisce un dettaglio: ogni volta che Zavalloni racconta l’esperienza o il pensiero di un insegnante, un genitore, uno scrittore o un dirigente scrive, subito dopo il nome, tra parentesi, il suo indirizzo email. Come a voler dire ai lettori: fate rete, conoscetevi, non fermatevi alla pagina del libro, contattate la persona di cui sto parlando, scambiatevi conoscenze ed esperienze, incontratevi!
Magnolini scrive che Zavalloni “aveva un modo pratico di credere in te che quasi sempre spiazzava”. Si circondava di persone, spesso molto giovani, chiamate ad essere contadini dell’insegnamento, a smuovere la terra e lanciare semi.
zav
C’è un tempo per la semina, uno per il raccolto, uno per il riposo e uno per la festa: la cultura contadina ci insegna che ogni attività umana ha forma ciclica e che senza semina non c’è raccolto, senza raccolto il riposo non sarà buono, e senza raccolto e riposo alla festa non ci si diverte.
Ma la festa è importante, probabilmente fondamentale, così come lo è il gioco per i bambini.
Ne “La pedagogia della lumaca”, Zavalloni scrive:
Abbiamo rubato ai bambini il piacere di giocare davvero. Abbiamo eliminato dalla città i veri spazi di incontro spontaneo fra bambini. Abbiamo impegnato le loro vite programmandole fin dalla più tenera età […] Eppure noi adulti sappiamo bene che la vita è fatta di casualità, di incontri importanti che aprono nuove strade e di passioni che si sviluppano improvvisamente. Come possiamo ipotecare l’infanzia?.
Ho sempre sostenuto l’idea che noi dobbiamo tornare bambini. Tornare bambini vuol dire per me essere attenti al mondo dell’infanzia come tale… e non come preparazione alla «vita vera», cioè a quando si diventa adulti.
L’urlo silenzioso che il mondo dei bambini e delle bambine ci lancia è «lasciateci giocare!»
Il tempo dell’infanzia è un tempo di gioco, d’incontro libero fra coetanei, di scoperta spontanea del mondo, senza la presenza ossessiva di adulti che pretendono di programmare, progettare, spiegare, istruire ogni cosa.
Insegnare fa rima con disegnare e Zavalloni, con i suoi disegni, è riuscito a stabilire un canale di comunicazione immediata con i bambini, una porta verso il suo mondo pieno di fantasia. Zavalloni in fondo disegnava come un bambino, ma la sua mano era sicura e sapeva cosa voleva disegnare: disegnava tante foglie, case con i comignoli, vicoli di paesi, treni, finestre, fiori, matite, biciclette e soprattutto tanti bambini.
Prima ancora dei bambini, c’è bisogno di insegnanti desiderosi di ascoltare, osservare, imparare. E due ingredienti per una buona scuola sono probabilmente semplicità e sincerità.
“Ogni maestro è testimonianza vivente di mondo: di esperienza e valori, cultura e progetti, visioni della vita e attitudini, passioni e capacità di relazione (…) ciò che pensa e sente passa, trasuda da ogni gesto e parola, anche e soprattutto dal non detto, mentre i bambini guardano. I bambini sanno distinguere ciò che è autentico da ciò che è falso”, scrive Simonetta Ferrari.
E bisogna stare attenti ai tranelli. Zavalloni ad esempio mette in guardia dal “tempo-freccia” e dai tanti rischi, come la “pedagogia della fotocopia”: la brutta abitudine, spesso diffusa nelle scuole materne e primarie, di fotocopiare delle immagini e chiedere ai bambini di copiarle o di riempirle di colore. Così facendo, si inibisce l’originalità del bambino, che invece ha bisogno di confrontarsi con il foglio bianco. Ed è normale che molti siano disorientati. Ma è attraverso quel disorientamento che, con lentezza e intelligenza, esce fuori la creatività e l’originalità di ogni bambino.
“Ogni fanciullo, in qualche modo, ricomincia da capo la storia del mondo”, scriveva Henry Thoreau. E la storia del mondo, probabilmente, nasce da un punto e continua con una linea. Lasciamo che siano i bambini a farla, incoraggiati sì, ma con libertà.
Il nostro è un “tempo-freccia”. Proviamo a recuperare un tempo che sia più rotondo, ondulato, capace di sorprenderci.
Proviamo a sburocratizzare la scuola, a parlare di diritto di contadinanza attiva, di pedagogia della strada e della tavola, di orti di pace.
Proviamo a dare senso al cammino, durante e dopo la scuola, piuttosto che agli arrivi, agli obiettivi, agli esami. Questo è stato l’invito (e la vita) di Gianfranco Zavalloni.
“È vero maestro non colui che ti dice qual è la strada da percorrere, ma colui che ti apre gli occhi e ti fa vedere le tante strade sulle quali tu puoi liberamente inoltrarti.”
E di strade, Zavalloni ce ne ha indicate tante.

