giovedì 26 febbraio 2015

LA BUONA SCUOLA: UN PIANO CHE UCCIDE IL RAPPORTO ALUNNO-DOCENTE

fonte: ATTAC

Un piano che uccide il rapporto alunno-docente - n.15 ottobre 2014


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del Comitato Scuola Pubblica di Siena
DAL DIARIO DI UNA MAESTRA
“Io voglio una riforma che mi parli di schiere di bambini che cantano, passeggiano, che scoprono insieme la vita, la sua matematica e la sua poesia, la sua musica, i suoi abitanti fragili e meno fragili. Una riforma che liberi dal monitoraggio e dai quiz continui, che mi dia tempi e strumenti, spazi da frequentare ed abitare, senza i “lacciuoli” delle circolari e dell'orrendo registro elettronico, che fa attendere i miei alunni gli toglie il mio sguardo. Voglio una riforma che ridia fiato alla fantasia, all'individualità e ai tempi di ciascun bambino, che non mi costringa a diventare una burocrate perfetta....”
Ci sembra che in questo brano “vero” di diario siano condensate tutte le motivazioni che ci portano a respingere il piano Renzi che, con un linguaggio roboante e populista, pretende di dettare le linee guida del nuovo modello di scuola pubblica, stravolgendone l'impianto costituzionale e democratico, con una parificazione tra scuole statali e scuole private.
In tutto il piano, gli assenti - e non a caso - sono gli studenti: bambini e adolescenti che dovrebbero stare al centro della “buona scuola”, nel rispetto della loro personalità in crescita.
Siamo a un bivio cruciale ed epocale: si tratta di scegliere tra la scuola disegnata dalla Costituzione, accessibile a tutti ed inclusiva, e una “scuola azienda” dove le scelte didattiche e la relazioni educative saranno piegate principalmente a logiche produttive che porteranno, anzi stanno già portando, ad una discriminazione degli alunni in base alla classe sociale e alla capacità di seguire i ritmi artificiali imposti.
Le scelte didattiche sono inevitabilmente condizionate quando gli insegnanti sanno che ogni momento della giornata scolastica, controllata dall'alto, assume un valore numerico da registrare immediatamente, mentre la vera azione didattica sta nella flessibilità del rapporto delicatissimo fra alunno ed insegnante, nel capire l'evolvere continuo di questo rapporto, non quantificabile con un test Invalsi o con un voto.
Il lavoro dell'insegnante sta proprio nell'entrare in contatto con questo mondo di menti pensanti e non, come tuona il piano Renzi, di “produttori digitali”. Immersi in una rete tecnologica e valutativa rischiano, se non conformi al modello prestabilito, di perdere per sempre fiducia in se stessi e amore per la conoscenza non premiata. E tutti : alunni, insegnanti e scuole, sotto la cappa della competitività indotta dalla ricerca di una buona valutazione che si tradurrà in finanziamenti pubblici e sopratutto privati....
Il piano Renzi infatti, si auspica di “attrarre sulla scuola molte risorse private” e di fornire maggiori risorse pubbliche alle scuole private.
Siccome le valutazioni e i finanziamenti saranno trasparenti, nessuno si è posto il problema dalla parte delle famiglie, che naturalmente cercheranno di accaparrarsi le scuole e gli insegnanti più accreditati. E chi riuscirà a occupare i posti migliori e con quali mezzi? La risposta è ovvia.
Pensare che esiste già una proposta di legge di iniziativa popolare (LIP) presentata per la prima volta alla camera nel 2006, che persegue i principi costituzionali del pluralismo culturale, dell'unicità e del valore della scuola statale, della laicità e che va in direzione nettamente contraria al piano Renzi. Una legge regolarmente presentata in Parlamento a fronte di un documento che sa di marketing mediatico e propagandistico, a cui gli insegnanti devono rispondere online, attraverso un questionario .
Ritorniamo al diario della nostra maestra...
“La riforma renziana è un inno alla velocità, al digitale, alle discipline utili per entrare nel mondo del lavoro in una continua ansia di prestazione, in un'esasperata misurazione di competenze e di apprendimenti strutturati tramite esercizi e verifiche.
Per noi, invece, la priorità è una riforma che sappia stimolare la ricerca costante di un metodo che ha come obiettivo la trasmissione dell'amore e dell'interesse per la conoscenza e la profondità di sguardo che consente lo sviluppo di una capacità critica. Non una scuola che, in base alla riforma Renzi–Giannini, si preoccupa soltanto di far correre cavalli addestrati per dare lustro a qualcuno e valutati secondo “il merito”. Io non comprendo come si faccia ad appassionarsi ad una riforma tarata su un continuo valutare, prima di aver capito cosa significhi EDUCARE OGGI per far fronte alla dispersione, questa sì drammatica, delle esigenze degli alunni.
Io so che per dare strumenti culturali a un ragazzo affinché si costruisca solide basi per ragionare sul mondo e sul futuro della sua vita, ci vuole un insegnante umile, collaborativo, consapevole che i suoi alunni vanno, oggi più di ieri, stimolati a fare esperienza di terra, di aria, di fuoco, di acqua, con le mani, con i cinque sensi, a descrivere ciò che fanno, guidati dall'attenzione costante dell'adulto che dovrebbe, per avere vero merito, dedicarsi soltanto ad ascoltarli, ad appuntarsi regressi e progressi, ad accoglierli.”.
Tratto dal Granello di Sabbia di Ottobre 2014: "La Buona ScuolAzienda", scaricabile QUI

