giovedì 12 marzo 2015

calendario scolastico nelle marche

fonte: marche.it

SCUOLE, NELLE MARCHE IL PROSSIMO ANNO SCOLASTICO SI APRIRA’ IL 14 SETTEMBRE

10 marzo 2015 10:000 commentiVisite: 11
scuolaANCONA 10 MAR. L’apertura delle scuole nell’anno scolastico 2015/2016 è fissata per lunedì 14 settembre 2016. Lo ha stabilito il nuovo Calendario scolastico, approvato questa mattina dalla giunta regionale su iniziativa dell’assessore all’Istruzione, Marco Luchetti. Da segnalare una novità riguardo all’articolazione degli orari e del calendario: le scuole infatti chiuderanno il 4 giugno 2016 se l’attività didattica si svolgerà su sei giorni alla settimana e il 3 giugno 2016 se svolta su cinque giorni.  Infatti, anche il numero di giorni di lezione cambia se l attività didattica è svolta su sei giorni settimanali: 206 giorni o 205 nel caso che la festa del Santo Patrono ricorra nel corso dellanno scolastico. Mentre per l’attività didattica svolta su cinque giorni settimanali – a condizione che venga garantito il monte ore obbligatorio con rientri pomeridiani e/o con allungamento dellorario giornaliero delle lezioni- saranno 171  giorni o 170 nel caso che la festa del Santo Patrono ricorra nel corso dellanno scolastico. Una programmazione  ha sottolineato lassessore Luchetti  che come sempre tiene conto delle esigenze della comunità regionale e delle scuole, quindi ampiamente concertata con tutti i soggetti coinvolti. Una scelta che lascia ampi margini di autonomia alle istituzioni scolastiche per pianificare gli adattamenti più opportuni alle esigenze del Piano dell’Offerta Formativa e programmare un attività in linea con le esigenze delle famiglie e degli studenti. La novità più rilevante  spiega l’assessore  a fini di un miglior coordinamento del servizio,  riguarda le scuole secondarie di secondo grado che dovranno concertare con le scuole appartenenti allo stesso ambito provinciale, con le Amministrazioni provinciali e i gestori dei servizi di Trasporto pubblico locale le articolazioni degli orari e la calendarizzazione delle lezioni. Si tratta di un criterio da adottare per conciliare ragioni di razionalizzazione della spesa pubblica e la garanzia del miglior servizio di trasporto pubblico agli studenti.  A concertazione avvenuta le Province dovranno rilasciare una dichiarazione di compatibilità del calendario con i servizi erogabili dalle stesse. Per quanto riguarda invece le scuole dell’infanzia le lezioni  inizieranno sempre il 14 settembre ma termineranno il 30 giugno 2016. In considerazione della rilevanza e specificità del servizio educativo offerto, le scuole dell’infanzia hanno la facoltà di anticipare la data di apertura e di posticipare il termine delle attività didattiche.  Come sempre la sospensione delle lezioni previste nelle festività di rilevanza nazionale: il 1° novembre festa di tutti i Santi, l8 dicembre Immacolata Concezione, il 25 dicembre S. Natale, il 26 dicembre, il 1° gennaio, il 6 gennaio, il Lunedì dell’Angelo, il 25 aprile anniversario della Liberazione, il 1° maggio festa del Lavoro, il 2 giugno festa  della Repubblica,la festa del Santo Patrono. In aggiunta alle festività nazionali, le lezioni si sospendono in tutte le scuole di ogni ordine e grado, il 2 novembre 2015, 7 dicembre 2015 e per le vacanze natalizie:dal 24 dicembre 2015 al 5 gennaio 2016 e dal 24 marzo 2016 al 29 marzo 2016 per quelle pasquali.  Le Istituzioni Scolastiche hanno poi a disposizione, qualora la festa del Patrono non ricorra nel corso dell’anno scolastico, altri 2 giorni di sospensione. Nel caso in cui la festa del Patrono ricorra nel corso dell’anno scolastico,  1 solo ulteriore  giorno di sospensione. Possono terminare in data successiva al 30 giugno 2016 le attività svolte nelle classi interessate agli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria di 2° grado; nelle classi delle istituzioni scolastiche che svolgono percorsi formativi modulari destinati agli adulti. Il calendario scolastico adottato dalle singole Istituzioni Scolastiche dovrà essere comunicato entro il 30 giugno 2015 agli  Enti locali e alle famiglie.

martedì 3 marzo 2015

wi-fi nelle scuole

fonte: la scuola di mafalda

wi-fi nelle scuole, e il principio di precauzione?