martedì 17 giugno 2014

guida ai genitori per dislessia

Guida per genitori
NIENTE PANICO!... È SOLO DISLESSIA! PDF Stampa E-mail
Cari Genitori
Prima di lasciarvi alla lettura di questa piccola guida pratica, vogliamo illustrarvi la motivazione che ci ha spinti ad elaborarla. Siamo stati nei vostri panni più o meno tutti noi. Siamo stati assaliti da mille dubbi e mille perchè.
A volte siamo caduti nello sconforto e in preda al "panico"! Abbiamo passato notti insonni alla ricerca della chiave giusta, per aiutare i nostri figli ad entrare nel meraviglioso mondo della conoscenza.

Scrivere su questo tema così complesso non è stato semplice. La fatica più grande è stata quella di dare un taglio semplice e pratico, evitando il più possibile termini tecnici o specialistici (quelli li troverete avventurandovi negli approfondimenti della bibliografia consigliata).

Questo opuscolo è nato con lo spirito di condividere le informazioni che possediamo con chi si trova a dover affrontare la fatica dei compiti, quella di sostenere psicologicamente un figlio e a volte anche difenderlo dalle ingiustizie cui va incontro. Una bella scommessa insomma!
Non vi resta che mettere in pratica i nostri consigli e, dopo aver trovato la strada, raccontarci le vostre esperienze su www.dislessia.org/forum. Solo allora potremo pensare di aver raggiunto il nostro scopo.
Buona Lettura

edilizia scolastica

Edilizia scolastica, ecco l’elenco dei Comuni esclusi dal patto di stabilità

Si tratta di 244 milioni in due anni che potranno servire per interventi nelle scuole

di Redazione Online

shadow
Segnali dal governo per l’edilizia scolastica. Il Dl Ambiente approvato venerdì dal Consiglio dei ministri prevede finanziamenti a tasso agevolato per un importo complessivo di oltre 300 milioni, concessi attraverso il fondo rotativo `Kyoto´, per incrementare l’efficienza energetica degli edifici scolastici e universitari pubblici. Ma, soprattutto, il Presidente del consiglio ha firmato un Dpcm che individua i Comuni beneficiari (e il relativo importo) dell’esclusione dal Patto di stabilità interno, per gli anni 2014 e 2015, delle spese sostenute per interventi di edilizia scolastica. Un’operazione, quella dell’edilizia scolastica, che dal prossimo primo luglio coinvolge oltre il 50% degli edifici scolastici, prevede 21.269 interventi e 1.094.000.000 euro di investimenti.
Le risorse
450 milioni (recuperati in buona parte dal Fondo per lo Sviluppo e la coesione) saranno destinati a lavori di piccola manutenzione, decoro e ripristino funzionale (17.959 i plessi scolastici coinvolti); in sostanza si tratta di tinteggiature, ripristino funzionale di impianti idraulici ed elettrici, sistemazione di aree verdi, serramenti e vetri rotti. Operazioni possibili grazie anche al Piano di reimpiego degli ex lavoratori socialmente utili che oggi si occupano delle pulizie. Un’altra fetta di risorse, 400 milioni, saranno impiegati per interventi di manutenzione straordinaria più rilevante che consentiranno di mettere in sicurezza 2921 scuole (rimuovendo anche amianto e barriere architettoniche). Altri 244 milioni (relativi agli anni 2014-2015), con lo sblocco del Patto di stabilità (sancito dal Dpcm ora firmato da Renzi), consentiranno di aprire immediatamente cantieri:389 le scuole coinvolte. Si tratta di una prima tranche perché con la Legge di stabilità si potranno ricomprendere nell’operazione anche quei Comuni (e quindi un altro pacchetto di scuole) che chiedono lo sblocco del Patto di stabilità dal 2015. La nuova Anagrafe dell’edilizia scolastica - ha spiegato nei giorni scorsi il sottosegretario all’Istruzione con delega all’edilizia scolastica, Roberto Reggi - consentirà poi di programmare le risorse previste dal fondo sviluppo e coesione 2014-20, riguardante gli interventi futuri.
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lunedì 2 giugno 2014

genitori: condanna, biasimo, assoluzione o supporto?