rapporto 2013/2014 alunni con cittadinanza non italiana

fonte: la scuola di mafalda

l'indagine "Alunni con cittadinanza non italiana. Tra difficoltà e successi. Rapporto nazionale 2013/2014"

L'indagine "Alunni con cittadinanza non italiana. Tra difficoltà e successi. Rapporto nazionale 2013/2014" rientra nelle attività previste dal protocollo d’intesa fra Miur e Fondazione Ismu, oltre che nella più recente collaborazione nell’ambito dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura [leggi il ns post], istituito il 9 settembre 2014.
Dei contenuti dell'indagine, che ci consegna una fotografia sulla presenza degli alunni di nazionalità non italiana nella nostra scuola, alla data odierna è disponibile una sintesi [clicca qui]. Il rapporto completo è in corso di pubblicazione.
I dati confermano un ampio incremento nelle iscrizioni degli alunni stranieri che, nel periodo 2001/02-2013/14, si sono quadruplicate: si è passati dai 196.414 alunni dell’a.s. 2001/02 (2,2% della popolazione scolastica complessiva) agli 802.844 dell’a.s. 2013/2014 (9% del totale) (cfr. tabella 1.1 a pag. 3). Dal 2008/09 ad oggi, tuttavia, si è registrato un progressivo rallentamento nell’incremento. 
Nell’a.s. 2013/14 gli alunni con cittadinanza romena rappresentano ancora il gruppo più numeroso nelle scuole italiane (154.621), seguiti dai giovani di origine albanese (107.847) e marocchina (101.176). A distanza troviamo il gruppo degli alunni di origine cinese (39.211) e filippina (24.839). 
La Lombardia si conferma come la prima regione per maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana (197.202) ma anche per il numero più alto di alunni in generale (1.409.671): è seguita da Emilia Romagna (93.434 stranieri), Veneto (92.924), Lazio (77.071) e Piemonte (75.276). 
Gli studenti con cittadinanza non italiana, ma nati nel nostro paese, sono nell’a.s. 2013/14 415.283, corrispondenti al 51,7% degli alunni stranieri. Tra il 2007/08 e il 2013/14 si evidenzia una crescita esponenziale di nati in Italia nelle scuole secondarie in cui questi alunni si sono quasi triplicati (secondarie di primo grado) o più che triplicati (secondarie di secondo grado), raddoppiati nelle scuole primarie o quasi nelle scuole dell’infanzia. 
Dall’a.s. 2007/08 al 2013/14 gli alunni stranieri entrati per la prima volta nei diversi anni scolastici (neoentrati) si sono ridotti da 46.154 a 30.825 (4,9% degli stranieri), dimezzando il proprio peso rispetto alla componente straniera in sette anni scolastici. Tuttavia, tra il 2012/13 e il 2013/14 questo gruppo è tornato a crescere (+7.989 soggetti). Il recente aumento dei neoentrati nel sistema scolastico può essere collegato anche all’incremento significativo di minori stranieri non accompagnati (Msna) che ha interessato il nostro paese nel 2014.
Il rapporto fornisce infomazioni sulle “scuole con elevate percentuali” di alunni stranieri, ovvero, secondo la definizione fornita, quelle con tassi di incidenza di alunni stranieri pari del 50% e oltre (cfr. tabella 2.1 a pag. 6). Su 56.994 sono 510, ovvero lo 0,9%.
Per quanto riguarda il percorso scolastico degli alunni con cittadinanza non italiana dalle scuole primarie all’università i dati mostrano dei miglioramenti, con un decremento degli alunni in ritardo in tutte le fasce d’età, sia italiani sia stranieri. Per gli alunni stranieri, questo miglioramento è in gran parte spiegato dal consistente aumento degli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia, per i quali scompare l’effetto del ritardo in ingresso. Nonostante questo trend, le percentuali di alunni con cittadinanza non italiana in ritardo nei vari ordini di scuola segnano ancora una disuguaglianza strutturale delle carriere rispetto agli italiani.
Un’altra causa di irregolarità dei percorsi scolastici è la non ammissione all’anno successivo. I tassi di ripetenza degli alunni con cittadinanza non italiana nell’a.s. 2013/14 confermano il forte divario tra italiani e stranieri in tutti gli ordini scolastici e in particolare nei primi anni di corso.
Nell’a.s. 2013/14 i dati confermano il forte orientamento tecnico-professionale delle scelte degli alunni con cittadinanza non italiana rispetto agli italiani, che prediligono invece sempre i licei (cfr. tabella 3.1 a pag. 9)

