domenica 28 dicembre 2014

il libro nero della scuola italiana

 

fonte:la scuola di mafalda

il libro nero della scuola italiana

E' disponibile dal 3 Novembre 2014 il "Libro nero della scuola italiana" realizzato da Paolo Latella, professore e sindacalista lombardo, membro dell’Esecutivo Nazionale del Sindacato Unicobas Scuola, che fa riflettere sull’illegalità nell’istruzione italiana (pubblica e privata). Il libro svela i retroscena di un fenomeno inquietante e diffuso a macchia d'olio in Italia: la gestione anomala degli istituti privati che vivono grazie allo sfruttamento dei docenti bisognosi di lavorare. 
E fa riflettere sull’illegalità nell’istruzione italiana (pubblica e privata) e le pressioni della Cei, Compagnia delle Opere, Opus Dei per la completa parità scolastica delle scuole religiose. 
Un capitolo spicca tra tutti per interesse: quello dove campeggia la cartina della vergogna (a pag. 193 del libro) aggiornata ad ottobre 2014, cioè l'elenco delle province italiane dove sono state segnalate le scuole paritarie che non pagano gli insegnanti, o con compensi da fame, e che in cambio rilasciano la certificazione del punteggio per inserirsi in graduatoria e sostenere i percorsi abilitanti riservati. 
Per questo documento il prof. Paolo Latella ha ricevuto minacce di morte. Le indagini sono tuttora in corso.

IL LIBRO NERO DELLA SCUOLA [clicca qui]

(il libro è scaricabile gratuitamente in formato pdf)

le linee guida scuola e adozione

FINALMENTE FIRMATE LE LINEE GUIDA SCUOLA E ADOZIONE

Logo CAREÈ con grande orgoglio e soddisfazione che le 25 associazioni del Coordinamento CARE accolgono la firma da parte del Ministro Stefania Giannini delle LINEE DI INDIRIZZO PER FAVORIRE IL DIRITTO ALLO STUDIO DEGLI ALUNNI ADOTTATI elaborate da Livia Botta, Marco Chistolini, Cinzia Fabrocini e Anna Guerrieri nell’ambito del Protocollo MIUR CARE del 26 Marzo 2013.
Le LINEE DI INDIRIZZO a tutela dei diritti delle bambine e dei bambini adottati, punto di arrivo di un lungo lavoro iniziato 4 anni fa con il Ministero, sono quindi finalmente disponibili e in tempo utile per le iscrizioni scolastiche dell'AS 2015/2016 e agevoleranno il percorso scolastico delle famiglie adottive e il lavoro quotidiano di Dirigenti e Insegnanti delle scuole Italiane. 
Le LINEE  DI INDIRIZZO, infatti, mettono a regime le buone prassi già sperimentate in tante parti d'Italia uniformando finalmente gli interventi in tutto il paese, regolando ad esempio le fasi di primo ingresso dei bambini adottati internazionalmente o la gestione dei dati sensibili per i bambini adottati nazionalmente. Il documento, denso di strumenti amministrativi concreti e di indicazioni operative approfondite,  è anche ricco di suggerimenti pratici sull'accoglienza e il primo ingresso, sulle fasi di passaggio e crescita dei bambini e dei ragazzi adottati, sul ruolo degli insegnanti di riferimento, sulla formazione del personale della scuola.
Un ringraziamento particolare lo facciamo al Ministro Stefania Giannini che ha tenuto fede all'impegno preso il 14 Ottobre 2014 nel corso della riunione del Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola (FONAGS) di cui il Coordinamento CARE è un componente. Un grazie va infine alla D.G. Per lo Studente, l'Integrazione, la Partecipazione e la Comunicazione e in particolare al Direttore Generale Giovanna Boda, che ha creduto a questo progetto fin dalle prime fasi, al Dirigente Giuseppe Pierro e alla Prof.ssa Francesca Romana Di Febo.