Medico e Bambino 5/2014
211
Genitori e figli. Tema antichissimo. E tuttavia, da molte parti si
è parlato di una svolta epocale nel rapporto tra le generazio
-
ni, e soprattutto nel ruolo genitoriale, sulla cui crisi profonda c’è
accordo generale. I genitori sono stati accusati, soprattutto, di
non esserci in quanto tali: secondo una separazione di ruoli
troppo netta e semplificante, la madre nel suo, centrato sull’a
-
more, la relazione, il contenimento; il padre nel suo, di legge,
guida, riferimento. Fin qui, potrebbe essere semplicemente la
conseguenza del fatto che ormai quasi il 50% dei nuclei fami
-
liari non hanno più la struttura tradizionale - padre, madre e fi
-
gli biologici della coppia primaria - e i ruoli si sovrappongono,
si mescolano, si surrogano. Ma ai genitori viene anche rim
-
proverato di essere ripiegati su di sé, volti all’eterna giovinez
-
za, preoccupati dell’esteriore, dell’apparente, della salute fisi
-
ca piuttosto che mentale dei propri figli, o di proiettare ecces
-
sive aspettative sulle spalle fragili di una adolescenza che ini
-
zia presto e pare non finire mai.
Fatto nuovo: si è cominciato a condannare i genitori non solo
per gravi violenze o trascuratezze, ma per essere venuti meno,
in un modo o nell’altro, alle proprie responsabilità: dimenti
-
cando il bimbo in auto, non sorvegliandone la frequenza sco
-
lastica, non concedendogli adeguato sostentamento. Al di qua
delle condanne, si è levato, dai media come dagli operatori che
hanno a che fare con bambini e ragazzi, un moto di biasimo ge
-
neralizzato nei confronti di una generazione di genitori inca
-
paci. Una diffusa (sia tra i giovani più attenti che tra i genitori
evergreen
) rivista settimanale ha titolato: “Il vero problema de
-
gli adolescenti sono i genitori” (Jennifer Senior,
New York Ma
-
gazine
, riportato su
Internazionale
, 23 aprile 2014). E a chi di
noi non è capitato, venendo a sapere di vicende più o meno
sciagurate di questo e quel giovane, di pensare (e dire) “beh,
con quei genitori...”. Ci sono, sì, anche gli avvocati difensori.
Recentemente sulle colonne del
Corriere
si è scritto: come è
possibile oggi, nella instabilità crescente dei rapporti familiari,
ritenere che mamma e papà siano l’origine unica delle “devia
-
zioni” di un figlio? (Paolo Di Stefano,
Corriere della Sera
, 2
aprile 2014). Letture più complesse, e vie d’uscita possibili, at
-
tingono a sociologia e psicanalisi. Dalla “modernità liquida” di
Zygmund Bauman, che tutto pervade e trasforma continuamente
vanificando ogni punto di riferimento, alle sue conseguenze: “I
genitori sono diventati troppo deboli a furia di ritenere i propri
figli troppo deboli di fronte alle minacce del mondo”, come so
-
stiene lo psicoterapeuta francese Aldo Naouri. È il nostro Mas
-
simo Recalcati, in un grande libro (
Il complesso di Telemaco
, Fel
-
trinelli 2013), a proporre una via d’uscita, ardua ma possibile:
dal Padre “evaporato” al Padre che propone come sua eredità
non l’autorità padrona di ieri, né l’assenza di oggi, ma l’esem
-
pio di un desiderio, di un progetto.
Noi pediatri, che abbiamo una tradizione sul tema, a partire
da Winnicott, dovremmo ritornarci su. Tra l’altro, oggi sap
-
piamo che l’effetto dei genitori sulla psiche in formazione dei
figli, ipotizzato e riconosciuto da tempo, è misurabile anche in
termini neurobiologici. Solo per fare un esempio, la serie di ri
-
cerche coordinate da Joan Luby a S. Louis (Maternal support in
early childhood predicts larger hippocampal volumes at school
age,
PNAS
, 2012) ha dimostrato che il volume dell’ippocam
-
po (area cruciale per la memoria e la “coscienza temporale”)
dipende dalla qualità del supporto materno, oltre che dalle