per la scuola non basta uno slogan

fonte: la repubblica.it

Per la scuola non basta uno slogan

di NADIA URBINATI

25/02/2015

la Repubblica
PRESIDENTE del Consiglio lancia l’ambizioso progetto “la buona scuola”. Lo fa alla fine di una consultazione con i diretti interessati (alunni, docenti e famiglie) che egli stesso ha giudicato un evento unico, non solo nel nostro Paese. In una recente puntata di Piazzapulita si è avuto modo di capire che le cose non stanno proprio in questi termini: l’ascolto è stato pilotato e molti temi concreti che le scuole statali hanno urgente bisogno di discutere e risolvere non hanno avuto centralità, anche perché poco attraenti. In effetti, parlare della mancanza cronica di carta igienica nelle scuole statali di ogni ordine e grado, sapere che i genitori si autotassano ormai abitualmente per coprire le spese ordinarie degli istituti frequentati dai loro figli che lo Stato non copre: tutta questa concretezza non consente di fare spot attraenti sulla buona scuola del futuro. Tuttavia questi sono i problemi. Che non svaniscono con gli slogan: “Sì, serve la carta igienica, ma fateci sognare”. Semmai, si potrebbe dire al presidente Renzi che i sogni li dovrebbero poter fare le scuole, non il governo. E vi è di che dubitare che questi provvedimenti ben propagandati vi riescano.
Prima di tutto perché lo Stato ha dichiarato di non potere coprire le spese delle sue scuole. È come se dicesse: non possiamo garantire i diritti civili perché non abbiamo soldi a sufficienza per sostenere i tribunali. Non ci sono fondi a sufficienza. Ma se lo Stato (e i suoi organi amministrativi) finanziasse solo le sue scuole, come la Costituzione gli comanda, i soldi non sarebbero un problema così emergenziale. A fine gennaio l’Espresso ha dedicato al depauperamento della scuola statale un’inchiesta ben fatta. Eccone il senso: “Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame”. Governatori e sindaci, continua l’Espresso, alimentano un fiume carsico di denaro pubblico per le private, un federalismo scolastico che si somma alla sovvenzione ministeriale. L’articolo 33 della Costituzione è raggirato, e non da oggi, con l’escamotage degli aiuti alle famiglie. La Costituzione sembra non avere forza, sembra parlare la lingua dei sogni, ma non di quelli che piacciono a chi la dovrebbe attuare.
E il progetto detto “buona scuola” non cambia questo trend privatistico, ma lo legittima, lo regolamenta e lo stabilizza. Lo ha confermato proprio il presidente del Consiglio in conferenza stampa: «In futuro chiederemo autonomia anche dal punto di vista economico, così che una parte della dichiarazione dei redditi possa andare a una singola scuola». Ovvero, chi non ha figli si sentirà libero di non dare alcun contributo alla scuola pubblica, trattata come la religione o i partiti politici: oggetto di libera scelta individuale. Benché la scuola sia un bene pubblico, non privato che si può scegliere o non scegliere. La logica che guida questo progetto è opinabile: prima di tutto perché associa la tassazione per beni pubblici al consenso individuale — questo è esattamente quanto dagli anni Settanta sono andati predicando i teorici liberisti; questa è stata la filosofia che ha guidato i governi Reagan. E il reaganomics è la direzione di marcia del nostro governo sulla scuola statale.
Lo Stato si impegna a istituire e sostenere scuole di ogni ordine e grado: lo Stato, non i singoli secondo la loro personale preferenza e decisione. È evidente che il governo cerca di vendere il prodotto appellandosi all’autonomia scolastica. Ma legare il destino della scuola statale alle preferenze individuali non è una condizione di autonomia ma di assoluta dipendenza dal privato. È stupefacente come non si crei un dibattito serio e ragionato su temi così rilevanti, come le rivendicazioni della minoranza nel Pd non sappiano tradursi in contro-proposte che incalzino la maggioranza con argomenti efficaci. La dialettica sarebbe di aiuto al governo che potrebbe voler accettare la sfida della discussione e migliorare la sua proposta. In questo momento, i cittadini restano fuori del palazzo, inascoltati e fortemente critici. Organizzano convegni, lanciano petizioni, firmano documenti, ma la loro voce non ha risonanza. Non hanno rappresentanti nei partiti e non hanno nel Parlamento un interlocutore. Politica costituita e opinione dei cittadini marciano su binari paralleli.