classi pollaio

Classi pollaio e handicap: la prima sentenza che impone di non sforare il tetto massimo di alunni
Con la sentenza 2250/14 il Tar Sicilia ha sdoppiato una classe quarta delle scuole superiori nel corso dell’anno scolastico. La classe, formata da 24 alunni di cui 4 con disabilità, eccedeva il tetto massimo di 22 alunni consentito per le classi con alunni disabili.
La classe in questione, derivante dalla fusione di due classi più piccole entrambe con alunni con disabilità, è stata riconosciuta dal Tar come composta da un eccessivo numero di alunni in risposta al ricorso presentato da genitori e studenti e supportato dai Cobas scuola di Palermo.
Secondo il Tar l’eccessivo numero di alunni oltre a compromettere la sicurezza degli alunni, va ad incidere negativamente sulla qualità della didattica e non permette la piena inclusione dei disabili.
La sentenza del Tar mette in discussione, quindi, va ad incidere sulla logica del risparmio con cui vengono formate le classi, una logica che negli ultimi 20 anni è stata quella che ha regolato la politica scolastica italiana. Il Tar impone, quindi, per la prima volta con una sentenza al riguardo, il rispetto del tetto massimo di 20 alunni nelle classi successive alla prima, come affermato dall’articolo 5 comma 2 del DPR 81/09.
La decisione del Tar Sicilia è stata motivata in questo modo: “[…] la circostanza che il regolamento di che trattasi [DPR 81/09, N.d.R.] contempli l’ipotesi della presenza di disabili unicamente per le prime classi e non anche per quelle intermedie impone un’interpretazione dello stesso dato normativo in linea con le esigenze di inclusione dell’alunno disabile così come tracciate dalla legislazione interna di riferimento e dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Orbene, una lettura improntata a parametri di logicità impone di ritenere che il limite dei venti alunni previsto per le “classi iniziali” debba considerarsi valido per tutte le classi. […] È indubbio che l’esito complessivo dell’attività di didattica non può costituire parametro idoneo per verificare se lo svolgimento della stessa sia stata in linea con le norme che tutelano anche i diritti dei disabili non foss’altro perché al di là dell’esito dello scrutinio del corpo docente è indubbio che l’allocazione in una classe con un numero di alunni di gran lunga inferiore avrebbe certamente garantito per tutti un servizio quantomeno migliore oltre che in linea con le previsioni normative”