condizioni sociali della famiglia e da eventi avversi sopporta
-
ti da piccoli. E possiamo facilmente constatare che l’impatto del
-
l’ambiente mediatico è oggi molto più forte che in passato, ed
è destinato ad aumentare, sia sui genitori che sui bambini, fin
da piccoli. Ne consegue che le differenze tra bambino e bam
-
bino, che una volta facilmente si attribuivano all’influenza del
-
la famiglia, ora tendono a diminuire, riflesso della società glo
-
balizzata e dei suoi mezzi di comunicazione. I genitori, nel be
-
ne e nel male, meno possono. E meno credono di potere. Infi
-
ne, come ben sanno i pediatri e qualunque altro operatore ab
-
bia a che fare con i bambini e le loro famiglie, i genitori di og
-
gi - la gran parte di loro - non hanno molti punti di riferimento.
Molti li cercano, ma sono confusi, insicuri quando va bene.
Quando cioè non sono stati risucchiati dal vortice conformisti
-
co e condotti a ridurre bisogni e possibilità dei figli al consumo
dell’oggetto, a coltivare le loro performance specifiche, a di
-
fenderli anche di fronte all’indifendibile violazione delle libertà
altrui, a essere preda dell’ossessione del contatto continuo.
Che vi sia una richiesta, un bisogno, forse non sempre esplici
-
ti, di guida, di modelli, non vi sono dubbi.
Non si tratta dunque di discutere di colpevolezza o innocenza.
L’interrogativo è un altro: lasciare i genitori perdersi nel frulla
-
tore globalizzante, o cercare di supportarli nel loro ruolo? Cer
-
to, con le “grandi” politiche, sociali, economiche educative.
Ma anche nel “piccolo”, che più è a nostra portata, con infor
-
mazioni, con rassicurazioni, con esempi, e con un sostegno a
più mani quando serve. Ce ne siamo occupati in passato (Apol
-
lonio MG, et al. Supporto ai genitori: serve?
Medico e Bam
-
bino
2005;24(9):589-98) e la conclusione di oggi non è di
-
versa da quella di allora: serve e quindi si deve fare; se gli ef
-
fetti della inadeguatezza parentale sono quelli documentati
da più parti, come possiamo esimerci, ognuno dalla sua posi
-
zione, da un tentativo serio di dare una mano? In che modo?
Le evidenze, nel frattempo, si sono articolate. Il sostegno serve
se è competente, se ha una certa continuità (almeno un anno,
il primo), se comincia presto (da prima della nascita). Non può
servire quando è episodico, o quando non lascia spazio al
-
l’interazione, all’ascolto. Un lavoro australiano, ancora in re
-
visione, ha preteso di misurare un effetto sulla
self-confidence
dei neo-genitori dopo una o due o più viste a domicilio di per
-
sonale fino ad allora sconosciuto. Non è questo di cui c’è bi
-
sogno, non sarà certo questo a fare la differenza.
La storia di “Nati per Leggere” può essere illuminante sul cosa
si può fare, e come, e quando. Se la voce autorevole, perché
percepita come tale, del pediatra, trova il modo e i tempi giu
-
sti per spiegare che il bambino, ancora piccolissimo, capisce,
“riceve”, immagazzina, apprezza la parola, soprattutto se uni
-
ta all’abbraccio, al contatto, alla voce conosciuta; se la stessa
voce fa vedere al genitore come il bambino è già interessato al
primo libro, quello delle facce (e ad alcune in particolare: quel
-
la del piccolo che piange cattura moltissimo), lo manipola, lo
mette in bocca, lo fa suo. Se quel genitore ha avuto, e se gli è
stato dato, il tempo per vedere e ascoltare, se la sua mente non
era distolta da mille altre preoccupazioni, allora quel genitore
può sperimentare da solo la magia di scoprire che può fare
qualcosa di nuovo, di non immaginato, e di verificare come sia
utile e immediatamente buono per il proprio bambino. E per sé.
È un esempio di cose semplici che si possono fare, a partire da
subito. Piccole cose a cui ne possono seguire altre, nel gioco