Il Governo italiano ha recentemente presentato alla Commissione Europea i piani per lo sviluppo delle tecnologie, dell'innovazione e dell'economia digitale nazionale con l’obiettivo di colmare il cd “digital divide” (ovvero il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell'informazione e chi ne è escluso) e di utilizzare il digitale come leva di trasformazione economica e sociale per “perseguire gli obiettivi della crescita, dell’occupazione, della qualità della vita, della rigenerazione democratica nel paese [sic!]”. I documenti sono i seguenti:
- “Strategia per la crescita digitale 2014-2020” [clicca qui]
- “Strategia italiana per la banda ultralarga” [clicca qui].
I piani presentati dal Governo rappresenterebbero per taluni un grave passo indietro nella tutela ambientale e sanitaria dai rischi legati ai campi elettromagnetici poiché in contrasto con il principio di precauzione, più volte invocato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio d’Europa, che imporrebbe cautela nel diffondere le tecnologie a radiofrequenza.
Tra le misure previste dal Governo figura infatti quella di “uniformare i limiti nazionali a quelli europei in materia di elettromagnetismo” e “innalzare i limiti elettromagnetici” (pag. 12 - Strategia italiana per la banda ultralarga), allo scopo di favorire la realizzazione di un mercato unico digitale europeo, standardizzando regole ed opportunità, nonché di diffondere la tecnologia wi-fi nei luoghi pubblici, in particolare nelle scuole, negli ospedali e negli uffici.
Ma sul wi-fi, ovvero la tecnologia che permette di essere connessi alla rete internet senza fili, si discute da parecchi anni se possa entrare senza dubbi nelle scuole o se la prolungata esposizione ai campi elettromagnetici costituisca un pericolo per la salute umana, in particolare per quella dei bambini e dei ragazzi.
Alcune scuole, a titolo precauzionale, hanno infatti deciso di non attivarlo (in rete si citano i casi del Liceo Morgagni di Roma o delle scuole del Comune di Suzzara in provincia di Mantova), altre hanno limitato la diffusione in specifiche aree dell’edificio scolastico.
La Risoluzione del Consiglio d’Europa n.185/2011 “I potenziali pericoli dei campi elettromagnetici e i loro effetti sull’ambiente” [clicca qui] ha invitato i governi dei Paesi membri a limitare l’esposizione ai campi elettromagnetici, specialmente quelli delle radiofrequenze associate ai telefoni mobili, in particolare per «i bambini e i giovani, che sembrano essere maggiormente a rischio per quanto riguarda i tumori alla testa».
L’assemblea del Consiglio d’Europa ha suggerito agli stati membri di rivedere gli standard o i valori soglia per le emissioni dei campi elettromagnetici di tutti i tipi di frequenze applicando il principio ALARA (“As Low As Reasonably Achievable” ovvero “tanto basso quanto ragionevolmente possibile”) e riguardo alla protezione dei bambini ha raccomandato che:
8.3.1 sviluppino con diversi ministeri (educazione, ambiente e salute) campagne specifiche di informazione dirette a insegnanti, genitori e alunni per allertarli sui rischi specifici sull’utilizzo precoce, sconsiderato e prolungato di cellulari e altri dispositivi che emettono microonde;
8.3.2 per i bambini in generale e in particolare nelle scuole nelle classi, si dia la preferenza a connessioni internet cablate, e regolino severamente l’uso dei cellulari da parte degli alunni nei locali della scuola;
Ma gli appelli a non sottovalutare i rischi derivanti dall’uso indiscriminato delle onde elettromagnetiche non sono recenti. Già nel 2002 oltre 1.000 medici hanno sottoscritto il primo Appello di Friburgo [clicca qui], subito tradotto in numerose lingue. E 36.000 persone di ogni parte del mondo ne hanno condiviso il contenuto.
A distanza di 10 anni, nel 2012, ancora medici e scienziati, con riferimento all’Appello di Friburgo, si sono rivolti con un secondo appello internazionale [clicca qui] ai colleghi, ai cittadini e a coloro che in ogni parte del mondo hanno una responsabilità politica, perché vengano garantiti alla popolazione standard di prevenzione adeguati dalle radiazioni elettromagnetiche.
Nel 2013 il Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca ha indetto un bando per il finanziamento delle dotazioni tecnologiche per i servizi di connettività wireless nelle scuole [vedasi il D.D.G. prot. n. 3559 del 19 dicembre 2013: clicca qui].
Qualche mese fa (novembre 2014) l’Assemblea di Roma Capitale ha approvato un ordine del giorno sui rischi e la pericolosità per la salute umana dei collegamenti Wi-Fi, internet e contenuti digitali in tecnologia wireless [clicca qui] sottolineando che “l'utenza scolastica ha diritto alla massima attenzione nella tutela della salute e all'adozione dei migliori strumenti atti alla prevenzioni di possibili patologie”.
I nostri figli sono già quotidianamente esposti ai campi elettromagnetici a radiofrequenza dei dispositivi installati nelle nostre case o nelle case dei nostri vicini (e non parliamo dell’esposizione ai campi dei telefoni cellulari). A questo si aggiungono le ore trascorse all’interno degli edifici scolastici.
Vi sono alternative? Occorrerebbe stimolare il legislatore a conservare e magari migliorare in senso cautelativo i limiti di legge e favorire con sgravi fiscali e investimenti mirati le tecnologie sicure, ovvero quelle via cavo, invece di quelle a radiofrequenza.
Ma sembra una battaglia di retroguardia, anche se in discussione c’è la salute dei bambini.
Documentazione citata nel post:
- Strategia per la crescita digitale 2014-2020 [clicca qui]
- Strategia italiana per la banda ultralarga [clicca qui]- Appello di Friburgo (9 ottobre 2002) [clicca qui]
- Appello internazionale dei medici (2012) [clicca qui] (l’appello è pubblicato sul sito http://freiburger-appell-2012.info/de/home.php)
- Risoluzione parlamentare Consiglio d’Europa n. 185/2011 [clicca qui]
- Ordine del giorno n. 225 approvato dall’Assemblea di Roma Capitale [clicca qui]