lunedì 9 febbraio 2015

la trasmissione di presa diretta sulla scuola

PRESA DIRETTA SULLA SCUOLA


A PRESADIRETTA un'inchiesta sul progetto di Riforma del governo Renzi “La Buona Scuola” per capire cosa c’è di vero nelle critiche di studenti e insegnanti, che lo hanno contestato in tutto il paese.
Un viaggio nelle emergenze che investono la Scuola pubblica italiana. Mancanza cronica di denaro, i problemi legati alla sicurezza degli edifici scolastici, il sovraffollamento delle aule


domenica 1 febbraio 2015

dispersione alle scuole secondarie

fonte_ la scuola di mafalda

il dossier “dispersione nella scuola secondaria superiore statale” di tuttoscuola

Lo scorso 23 aprile 2014 nell'ambito dell’indagine conoscitiva sulle strategie per contrastare la dispersione scolastica, la Commissione Cultura ella camera ei Deputati ha svolto l’audizione di Giovanni Vinciguerra, direttore responsabile di Tuttoscuola, e di Mario G. Dutto, esperto del settore (la registrazione audio-video completa dell’evento è disponibile sul sito della Camera dei Deputati al seguente link: http://webtv.camera.it/evento/6304).
Sul tema della disersione scolastica:
il testo completo del dossier “Dispersione nella Scuola secondaria superiore statale” di Tuttoscuola (giugno 2014): [clicca qui] di cui pubblichiamo l'Introduzione 
- i dati dell'emergenza dispersione [clicca qui]
[Introduzione al dossier Dispersione di Tuttoscuola] Negli ultimi 15 anni quasi 3 milioni di ragazzi italiani iscritti alle scuole superiori statali non hanno completato il corso di studi. Rappresentano il 31,9% dei circa 9 milioni di studenti che hanno iniziato in questi tre lustri le superiori nella scuola statale, e di questi è come se l’intera popolazione scolastica di Piemonte, Lombardia e Veneto non ce l’abbia fatta. Praticamente uno su tre si è “disperso”, come si dice nel gergo sociologico. 
E dispersione fa rima con disoccupazione. Li ritroviamo infatti quasi tutti, questi ragazzi, tra i Neet (Not in Education, Employment, or Training) ovvero i giovani tra i 15 e i 29 anni (proprio 15 classi di età) che non studiano, non lavorano, non fanno formazione o apprendistato. L’Istat li valuta in 2,2 milioni, pari al 23,9% di quelle classi di età.
Sono cifre “da guerra mondiale”. E’ una [tragedia] sociale, un’emorragia che ogni anno indebolisce il corpo sociale del paese e ne riduce la capacità di competere come sistema nazionale nella società della conoscenza, che non sembra però essere vissuta come una vera emergenza. Tra rassegnazione e, forse, sottovalutazione di un fenomeno che condiziona e spesso pregiudica il futuro lavorativo e gli standard di vita di una fascia significativa della popolazione, e quindi la capacità di produrre reddito e PIL dell’intero paese. Infatti quei quasi 3 milioni di ragazzi partono con il freno a mano tirato nel loro percorso e con un bagaglio di opportunità molto ridotto rispetto ai coetanei che completano gli studi e continuano all’università: se è difficile trovare lavoro per chi ha raggiunto solo il diploma secondario superiore (il 28% rimane disoccupato), figurarsi quali sono le prospettive di coloro che neanche ci arrivano (non a caso ben il 45% di coloro che sono in possesso della
sola licenza media sono disoccupati).