nell’ascolto condiviso, nell’incontro con altri, che possono far
scoprire un modo di essere genitori, soddisfacente, costruttivo
di un ruolo, di una identità, e contrastante l’omologazione.
Perché si può parlare la propria lingua, raccontare le proprie
storie, far vedere il proprio viso, usare cose semplici e di poco
costo, non rincorrere il cambiamento continuo, ma godere (il
bambino lo fa) della ripetizione. Questo può contribuire a crea
-
re i presupposti per rendere possibile la missione ultima di un
genitore: quella, come propone Recalcati, di trasmettere il de
-
siderio, far sentire la propria fiducia nelle visioni, nei progetti
e nella forza dei propri figli. Cose difficili da trasmettere, se non
si seminano e si coltivano dentro di sé.
Sono, queste, piccole cose importanti che possiamo proporre
come individui, e contribuire a rendere possibili come gruppi
di professionisti e di cittadini. Nei primi anni, i più importanti.
Poi, certo, potranno venire le scuole per genitori (non inutili, ma
capaci di seminare solo dove la terra è già buona), il lavoro de
-
gli educatori, e infine l’influenza dei pari e dei media. A quel
punto si complicherà, molto, il lavoro del genitore, e noi pe
-
diatri potremo poco o nulla. Ma se avremo contribuito a far im
-
maginare, e fare, le cose in modo diverso, qualcuno se ne ri
-
corderà, sia i piccoli una volta grandi, sia i grandi una volta di
-
ventati più deboli.
Che supportare i genitori nel loro ruolo (che Freud definì im
-
possibile) sia difficile, lo sappiamo. Che sia più importante di
quanto lo sia mai stato è una tesi che si può sostenere con buo
-
ni argomenti.
Giorgio Tamburlini