mercoledì 19 novembre 2014

trasparenza nelle università

Trasparenza nelle Università
Firma ora per difendere il nostro futuro

Quella sull’istruzione è la madre di tutte le battaglie. Chiediamo un meccanismo per difendere e incoraggiare chi segnala corruzione, malaffare, nepotismi e raccomandazioni nelle Università italiane.
Clientelismi, corruzione, baronato, raccomandazioni: quando qualcuno nel mondo dell’istruzione approfitta del suo ruolo per guadagnare un vantaggio personale distrugge molto più di quello che pensa.
Non è un caso che il diritto allo studio venga garantito dalla Costituzione: chi danneggia le nostre università aggredisce la fiducia nel sistema pubblico che è alla base del nostro domani.
Per questo la campagna Riparte il futuro vuole sostenere un meccanismo che possa esporre e arginare le illegalità che possono accadere dentro e fuori dagli atenei. Per farlo serve difendere e incoraggiare chi segnala corruzione, malaffare, nepotismi e raccomandazioni.
Chiediamo alle nostre università di stare dalla parte di chi ha il coraggio di esporsi, dotandosi volontariamente di regole che aiutino e proteggano chi segnala illeciti.
Gli atenei possono fare molto. La legge anticorruzione del 2012 ha infatti introdotto l'istituto del “whistleblowing”: letteralmente “suonare il fischietto”, un’espressione per indicare chi sceglie di rompere i muri del silenzio sulle illegalità a cui talvolta può capitare di assistere.
Chiediamo a tutti i rettori degli atenei pubblici italiani di sottoscrivere con noi un impegno a favore del whistleblowing.
Le università devono concedere una protezione efficace a chi denuncia episodi d’illegalità che avvengono al loro interno, incoraggiando la segnalazione di pratiche illegali e predisponendo massime tutele per chi ha il coraggio di parlare.
Vogliamo arrivare a un accordo con tutte le 66 università italiane ed è a loro che rivolgiamo questa petizione.
Chiediamo a tutti gli atenei italiani di deliberare una strategia per il whistleblowing costituita da 3 punti fondamentali:
  1. Tutelare chi segnala illeciti a cui ha assistito
    • tutela della riservatezza e dell’anonimato. L’identità di chi denuncia può essere resa nota solo col suo esplicito consenso;
    • onere della prova per gli enti universitari. Nel caso in cui un dipendente dell’ateneo ritenesse ingiusto il cambio di ruolo, di ufficio o di incarico subito dopo la denuncia di un illecito, spetterà a chi ha preso tale decisione dimostrare la propria buona fede, allontanando il sospetto che possa esserci un legame con la denuncia. Lo stesso varrà anche per lo studente “whistleblower”, qualora incontrasse pressioni e difficoltà nel portare avanti il suo percorso di studi.
    • tutela estesa, affinché venga protetto anche chi segnala episodi di illegalità al di fuori del settore in cui opera professionalmente.
    • adeguata campagna di informazione sull’importanza del whistleblowing per incoraggiare le segnalazioni.
  1. Protezione per tutti e a tutti i livelli:
  • per i lavoratori amministrativi degli atenei, affinché chi denuncia episodi di corruzione e irregolarità non debba temere mobbing, demansionamenti, licenziamenti;
  • per gli studenti, affinché non vedano compromessa la loro carriera universitaria per aver segnalato la mancanza di trasparenza nell’organizzazione delle lezioni, dei concorsi, degli esami, delle borse di studio, o per aver messo in luce comportamenti non conformi da parte di docenti e ricercatori, personale amministrativo, altri studenti;
  • per i docenti che segnalano episodi illegali con protagonisti altri colleghi, amministrativi, funzionari o studenti. La loro integrità deve diventare un incentivo e non un limite nell’accesso agli incarichi che contano all’interno dell’ateneo;
  • per i ricercatori di ruolo e quelli precari, che sono i meno tutelati perché possono trovarsi sottoposti a pressioni proprio per le loro condizioni lavorative e minacciati nel loro progresso di carriera e nella stabilizzazione professionale.
  1. Canali di segnalazione certi e semplificati:
  • predisporre un ufficio, una pagina web, una linea telefonica resi disponibili dall’ateneo a cui faccia capo personale di riconosciuta indipendenza e integrità;
  • creare un contatto diretto con l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), per legge anche Authorty per il whistleblowing, inviando ogni segnalazione a whistleblowing@anticorruzione.it, affinché registri ogni segnalazione dei whistleblowers e possa poi chiederne conto agli atenei.