giovedì 26 febbraio 2015

i privati tra i banchi di scuola

fonte: comuneinfo

I privati tra i banchi di scuola


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di Anna Bruno
Eccoci qua noi italiani! Spogliati di tutto, svenduti al privato che agisce ormai senza controllo. Assurto a salvatore di un paese sull’orlo “di una crisi di nervi”, si è insinuato il privato… e, come una piovra, continua ad insinuarsi, ovunque gli sia utile, previo studio di accurate strategie. E i suoi tentacoli finiscono col prendere possesso di ogni cosa su cui poggiano e passano.
Ha cominciato anni fa, sostenendo l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Perché bisognava privatizzare questi innanzitutto, e trasformare i loro iscritti in surrogati della politica: persone dipendenti, fiacche, impotenti, marionette manovrate dall’alto, educate a divenir strilloni di mestiere. Perché spianassero la strada ai tentacoli del loro padrone, favorendone l’avanzamento. Sempre con circospezione, si intende. Fino a giungere ai beni comuni, nonché a quelli primari: casa, acqua, ospedali, tribunali, scuole. Ben istruiti e manovrati dal burattinaio, i wanna marchi della poltrona, sono stati i nostri più diligenti brainwashers. Una volta entrati nell’euro, ci dicevano, e poi “svenduti” i nostri beni comuni e primari, noi avremmo indossato, scarpe nuove di zecca, forti abbastanza da poter intraprendere sicuri la via della salvezza: il mercato europeo. La moderna arca di Noé attendeva solo noi.
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Col passare del tempo tuttavia, la realtà si è rivelata essere tutt’altro e, oggi, è sotto gli occhi di tutti… di più, sulla nostra pelle! Il dado ormai è tratto: il drago dell’Apocalisse di Giovanni, ha mostrato le sue sette teste e dieci corna. E il drago vive della debolezza e dell’ingenuità della sua preda. E per essa, resta in agguato e attacca solo quando è certo di vincere. Ma noi, gente civile, abbiamo perso le regole della giungla, dopo aver subito l’educazione alla paura, persino di animali domestici come i cani. Nel frattempo, il mercato, quelle regole, le ha fatte proprie. E così in strada a prostituirsi sono finite, la nostra compagnia di bandiera, l’Alitalia, che passando di mano in mano, continua ancora oggi a licenziare; la Telecom, che non sappiamo più a chi appartenga: un buon affare per altri paesi che hanno trovato il modo di controllare il nostro mercato e indirizzare le nostre scelte; le nostre case, la nostra acqua, la nostra terra, negoziati per infimi affari, e sulle cui realtà, il privato-piovra - come nel caso acqua avvelenata in provincia di Vibo Valentia in Calabria – ormai ha affondato i propri tentacoli e, a macchia d’olio, si espande e impera, inquina e devasta, provoca morte. Per poi lasciare allo Stato, o meglio, alle tasche degli italiani esangui, la patata bollente!
E i nostri surrogati della politica, davanti a questo scempio, come si comportano? Scelgono ancora una volta la via più breve: quella più rassicurante per la poltrona. Quando non possono alzare le tasse o tagliare pensioni, lasciano che il singolo cittadino provveda di tasca propria, sempre che, non ancora dissanguato, se lo possa permettere. Come nel caso della scuola, ad esempio, lasciata alla coscienza e alla responsabilità economica delle famiglie, che troppo spesso provvedono, persino con la carta igienica.
Tuttavia, oggi lo abbiamo capito: è sul malessere delle istituzioni che si fanno affari d’oro. Da tempo ormai le imprese private e/o semi-private, banche o catene commerciali, hanno puntato occhi e posato tentacoli sull’educazione: sui musei (ricordate? Lottomatica per la cultura) tanto quanto sulla scuola. La paradisiaca giungla del Dio-mercato si sta appropriando anche di loro: gli affaristi-iene invisibili dalle loro postazioni, restano nell’ attesa silenziosa della loro ingenua preda di turno da sbranare. E quale preda migliore della scuola e dell’educazione in generale, che sfornano i futuri utenti del dio denaro? Anche nella scuola, come per la politica, hanno prima puntato a ridurre i nostri bambini a cavalli da corsa o da soma, a ferrari o a 500, con il metodo Invalsi (vedi articolo: I nostri occhi per l’arte), istruendo ben bene gli insegnanti, poi, hanno lasciato le attività scolastiche all’esborso “volontario” (?) dei genitori affaticati. E così, anche la scuola è divenuta terreno fertile per il privato-piovra, che le offre il proprio contributo per evitarle il “disastro”!