a scuola a 5 anni

Dal MCE una riflessione interessante:
A SCUOLA A 5 ANNI?
E’ di questi giorni la proposta del Ministro Giannini di anticipare l’ingresso alla scuola primaria dei bambini di 5 anni.
La proposta non è del tutto nuova, se ne parlava già alla fine degli anni Novanta, con il Ministro Luigi Berlinguer. Ma allora il disegno di legge prevedeva di rendere obbligatorio l’ultimo anno della scuola dell’infanzia e non anticipare l’ingresso alla scuola primaria.
Naturalmente allora condividemmo questa scelta: rendere obbligatorio l’ultimo anno della scuola dell’infanzia per noi insegnanti del Movimento di Cooperazione Educativa, significava:
• legittimare quanto era stato fatto nelle scuole dell’infanzia,
• riconoscere le sperimentazioni realizzate,
• valorizzare una didattica organizzata per laboratori del fare,
• condividere una logica della cooperazione,
• dare spazio ad aspetti quali la cura, l’ascolto, il gioco, l’esplorazione e la ricerca,
• fare delle scuole dell’infanzia il punto di riferimento di un percorso formativo valido per tutta la scuola di base.
Non condividiamo oggi la proposta del Ministro Giannini che ci ricorda piuttosto la L.53/’03 del Ministro Moratti che prevedeva l’anticipo a 2 anni e mezzo alla materna e a 5 anni e mezzo alla primaria e contro la quale prendemmo posizione, assieme ad altre Associazioni e ai sindacati.
La logica dell’anticipo nasconde due pericoli:
1. risponde ai bisogni e alle aspettative degli adulti, piuttosto che alle esigenze dei bambini;
2. sottrae un anno alle scuole dell’infanzia, riducendo di fatto il percorso formativo delle scuole materne, confinandole nuovamente a quel ruolo puramente assistenziale, dal quale solo recentemente si sono affrancate.
1. Oggi nell’opinione pubblica è fortemente diffusa l’idea che l’anticipo scolastico sia un modo per favorire ulteriormente l’intelligenza dei bambini: i bambini ricevono tanti stimoli, molto più che in passato, sia dai mass- media sia dalla famiglia- si dice- sollecitazioni che favoriscono una maggiore rapidità di apprendimento.
Molto spesso le famiglie ad esempio già chiedono alla scuola di poter inserire i bambini alla scuola dell’infanzia o alla scuola primaria in anticipo, rispetto all’età del bambino e prevista dai termini di legge. Giustificano poi tale richiesta sostenendo che il bambino è più sveglio della sua età o sa già leggere e scrivere, o che si annoia alla scuola dell’infanzia (o al nido) e quindi è pronto per il passaggio alla scuola successiva.
Ma essere pronti, per un bambino, non vuol dire, essere in grado di riconoscere tutte le lettere dell’alfabeto, vuol dire avere un equilibrio emotivo abbastanza stabile e delle competenze sociali abbastanza strutturate da poter cominciare ad affrontare compiti, a soddisfare richieste ed aspettative, proprie ed altrui, che in prima elementare diventano più significative e pressanti.
È facilmente osservabile in tutte le scuole quanto i bambini possano risultare, per molti versi, “svegli” e capaci di apprendere ma è anche altrettanto evidente quanto possano essere incapaci di reggere le piccole frustrazioni dovute alla vita scolastica e di instaurare delle relazioni positive con i compagni o con l’insegnante.
L’anticipo può essere dannoso perché:
• apre la strada all’accelerazione dei tempi dell’apprendimento, come immagine di successo sociale provenienti dal mondo degli adulti, senza considerare i tempi e i ritmi di crescita e il diritto alla qualità degli apprendimenti;
• provoca il cadere nel precocismo degli apprendimenti formalizzati;
• si traduce nell’attesa di voler vedere risultati immediati nelle prestazioni dei bambini;
• soddisfa il narcisismo di molti genitori (e quello professionale di molti docenti), ma potrebbe avere conseguenze negative nello sviluppo relazionale ed emotivo dei bambini.
2 .Il secondo aspetto sul quale vale la pena riflettere è il fatto che accorciare il percorso delle scuole dell’infanzia da tre a due anni, significa negare il valore del percorso formativo che una buona scuola dell’infanzia comporta, ricacciarla nel ruolo assistenziale nel quale è stata confinata per anni, mettere in crisi l’identità e la credibilità della scuola dell’infanzia rivolta ai bambini dai 3 ai 6 anni, così come si è venuta consolidando negli ultimi decenni.
Nelle buone scuole dell'infanzia da sempre vengono elaborati e pensati progetti nei quali si intrecciano la conoscenza e l’affettività, il gioco libero e la comprensione del mondo, l'accoglienza dell'emozione e lo sviluppo del pensiero, itinerari che a partire dall'accoglienza delle emozioni avviano gradualmente verso la formazione del pensiero, curricoli nei quali è possibile conciliare il bisogno di creatività, di esplorazione e scoperta, con il sapere dei campi di esperienza senza mai però trasformarsi in esercizio artificioso e privo di significati.
Nelle scuole dell’infanzia sono stati elaborati progetti caratterizzati dalla flessibilità in tutti i suoi possibili sviluppi, dalla scelta di modalità progettuali integrate e unitarie, dal ricorso a varie forme aggregative tra i bambini, dalla ricerca di sistemi valutativi che non sono strumenti di giudizio e di misurazione, dal coinvolgimento non formale delle famiglie, dalla dimensione dell'accoglienza, quale forma primaria per l'avvio dell'apprendimento, dal conferimento di "senso" alle esperienze svolte...
Tutto questo non può essere vanificato o annullato da una proposta che non tiene conto delle esigenze e dei tempi di sviluppo dei bambini.
