sabato 13 ottobre 2012

SCUOLA :CI VORREBBE UNA RIVOLUZIONE
di FRANCO ARMINIO (da il manifesto del 12/10)

La scuola per i governi italiani è una faccenda di spese da ridurre,
non è nient'altro che questo. Quello che dovrebbe essere il cuore di
ogni società viene trattato alla stregua di un'unghia incarnita. A
furia di ricevere scarsa considerazione, anche tra chi ci lavora
dentro si è fatta strada un'ottica che tende a ...
rimpicciolire le
straordinarie esperienze dell'insegnare e dell'imparare.
Forse non serve un giorno di sciopero se poi si ritorna rassegnati
nell'angolo. E non si può reagire ai tagli riducendo il proprio
impegno. Quello che i governanti non capiscono è che l'Italia ha
bisogno di più scuola. Bisognerebbe tenere aperte le aule anche di
pomeriggio e di sera. L'errore della politica è di considerarla un
comparto particolarmente oneroso del pubblico impiego. La scuola non è
un insieme di uffici, è arte, politica, religione, cultura, è
compagnia, è lavoro, è gioia, è futuro. La scuola dovrebbe essere un
vulcano in mezzo alla società, così dovrebbe essere concepita e
costruita, non come una scodella di avanzi, come un residuo tollerato
di un mondo che non c'è più. Gli stregoni che invocano la crescita
dovrebbero adoperarsi per far crescere gli apprendimenti, per
aumentare l'entusiasmo di insegnanti e alunni. E non è questione solo
di stipendi. Le scuole dovrebbero avere intorno tutta una seria di
premure. Una nazione non è un'azienda e una società non può stare
appesa al valore della sua moneta.
Lo sciopero di oggi deve essere l'affermazione del valore immenso che
hanno i rapporti umani, quello che ci diciamo, i sorrisi, i
rimproveri, il parlarsi dentro un'aula, sentirsi una comunità che
costruisce qualcosa, che non è lì per passare un po' di tempo. La
scuola dovrebbe essere la metà dell'agenda di ogni Governo, di ogni
Regione, di ogni Provincia, di ogni Comune. E invece abbiamo avuto un
ministro come la Gelmini.
Il governo dei professori sta lavorando su tempi stretti e rimettere
in piedi la casa del sapere non è impresa da pochi mesi, ma neppure si
può lavorare come se fosse solo una questione di soldi. La politica
non è la distribuzione del denaro. La politica deve guardare ai
bambini di tre anni e ai ragazzi di venti. Il giorno in cui caddero le
torri il presidente americano era in visita in una scuola elementare.
In Italia dentro un'aula è difficile portare anche i sindaci. I
politici sono imbarazzati davanti ai bambini, ai ragazzi, ai giovani.
In questi giorni nelle prime elementari i bambini stanno imparando a
leggere e a scrivere. È un travaglio che meriterebbe tante cure e
invece avviene come se ogni aula fosse un sottomarino. Da questo punto
di vista siamo tornati indietro. Nelle scuole non c'è spazio per
sperimentare, non solo mancano le risorse, manca l'attenzione della
società. La scuola è la prima forma della politica, è il primo
esercizio di cittadinanza e invece è ridotta a un parcheggio dove chi
sta avanti non può andare più avanti e chi sta indietro non viene
aiutato a farsi avanti. Un meccanismo bloccato, una macchina senza
ruote. Dopo lo sciopero bisognerebbe inventarsi qualcos'altro per dire
che la scuola si ammutina, non partecipa alla triste pagliacciata di
una società egoista e senza slanci. La scuola deve ritirarsi da questo
mondo senz'anima, deve essere fiera della sua inattualità, deve
svolgere una serena obiezione al contingente, perché la posta in palio
è immensa: è la forza di stare tra gli uomini e nei luoghi, nella
propria casa e nell'universo.
Altro che due ore in più o in meno, altro che il ronzio
ragionieristico con cui ci assillano: i politicanti ormai sembrano
mosche nelle orecchie dei cavalli. C'è un'enorme dismisura tra un
bambino che scrive alla lavagna la sua prima parola intera e il fatuo
balbettio mediatico. I soldi che hanno tolto alla scuola in questi
anni sono ben poca cosa rispetto al disamore con cui è stata guardata.
L'Italia ha rottamato la pubblica istruzione e si è affidata alla
televisione, fino ad eleggere a capo del governo il padrone
dell'etere. Ora è tempo di rottamare la televisione e di rimettere al
centro la scuola. Ci vuole una vera e propria rivoluzione ed è più
urgente del risanamento del debito.

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