Laboratorio Bimbi a Lezione di Risparmio al museo
Laboratorio Bimbi a Lezione di Risparmio al museo
Ma il privato-piovra non fa nulla per nulla!. In prima fila, troviamo le banche che offrono aiuto in cambio dei gadgets sull’educazione del “buon risparmiatore”. E all’uopo, fanno sorgere, ad esempio, a Torino, il Museo del Risparmio, che ingaggia esperti del racconto e professionisti dell’audiovisivo. Attraverso questi, si insinua nel malessere dell’istruzione, per portare la “giusta” educazione finanziaria tra i banchi di scuola. E i termini bancari volano come gli innocui aerei di carta tra di essi. Senza però mai cascare in terra, si fermano nelle menti ignare dei futuri utenti di una qualsivoglia banca… E la vecchia paghetta allora perde per sempre la sua valenza di educatrice all’indipendenza e all’autogestione, per farsi educatrice del futuro risparmiatore o investitore.
Al tempo dell’ormai remoto boom economico, era il monopoli ad instillare il sogno dei futuri paperon de’ paperoni, oggi si rallenta in nome di un’educazione al risparmio e al giusto investimento a favore delle banche. Non servono più la storia o la storia dell’arte nella vita, servono solo finanza ed economia. Già si sta pensando di rafforzare questo tipo di studio nelle scuole superiori.
Non è finita qui. Accanto alle banche, si propongono grandi catene commerciali come Conad, che offre buoni sconto a volontà: ad ogni 10 euro di spesa corrisponde un buono scuola per finanziare la didattica, e il progetto lo chiamano “Insieme per la scuola”, con tanto di autorizzazione dal ministero dell’Istruzione Pubblica. Qui la parola chiave diventa “compassione” per una didattica sofferente: un sentimento facilmente indotto nei genitori che, a quel punto, si sentono in dovere di aiutare una scuola altrimenti abbandonata a se stessa. E così, si gioca la carta della “carità”, dopo una ben studiata strategia di marketing aziendale, sotto le vesti di santa beneficienza, beffandosi di genitori, insegnanti e studenti.
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Cosa fare, dunque? Possiamo ancora avere il potere di fermare questo inarrestabile tzunami? Si che lo abbiamo, eccome! In che modo? Semplicemente boicottando le iniziative di banche e imprese della grande distribuzione, e tutti insieme, genitori, insegnanti e chiunque si ritenga detentore della cultura e del buon senso, in nome dei nostri bambini, dei nostri ragazzi. Questa sarebbe la protezione più giusta nei loro confronti, perché non diventino gli alienati di domani. I bambini imparano dai grandi, che fungono loro da modello, questo lo sappiamo. E allora se genitori e insegnanti e mondo civile tutto, sapranno dire No alla piovra, domani le future generazioni sapranno scegliere il bene, perché liberi pensatori. Non più degli alienati che vanno dove li porta il vento, ma persone critiche con la capacità di schierarsi con il bene comune, perché il bene segue la traiettoria della circolarità.
A noi adulti dunque la responsabilità della scelta: tra l’accettare i buoni sconto e far entrare i gadgets delle banche nelle scuole, o mettere direttamente i propri soldi a disposizione delle scuole… o ancora meglio chiedere con forza che sia lo Stato con le nostre tasse ad assicurare una scuola efficiente. Come? Beh, cercando di ottenere con determinazione, ad esempio, una legge contro la corruzione… E allora si che i soldi arriverebbero e di corsa. La speranza dunque c’è…ma risiede nell’impegno.