Infine come possono le scuole primarie attuali, così come sono pensate e strutturate attualmente, accogliere e rispondere alle esigenze di bambini più piccoli?
Per accogliere bambini di 5 anni alla scuola primaria, c’è bisogno di una formazione rivolta agli insegnanti, c’è bisogno di rivedere gli spazi, le strutture, che devono consentire possibilità di gioco, movimento e esplorazione; ripensare i tempi e l’organizzazione della giornata adeguati alle esigenze formative e psicologiche dei bambini di questa età, tempi più morbidi e distesi, maggiore attenzione da dedicare alle routine quotidiane, per garantire il benessere psico-fisico dei bambini; riconsiderare l’organizzazione delle attività che devono essere fondate su attività di laboratorio, in piccoli gruppi...
Per tutti questi motivi ribadiamo con forza il nostro NO a qualsiasi forma di anticipo se non supportata da curricoli e formazione adeguate
SI’ ad una buona scuola dell’infanzia della durata triennale attraverso:
• un modello pedagogico equilibrato tra dimensioni cognitive, affettive e relazionali,
• raccordi più espliciti con la scuola elementare anche attraverso progetti sperimentali,
• elaborazione di un curricolo verticale (a partire dall’esperienza ormai generalizzata degli istituti comprensivi)
• un progetto di continuità orientato alla condivisione delle esperienze educative e non alla precoce differenziazione/separazione dei percorsi.
Per una visione complessiva del percorso scolastico
Le ipotesi lanciate dal ministro Giannini non investono soltanto la Scuola dell'Infanzia, nella sua specificità e nella sua storia consolidata (vedi documento sulla Scuola dell'Infanzia) ma vanno ad incidere pesantemente anche sui successivi segmenti dell'istruzione.
Ravvisiamo, in questa impostazione, l'idea di una scuola che trasforma un percorso educativo in una corsa ad ostacoli, in cui “vince chi parte per primo”, e di un soggetto che attraversa le tappe evolutive risolvendone criticità e punti di svolta con la precocizzazione degli apprendimenti, con la marcia a tappe forzate dei processi di socializzazione e di interiorizzazione.
Abbiamo a suo tempo e più volte segnalato il rischio di inserire nella Scuola primaria forme di disciplinarismo che diventano altrettanti canali di selezione e marginalizzazione delle fasce sociali più fragili. Ci preoccupa, adesso, tanto più l'anticipo a 5 anni dell'ingresso nella Scuola primaria: in una fase dello sviluppo in cui le variabili individuali debbono essere riconosciute e accompagnate, piuttosto che sottoposte a standard di performances omologanti.
Per non dire dell'effetto altrettanto perverso che avrebbe l'anticipo di un anno dell'ingresso alla Scuola secondaria di primo grado, che vedrebbe convivere all'interno del proprio progetto pedagogico bambini/e caratterizzate/i dalle delicate fasi conclusive dell'infanzia (negli aspetti socioaffettivi non meno che in quelli cognitivi) e preadolescenti alle prese con le turbolenze tipiche di un'accelerazione nella crescita psicofisica che pone ad essi, e agli adulti che interagiscono in chiave educativa, specifiche problematiche. L'esperienza di insegnamento nella Scuola media ci dice quanto sia già da sempre arduo il primo anno, quante competenti mediazioni, da parte degli insegnanti, richieda il passaggio da un approccio essenzialmente unitario ai vissuti ed ai saperi ad una prima sistematizzazione/astrazione delle conoscenze attraverso le chiavi dei saperi disciplinari.
Insomma, individuiamo nell'incauta presa di posizione del ministro alcune vistose carenze, nelle quali ancora una volta sembra pesare l'assenza di un confronto costante con il mondo della scuola e con chi lo vive quotidianamente. Ma non basta: è una cultura dell'infanzia e dell'adolescenza che va ricostruita, e per alcuni aspetti ripensata alla luce dei profondi cambiamenti e delle nuove acquisizioni teoriche sviluppate dalle scienze di riferimento. Un approccio finalmente liberato dalle visioni adultocentriche, ma anche dalle regole mercantili che vorrebbero anticipare le leve dei consumatori più che quelle dei cittadini consapevoli.
Sollecitiamo chi ha responsabilità di elaborazione politica e di governo a considerare l'assetto degli ordinamenti scolastici in una chiara visione d'insieme, evitando interventi settoriali che finiscono per snaturare (come abbiamo sottolineato) l'intero percorso. La “buona scuola” non si ricostruisce tagliando “pezzi” da una parte o dall'altra, ma rimodulando organizzazione e contenuti culturali nella prospettiva degli investimenti strutturali finalmente adeguati, delle risorse materiali e professionali necessarie e della ricerca pedagogico- didattica rivitalizzata, anche attraverso politiche sistematiche di formazione permanente degli insegnanti. Le scuole reali sono disseminate di buone pratiche, capaci di dare un contributo competente: non intendono essere ancora una volta terminali di provvedimenti maturati altrove, ma co-costruttrici di un progetto culturale e pedagogico di largo respiro.
Ricordiamo che nelle Indicazioni nazionali si fa riferimento a un percorso curricolare e formativo unitario 3-16 anni fondato sull’acquisizione di competenze per la cittadinanza. Non è contraddittorio riscomporre quel percorso con ulteriori alchimie istituzionali che da più parti si era raccomandato caldamente ai ministri di evitare?
Movimento di Cooperazione Educativa