giovedì 30 ottobre 2014

rapporto ocse 2014 sulla scuola italiana

fonte: la scuola di mafalda

il rapporto ocse 2014 sullo stato dell'istruzione in italia

Diamo uno sguardo al rapporto OCSE “Uno sguardo sull’istruzione 2014 – Italia” e iniziamo con gli aspetti positivi. Nel nostro paese: 
- “complessivamente il livello di istruzione è aumentato, specie per le donne” (nel 2012 il 62% dei nuovi laureati è di sesso femminile, rispetto a una percentuale di donne laureate del 56% nel 2000) 
- “la qualità dell’istruzione di base sta migliorando costantemente”, anche se nonostante i recenti miglioramenti registrati, il livello medio di competenze in comprensione dei testi scritti (lettura) e matematiche in Italia resta basso rispetto ad altri Paesi.
Ma le difficoltà dei giovani nel trovare lavoro fanno diminuire la motivazione dei giovani italiani nei confronti dell'istruzione. E’ infatti in costante aumento la percentuale dei 15-29enni senza attività lavorativa e che sono usciti dal sistema di istruzione (i cosiddetti NEET – Neither employed nor in education or training). Insomma, perché studiare se poi non riesco a trovare lavoro?
Il rapporto non manca di sottolineare che “tra i 34 Paesi esaminati con dati disponibili, l’Italia è il solo Paese che registra una diminuzione della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011, ed è il Paese con la riduzione più marcata (5%) del volume degli investimenti pubblici tra il 2000 e il 2011”. Con l’avvento della crisi economica, pro­prio nel momento in cui tutti gli altri paesi hanno inve­stito sulla cono­scenza (+25% la Ger­ma­nia, +41% la Fin­lan­dia, con una media Ocse del 38%), il nostro paese ha tagliato la spesa del 3%.
Le spese in conto capitale (edilizia scolastica, acquisto di nuove attrezzature, ecc.) rappresentavano nel 2011 solo il 3,7% del totale della spesa per le istituzioni della scuola primaria, secondaria e post secondaria non terziaria, uno dei livelli più bassi tra i Paesi dell’OCSE.
Nel 2012 il 62% dei pro­fes­sori aveva più di 50 anni (48% nel 2002). È la più alta per­cen­tuale di inse­gnanti over 50 dei paesi Ocse. Il salario medio degli insegnanti della scuola primaria e secondaria inferiore è diminuito (in termini reali) del 2% tra il 2008 e il 2012. Le retribuzioni degli insegnanti con 15 anni di esperienza sono diminuite del 4,5% tra il 2005 e il 2012 per tutti i livelli d’insegnamento. Nonostante mal­pa­gati, i docenti hanno tut­ta­via con­ti­nuato a lavo­rare con pro­fitto (considerato l’aumento della qualità dell’istruzione di base) in classi sem­pre più nume­rose («pol­laio»). 
Secondo il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini “il Rapporto del governo ‘La buona scuola’ offre risposte concrete ai dati diffusi oggi dall’Ocse” [il comunicato del MIUR] poiché pone la scuola al centro dell’azione del governo. Quanto agli insegnanti, “il nostro piano - conclude Giannini - abolisce il precariato, immette nella scuola insegnanti che hanno in media 40 anni e apre le porte ai giovani neo abilitati con assunzioni per concorso. Questa è la nostra risposta”. Anche se, aggiungiamo, non si sa dove tro­verà i 4,1 miliardi di euro neces­sari.  

Il rapporto OCSE “Uno sguardo sull’Istruzione 2014 – Italia” [clicca qui]
“Uno sguardo sull’istruzione 2014 – Indicatori dell’OCSE – Sintesi in italiano” [clicca qui]
Il rapporto completo Education at a Glance 2014: OECD Indicators (in inglese) [clicca qui]

Rassegna Stampa:
- Gli occhiali da sole dell'OCSE, Guseppe De Nicolao, il manifesto, 9.9.2014 [clicca qui]

la buona scuola.........?

fonte: la scuola di mafalda

back to school con renzi l’americano (di anna angelucci)