Anna Bruno, guida ufficiale e curatrice di visite-gioco per bambini e genitori presso musei, è autrice di articoli e libri di educazione all’immagine per bambini. Fondatrice e coordinatrice della comunità il Periegeta

renzi? meglio la LIP!

Renzi? #megliolaLip!

Legge di Iniziativa Popolare per una Buona Scuola per la Repubblica

LA BUONA SCUOLA: UN PIANO CHE UCCIDE IL RAPPORTO ALUNNO-DOCENTE

fonte: ATTAC

Un piano che uccide il rapporto alunno-docente - n.15 ottobre 2014


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del Comitato Scuola Pubblica di Siena
DAL DIARIO DI UNA MAESTRA
“Io voglio una riforma che mi parli di schiere di bambini che cantano, passeggiano, che scoprono insieme la vita, la sua matematica e la sua poesia, la sua musica, i suoi abitanti fragili e meno fragili. Una riforma che liberi dal monitoraggio e dai quiz continui, che mi dia tempi e strumenti, spazi da frequentare ed abitare, senza i “lacciuoli” delle circolari e dell'orrendo registro elettronico, che fa attendere i miei alunni gli toglie il mio sguardo. Voglio una riforma che ridia fiato alla fantasia, all'individualità e ai tempi di ciascun bambino, che non mi costringa a diventare una burocrate perfetta....”
Ci sembra che in questo brano “vero” di diario siano condensate tutte le motivazioni che ci portano a respingere il piano Renzi che, con un linguaggio roboante e populista, pretende di dettare le linee guida del nuovo modello di scuola pubblica, stravolgendone l'impianto costituzionale e democratico, con una parificazione tra scuole statali e scuole private.
In tutto il piano, gli assenti - e non a caso - sono gli studenti: bambini e adolescenti che dovrebbero stare al centro della “buona scuola”, nel rispetto della loro personalità in crescita.
Siamo a un bivio cruciale ed epocale: si tratta di scegliere tra la scuola disegnata dalla Costituzione, accessibile a tutti ed inclusiva, e una “scuola azienda” dove le scelte didattiche e la relazioni educative saranno piegate principalmente a logiche produttive che porteranno, anzi stanno già portando, ad una discriminazione degli alunni in base alla classe sociale e alla capacità di seguire i ritmi artificiali imposti.
Le scelte didattiche sono inevitabilmente condizionate quando gli insegnanti sanno che ogni momento della giornata scolastica, controllata dall'alto, assume un valore numerico da registrare immediatamente, mentre la vera azione didattica sta nella flessibilità del rapporto delicatissimo fra alunno ed insegnante, nel capire l'evolvere continuo di questo rapporto, non quantificabile con un test Invalsi o con un voto.
Il lavoro dell'insegnante sta proprio nell'entrare in contatto con questo mondo di menti pensanti e non, come tuona il piano Renzi, di “produttori digitali”. Immersi in una rete tecnologica e valutativa rischiano, se non conformi al modello prestabilito, di perdere per sempre fiducia in se stessi e amore per la conoscenza non premiata. E tutti : alunni, insegnanti e scuole, sotto la cappa della competitività indotta dalla ricerca di una buona valutazione che si tradurrà in finanziamenti pubblici e sopratutto privati....
Il piano Renzi infatti, si auspica di “attrarre sulla scuola molte risorse private” e di fornire maggiori risorse pubbliche alle scuole private.
Siccome le valutazioni e i finanziamenti saranno trasparenti, nessuno si è posto il problema dalla parte delle famiglie, che naturalmente cercheranno di accaparrarsi le scuole e gli insegnanti più accreditati. E chi riuscirà a occupare i posti migliori e con quali mezzi? La risposta è ovvia.
Pensare che esiste già una proposta di legge di iniziativa popolare (LIP) presentata per la prima volta alla camera nel 2006, che persegue i principi costituzionali del pluralismo culturale, dell'unicità e del valore della scuola statale, della laicità e che va in direzione nettamente contraria al piano Renzi. Una legge regolarmente presentata in Parlamento a fronte di un documento che sa di marketing mediatico e propagandistico, a cui gli insegnanti devono rispondere online, attraverso un questionario .
Ritorniamo al diario della nostra maestra...
“La riforma renziana è un inno alla velocità, al digitale, alle discipline utili per entrare nel mondo del lavoro in una continua ansia di prestazione, in un'esasperata misurazione di competenze e di apprendimenti strutturati tramite esercizi e verifiche.
Per noi, invece, la priorità è una riforma che sappia stimolare la ricerca costante di un metodo che ha come obiettivo la trasmissione dell'amore e dell'interesse per la conoscenza e la profondità di sguardo che consente lo sviluppo di una capacità critica. Non una scuola che, in base alla riforma Renzi–Giannini, si preoccupa soltanto di far correre cavalli addestrati per dare lustro a qualcuno e valutati secondo “il merito”. Io non comprendo come si faccia ad appassionarsi ad una riforma tarata su un continuo valutare, prima di aver capito cosa significhi EDUCARE OGGI per far fronte alla dispersione, questa sì drammatica, delle esigenze degli alunni.
Io so che per dare strumenti culturali a un ragazzo affinché si costruisca solide basi per ragionare sul mondo e sul futuro della sua vita, ci vuole un insegnante umile, collaborativo, consapevole che i suoi alunni vanno, oggi più di ieri, stimolati a fare esperienza di terra, di aria, di fuoco, di acqua, con le mani, con i cinque sensi, a descrivere ciò che fanno, guidati dall'attenzione costante dell'adulto che dovrebbe, per avere vero merito, dedicarsi soltanto ad ascoltarli, ad appuntarsi regressi e progressi, ad accoglierli.”.
Tratto dal Granello di Sabbia di Ottobre 2014: "La Buona ScuolAzienda", scaricabile QUI

rapporto 2013/2014 alunni con cittadinanza non italiana

fonte: la scuola di mafalda

l'indagine "Alunni con cittadinanza non italiana. Tra difficoltà e successi. Rapporto nazionale 2013/2014"