Per non parlare dei costi sociali enormi dell’abbandono scolastico: il corso di studi “interruptus” comporta che la costosa organizzazione del servizio per quei ragazzi si riveli sostanzialmente inutile. O meglio l’investimento che è stato sostenuto ha avuto un basso ritorno, perché presupponeva il completamento del corso e il conseguimento di un titolo attestante determinate abilità e competenze, obiettivo non raggiunto. E il disagio sociale che ne consegue scatena effetti collaterali, dal livello di criminalità ai costi del welfare (sussidi di disoccupazione, etc).
Di fronte a questo quadro il Parlamento ha sentito l’esigenza di avviare un’indagine conoscitiva sulle strategie per contrastare la dispersione scolastica, a partire dal
monitoraggio sui costi e sui risultati della miriade di iniziative, progetti e progettini contro la dispersione adottati da anni sul territorio, senza una regia, senza un programma strutturato e pianificato, senza appunto un controllo dei risultati e senza quindi la possibilità di trarne una lesson learned sulle pratiche più efficaci e sui modelli da implementare.
L’emorragia intanto continua, anche se con un’intensità un po’ inferiore al passato  (nel 2000 la dispersione nella scuola secondaria superiore statale sfiorava il 37%, rispetto al 28% di oggi). E il corpo del paese, che avrebbe bisogno di energie fresche e vigorose, quali possono apportare le nuove leve, si indebolisce. Da un anno di corso all’altro, una media di 40 mila studenti abbandonano la scuola statale, quasi sempre a seguito di una bocciatura.
Ben venga il piano di ristrutturazione degli edifici scolastici voluto dal governo, e l’attenzione verso la scuola che esso sta ponendo in termini di priorità. Ma i dati di questo dossier, che fotografano il disagio giovanile che ne è in buona parte la causa ma che così si alimenta e si ingrandisce come conseguenza, dovrebbero essere attaccati alle pareti della sala del consiglio dei ministri, ed essere oggetto di analisi e discussioni per trovare le medicine adatte – senza incidere sul livello di qualità complessivo del sistema formativo – a partire ad esempio dall’idea di ridurre le bocciature – che sono l’anticamera dell’abbandono della scuola – e fare corsi di recupero e attività integrative sfruttando gli spazi e i tempi della “scuola aperta” (una delle sei idee per rilanciare la scuola avanzate nel precedente dossier di Tuttoscuola, che qui riprendiamo ed approfondiamo). In questo dossier Tuttoscuola presenta un quadro aggiornato dei risultati raccolti tramite il monitoraggio condotto ininterrottamente negli istituti statali per un ventennio sul numero totale degli studenti delle superiori di tutti gli anni di corso, dalla prima alla quinta, per ogni tipologia di scuola, anche a livello regionale.
L’obiettivo è quello di misurare con precisione la consistenza e l’andamento nel tempo del fenomeno della dispersione scolastica negli istituti statali d’istruzione secondaria superiore. In questo contesto il termine ‘dispersione’ è utilizzato con specifico riferimento al numero effettivo degli studenti che si perdono uscendo del tutto dal percorso scolastico statale.
Per fare questo tipo di monitoraggio Tuttoscuola ha messo a confronto i dati di partenza (1° anno di corso) con quelli di arrivo (5° anno di corso) al termine di un quinquennio. Lo ha fatto per tutti i quinquenni dell’ultimo ventennio, registrando per diversi anni dati oggettivi preoccupanti (nel complesso uno studente ogni tre ha abbandonato), attenuati da una recente moderata tendenza alla riduzione del fenomeno.