Rem tene, verba sequentur, si diceva tanto tempo fa. E allora analizziamo le parole e ricostruiamo induttivamente il paradigma culturale sotteso alla recente proposta del Governo sulla scuola.
Il documento, da sottoporre nei prossimi due mesi a consultazione online e offline, è tutto un florilegio di anglismi: la scuola deve uscire dalla comfort zone e diventare l’avamposto del rilancio delmade in Italy. Dotarsi di insegnanti mentor capaci di proporre formazione online ma anche blended. Produrre piattaforme sperimentali con un design challenge lanciato presto da un hackaton mirante alla creazione di una app. Attrezzarsi per sfide di governance e policy a colpi di data school nazionali,
design di servizi e opening up education, ovviamente riferita alle best practices.
Ma non basta: finalmente arriva la good law e il nudging sbarca al Miur perché «assicurare piena comprensione e chiarezza su quanto il Miur pubblica è un’azione di apertura e trasparenza di pari dignità rispetto all’apertura dei dati».
La buona scuola promuove il CLIL, cioè il Content and Language Integrated Learning, e alle elementari insegna il codingattraverso la gamification. Valorizza il problem solving, il decision making e, ove necessario, potenzia l’agri-business. Gli studenti diventeranno digital makers, si supererà il digital divide e riusciremo a intrattenere gli early leavers, ovvero quei «giovani disaffezionati» (sic) che la scuola oggi non riesce a tenere con sé. Per fare questo adotta il BYOD, bring your own device, ovvero «portati il tuo pc da casa». Ma, non paga, la buona scuola del governo proporrà school bonus, school guarantee, crowdfunding, emettendo all’occorrenza social impact bonds a beneficio dei privati che vorranno approfittare del succulento banchetto dell’istruzione imbandito da Renzi. Good appetite.
Ma l’anglofilia del documento non si esaurisce nella patina lessicale e nel registro linguistico. La buona scuola di Renzi è quella americana, autonoma nell’organizzazione, nella didattica e nei finanziamenti.
È la scuola intesa non come istituzione della Repubblica, costituzionalmente garantita a tutti e che offre pari opportunità di accesso critico alla conoscenza e al sapere, bensì come espressione differenziata, culturalmente marcata e competitiva, delle realtà e delle comunità locali: la scuola che si fa il suo progetto formativo e si cerca sul mercato qualcuno che abbia interesse a pagarlo.
La scuola, in America, è nata prima degli Stati Uniti, quando i coloni strappavano le terre ai Nativi e costruivano prigioni e saloon. Comitati locali le organizzavano, spesso in case private, si procuravano gli insegnanti, mettevano a disposizione i libri e la Bibbia non mancava mai. Oggi i comitati si chiamano Consigli Direttivi, sono composti da cittadini eletti e mantengono gli stessi compiti: adottano programmi didattici e gestiscono il bilancio. L’autonomia scolastica consente alle famiglie americane
il controllo sui contenuti dell’insegnamento — in Lousiana e nel Tennessee, la lobby creazionista ostacola tenacemente l’insegnamento dell’evoluzionismo — e permette ai funzionari eletti di imporre contenuti e metodi di insegnamento nei loro distretti scolastici.
La frammentazione della scuola pubblica americana ha prodotto e produce risultati scolastici così scadenti da indurre oggi il Congresso a forme di controllo centralizzato ex post. Standard e obiettivi di apprendimento nazionali da misurare con batterie di test dai cui risultati dipende la sopravvivenza o la chiusura delle scuole. Un rimedio peggiore del male, perché trasforma l’insegnamento in addestramento e, soprattutto, non solleva gli studenti americani dalle ultime posizioni nelle classifiche
internazionali. La buona scuola di Renzi è quella di un paese, l’America, in cui le scuole migliori sono private e costosissime; un paese in cui anche le scuole pubbliche, finanziate con la fiscalità municipale, possono avere rette molto elevate e dove le più accessibili si trovano nei quartieri deprivati e accolgono i poveri, gli svantaggiati, i discriminati. Un paese in cui la disparità economica è direttamente proporzionale alla disparità educativa.
C’è un passaggio, nel documento, in cui si dice che «ogni scuola dovrà avere la possibilità di schierare la squadra con cui giocare la partita dell’istruzione», ossia la libertà di scegliere i docenti che riterrà «più adatti» per realizzare la propria offerta formativa. La metafora calcistica di berlusconiana memoria, rivela esattamente qual è la direzione del governo: portare a compimento il processo di privatizzazione della gestione della scuola intrapreso da Berlinguer con la legge sull’autonomia e, contemporaneamente, completare il percorso di arretramento dello stato inaugurato da Tremonti, fino alla completa dismissione della scuola pubblica. Il preside-manager, costantemente
in cerca di sponsor per finanziare la sua scuola, sceglierà e licenzierà discrezionalmente i suoi docenti, affiancato in questo da un nucleo di valutazione in cui la presenza di esterni garantirà forme di controllo politico-culturale ma soprattutto il ritorno economico degli investimenti privati. 
L’esperienza di Channel One, che in America ha un contratto con 12.000 scuole, imponendo a milioni di studenti in classe dosi quotidiane della sua programmazione televisiva e pubblicitaria, dovrebbe indurre i cittadini italiani a una riflessione seria. Il resto del documento è pura demagogia. La proposta del servizio civile a scuola, la collaborazione con il terzo settore, l’ingresso del volontariato: un omaggio dell’esecutivo a certa cultura scoutista e democristiana; il riferimento alla sussidiarietà, una strizzata d’occhio a Compagnia delle Opere e a Comunione e Liberazione.
E infine, l’impegno di assunzione di 150.000 precari nel 2015, accompagnato dall’ignobile ricatto a milioni di insegnanti di ruolo che impone di rinunciare al loro attuale status giuridico e di restare inchiodati fino alla pensione al loro miserevole stipendio iniziale. Un impegno spacciato come scelta e come testimonianza della volontà del governo di investire nella scuola, in realtà ineludibilmente imposto dalla procedura d’infrazione avviata a Bruxelles contro l’Italia per la violazione della normativa
comunitaria sulla reiterazione dei contratti a termine.
Una promessa da far tremare i polsi in tempi di tagli draconiani e di riforme feudali imposte dalla Troika: ma forse, l’ennesima velleità di chi, assai pericolosamente, «vuo’ fa’ l’americano».