L'indagine "Alunni con cittadinanza non italiana. Tra difficoltà e successi. Rapporto nazionale 2013/2014" rientra nelle attività previste dal protocollo d’intesa fra Miur e Fondazione Ismu, oltre che nella più recente collaborazione nell’ambito dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura [leggi il ns post], istituito il 9 settembre 2014.
Dei contenuti dell'indagine, che ci consegna una fotografia sulla presenza degli alunni di nazionalità non italiana nella nostra scuola, alla data odierna è disponibile una sintesi [clicca qui]. Il rapporto completo è in corso di pubblicazione.
I dati confermano un ampio incremento nelle iscrizioni degli alunni stranieri che, nel periodo 2001/02-2013/14, si sono quadruplicate: si è passati dai 196.414 alunni dell’a.s. 2001/02 (2,2% della popolazione scolastica complessiva) agli 802.844 dell’a.s. 2013/2014 (9% del totale) (cfr. tabella 1.1 a pag. 3). Dal 2008/09 ad oggi, tuttavia, si è registrato un progressivo rallentamento nell’incremento. 
Nell’a.s. 2013/14 gli alunni con cittadinanza romena rappresentano ancora il gruppo più numeroso nelle scuole italiane (154.621), seguiti dai giovani di origine albanese (107.847) e marocchina (101.176). A distanza troviamo il gruppo degli alunni di origine cinese (39.211) e filippina (24.839). 
La Lombardia si conferma come la prima regione per maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana (197.202) ma anche per il numero più alto di alunni in generale (1.409.671): è seguita da Emilia Romagna (93.434 stranieri), Veneto (92.924), Lazio (77.071) e Piemonte (75.276). 
Gli studenti con cittadinanza non italiana, ma nati nel nostro paese, sono nell’a.s. 2013/14 415.283, corrispondenti al 51,7% degli alunni stranieri. Tra il 2007/08 e il 2013/14 si evidenzia una crescita esponenziale di nati in Italia nelle scuole secondarie in cui questi alunni si sono quasi triplicati (secondarie di primo grado) o più che triplicati (secondarie di secondo grado), raddoppiati nelle scuole primarie o quasi nelle scuole dell’infanzia. 
Dall’a.s. 2007/08 al 2013/14 gli alunni stranieri entrati per la prima volta nei diversi anni scolastici (neoentrati) si sono ridotti da 46.154 a 30.825 (4,9% degli stranieri), dimezzando il proprio peso rispetto alla componente straniera in sette anni scolastici. Tuttavia, tra il 2012/13 e il 2013/14 questo gruppo è tornato a crescere (+7.989 soggetti). Il recente aumento dei neoentrati nel sistema scolastico può essere collegato anche all’incremento significativo di minori stranieri non accompagnati (Msna) che ha interessato il nostro paese nel 2014.
Il rapporto fornisce infomazioni sulle “scuole con elevate percentuali” di alunni stranieri, ovvero, secondo la definizione fornita, quelle con tassi di incidenza di alunni stranieri pari del 50% e oltre (cfr. tabella 2.1 a pag. 6). Su 56.994 sono 510, ovvero lo 0,9%.
Per quanto riguarda il percorso scolastico degli alunni con cittadinanza non italiana dalle scuole primarie all’università i dati mostrano dei miglioramenti, con un decremento degli alunni in ritardo in tutte le fasce d’età, sia italiani sia stranieri. Per gli alunni stranieri, questo miglioramento è in gran parte spiegato dal consistente aumento degli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia, per i quali scompare l’effetto del ritardo in ingresso. Nonostante questo trend, le percentuali di alunni con cittadinanza non italiana in ritardo nei vari ordini di scuola segnano ancora una disuguaglianza strutturale delle carriere rispetto agli italiani.
Un’altra causa di irregolarità dei percorsi scolastici è la non ammissione all’anno successivo. I tassi di ripetenza degli alunni con cittadinanza non italiana nell’a.s. 2013/14 confermano il forte divario tra italiani e stranieri in tutti gli ordini scolastici e in particolare nei primi anni di corso.
Nell’a.s. 2013/14 i dati confermano il forte orientamento tecnico-professionale delle scelte degli alunni con cittadinanza non italiana rispetto agli italiani, che prediligono invece sempre i licei (cfr. tabella 3.1 a pag. 9)