giovedì 22 gennaio 2015

attacco ai diritti degli studenti disabili

fonte: la scuola dimafalda

dalla giustizia amministrativa un gravissimo attacco ai diritti degli studenti con disabilità

Arriva dalla giustizia amministrativa un gravissimo attacco ai diritti delle persone con disabilità. I genitori di una ragazza minore disabile, dopo che l’Amministrazione scolastica aveva disposto la riduzione dell’insegnamento di sostegno da 25 a 12 ore settimanali, avevano fatto ricorso al TAR per vedersi riconosciuto l’intero monte ore, nonché il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali dovuti alla mancata assegnazione dell’insegnante di sostegno e alla rinuncia al lavoro da parte della madre per assistere la figlia.
Il Tar pur avendo riconosciuto l’assegnazione di un insegnante di sostegno per 25 ore settimanali, aveva respinto la richiesta di risarcimento per i danni patrimoniali e non patrimoniali (sentenza TAR Sicilia n. 369/2014).
La famiglia si è pertanto appellata al Consiglio di Giustizia Amministrativa (CGA) della Regione Siciliana che, con sentenza n. 617/2014 del 17 novembre 2014, ha però ritenuto infondato l’appello.
Attenzione a quello che scrive il CGA nella sentenza citata:  "[…] se è vero, come periodicamente ribadito anche dalla giurisprudenza, che la 'educazione ed istruzione', piuttosto che la ‘salute’ quale 'diritto fondamentale dell’individuo” [...], specie se riferiti [...] alla cura dei minori handicappati, costituiscono altrettanti diritti personali e sociali oggetto di tutela rafforzata, è anche vero che la tutela c.d. ‘incondizionata’ della salute, ribadita dal primo Giudice per concedere il sostegno nella misura richiesta dai genitori - depurata dalla forte caratura ideologica che ne ha accompagnato la sua rappresentazione politica e giuridica (anche nella cit. sentenza n. 80/2010 della Corte Costituzionale), oltre che mai realizzata nei fatti, sia in termini di prevenzione che di cura - non può per altro verso non subire oscillazioni, specialmente in tempi di crisi finanziaria acuta, come accade per la stagione attuale di finanza pubblica, che inevitabilmente si riverberano sulle scelte dell’Amministrazione, ogni qualvolta questa è chiamata a dover ponderarne la misura".
Chiaro? I diritti costituzionali – istruzione, salute – si affievoliscono in presenza di situazioni di crisi della finanza pubblica.
Nella sentenza viene inoltre detto che: "L’assistenza pubblica ai minori, in tutte le forme con cui questa può essere prestata, è da reputare in via di principio ‘sussidiaria’, o, comunque, non sostitutiva rispetto agli obblighi di assistenza ed educazione che prioritariamente incombono sui genitori che su di essi esercitano la potestà". Il sostegno scolastico viene quindi considerato come un compito della famiglia in cui lo Stato interviene solo in modo "sussidiario". Le famiglie possono quindi essere chiamate, in tempi di crisi e di risorse limitate, a garantire in primo luogo materialmente ed economicamente le ore di sostegno e solo in via sussidiaria dovrebbe provvedere il Ministero dell'istruzione.
Non vi sembra un paradosso? E non è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (articolo 3 comma 2 della Costituzione)?
Gli effetti della sentenza si fanno già sentire: l’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Palermo ha iniziato a notificare appelli nei confronti delle sentenze del TAR Palermo con le quali era già stato riconosciuto il diritto all’integrazione delle ore di sostegno e al risarcimento del danno.
Si conferma, come già detto in passato, che lo Stato fa cassa sulle categorie socialmente più deboli.
- la sentenza del TAR Sicilia n. 369/2014 [clicca qui]
- la sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Siciliana n. 617/2014 del 17 novembre 2014 [clicca qui]