Anna Angelucci, Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica
15.9.2014, il manifesto

mercoledì 29 ottobre 2014

ANCORA SU CLASSI POLLAIO.....

FONTE: UNA CREPA IN COMUNE

In Italia troppi alunni per classe (di P. Almirante)

Secondo il primo rapporto internazionale sull'Efficienza della spesa per l'educazione, condotto da Peter Dolton, esperto mondiale di economia dell'educazione della London School of Economics, insieme a Oscar Marcenaro Gutiérrez dell'Università di Malaga e ad Adam Still di Gems Education Solutions, tra i motivi della inefficienza della scuola italiana, e del consueto fondo della graduatoria dell’Ue, ci sarebbe anche l’elevato numero di alunni per classe.
Che appare strano, perché ci hanno sempre detto e ripetuto il contrario e cioè che in Italia ci sarebbero troppi docenti in rapporto agli alunni. E invece improvvisamente si scopre che, con dati ufficiali e quindi neutri, le denunce venute da tutta Italia contro le cosiddette classi pollaio hanno una loro circostanziata verità. Cosicché tra i motivi della inefficienza della scuola italiana, tastata dall’Ocse,  che ci sbatte  "tra gli ultimi della classe",  c’è  l’eccessivo numero di alunni per classe. Tanto che il rapporto suggerisce all’Italia,  per guadagnare qualche posto in classifica, di utilizzare due alternative: o aumentare gli stipendi degli insegnanti o ridurre il rapporto prof-studenti.
Ben sapendo che entrambi i suggerimenti sono inattuabili, questo primo rapporto, commissionato da Gems e presentato a Londra, e che  analizza "l'efficienza con cui vengono allocati i budget per l'istruzione in ciascun paese, conferma che  l'Italia potrebbe ottenere risultati Pisa ai livelli della Finlandia, se riducesse il rapporto insegnante-allievo da 10,8 a 8,2 alunni per ogni insegnante (-24,4%). O, in alternativa, se aumentasse lo stipendio degli insegnanti dalla media attuale di 31.460 dollari a 34.760 dollari, cioè un aumento del 10,5%.”
“Stando a questi calcoli l'Italia, per avere un migliore rapporto qualità-prezzo, dovrebbe spendere di più e ridurre il numero di allievi per insegnante o aumentarne lo stipendio".
Se dunque si dovesse prendere questa analisi internazionale con le dovute attenzioni, cercando gli opportuni ripari, si capisce bene che la scuola italiana non ha alternative di miglioramento, sia perché hanno bloccato i contratti e quindi anche gli aumenti salariali, e sia perché, oltre a mancare ancora scuole e strutture, nelle nostre aule scolastiche si può andare fino a un massimo di 29 alunni nella scuola dell’infanzia, 27 nella primaria, 30 nella secondaria di primo e di secondo grado. Ma anche oltre i 30 alunni per evitare di comporre classi inferiori a 27 che è il minimo per le classi iniziali.
(Pasquale Almirante, 7.9.2014, tecnicadellascuola.it)