per la scuola non basta uno slogan

fonte: la repubblica.it

Per la scuola non basta uno slogan

di NADIA URBINATI

25/02/2015

la Repubblica
PRESIDENTE del Consiglio lancia l’ambizioso progetto “la buona scuola”. Lo fa alla fine di una consultazione con i diretti interessati (alunni, docenti e famiglie) che egli stesso ha giudicato un evento unico, non solo nel nostro Paese. In una recente puntata di Piazzapulita si è avuto modo di capire che le cose non stanno proprio in questi termini: l’ascolto è stato pilotato e molti temi concreti che le scuole statali hanno urgente bisogno di discutere e risolvere non hanno avuto centralità, anche perché poco attraenti. In effetti, parlare della mancanza cronica di carta igienica nelle scuole statali di ogni ordine e grado, sapere che i genitori si autotassano ormai abitualmente per coprire le spese ordinarie degli istituti frequentati dai loro figli che lo Stato non copre: tutta questa concretezza non consente di fare spot attraenti sulla buona scuola del futuro. Tuttavia questi sono i problemi. Che non svaniscono con gli slogan: “Sì, serve la carta igienica, ma fateci sognare”. Semmai, si potrebbe dire al presidente Renzi che i sogni li dovrebbero poter fare le scuole, non il governo. E vi è di che dubitare che questi provvedimenti ben propagandati vi riescano.
Prima di tutto perché lo Stato ha dichiarato di non potere coprire le spese delle sue scuole. È come se dicesse: non possiamo garantire i diritti civili perché non abbiamo soldi a sufficienza per sostenere i tribunali. Non ci sono fondi a sufficienza. Ma se lo Stato (e i suoi organi amministrativi) finanziasse solo le sue scuole, come la Costituzione gli comanda, i soldi non sarebbero un problema così emergenziale. A fine gennaio l’Espresso ha dedicato al depauperamento della scuola statale un’inchiesta ben fatta. Eccone il senso: “Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame”. Governatori e sindaci, continua l’Espresso, alimentano un fiume carsico di denaro pubblico per le private, un federalismo scolastico che si somma alla sovvenzione ministeriale. L’articolo 33 della Costituzione è raggirato, e non da oggi, con l’escamotage degli aiuti alle famiglie. La Costituzione sembra non avere forza, sembra parlare la lingua dei sogni, ma non di quelli che piacciono a chi la dovrebbe attuare.
E il progetto detto “buona scuola” non cambia questo trend privatistico, ma lo legittima, lo regolamenta e lo stabilizza. Lo ha confermato proprio il presidente del Consiglio in conferenza stampa: «In futuro chiederemo autonomia anche dal punto di vista economico, così che una parte della dichiarazione dei redditi possa andare a una singola scuola». Ovvero, chi non ha figli si sentirà libero di non dare alcun contributo alla scuola pubblica, trattata come la religione o i partiti politici: oggetto di libera scelta individuale. Benché la scuola sia un bene pubblico, non privato che si può scegliere o non scegliere. La logica che guida questo progetto è opinabile: prima di tutto perché associa la tassazione per beni pubblici al consenso individuale — questo è esattamente quanto dagli anni Settanta sono andati predicando i teorici liberisti; questa è stata la filosofia che ha guidato i governi Reagan. E il reaganomics è la direzione di marcia del nostro governo sulla scuola statale.
Lo Stato si impegna a istituire e sostenere scuole di ogni ordine e grado: lo Stato, non i singoli secondo la loro personale preferenza e decisione. È evidente che il governo cerca di vendere il prodotto appellandosi all’autonomia scolastica. Ma legare il destino della scuola statale alle preferenze individuali non è una condizione di autonomia ma di assoluta dipendenza dal privato. È stupefacente come non si crei un dibattito serio e ragionato su temi così rilevanti, come le rivendicazioni della minoranza nel Pd non sappiano tradursi in contro-proposte che incalzino la maggioranza con argomenti efficaci. La dialettica sarebbe di aiuto al governo che potrebbe voler accettare la sfida della discussione e migliorare la sua proposta. In questo momento, i cittadini restano fuori del palazzo, inascoltati e fortemente critici. Organizzano convegni, lanciano petizioni, firmano documenti, ma la loro voce non ha risonanza. Non hanno rappresentanti nei partiti e non hanno nel Parlamento un interlocutore. Politica costituita e opinione dei cittadini marciano su binari paralleli.